“Governo” Prodi «Resto solo alle mie condizioni»

23/02/2007
    venerdì 23 febbraio 2007

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    IL RETROSCENA

      Dallo sconforto allo scatto notturno: "Niente ricatti o mi dimetto anche da deputato. E si torna alle urne"

        Il giorno più lungo del premier
        "Resto solo alle mie condizioni"

          Certi titoli sui giornali esteri mi fanno star male. Mi vergogno che l´Italia sfiguri"

          CLAUDIO TITO
          ROMA

          «GUARDATE, io ne voglio uscire a testa alta. Un tentativo allora lo faccio, ma alle mie condizioni. Se la maggioranza c´è, ci provo ancora una volta. Altrimenti rinuncio». Il centrosinistra prova a rimettere insieme i tasselli della maggioranza. Dopo 24 ore tra scoramenti e difficoltà, Romano Prodi tenta l´ultima carta: il rinvio alle Camere. Per verificare se l´esecutivo può ancora contare sul sostegno del Parlamento. Soprattutto al Senato. «Se no, si torna a votare». Mette allora in campo il suo "documento", la sua piattaforma programmatica. Dodici punti che per Prodi sono «dodici condizioni». E la prima riguarda la missione in Afghanistan. Esattamente il nodo su cui mercoledì è inciampata la sua squadra. Perché stavolta «metterò alla sbarra la sinistra estrema».

          Così, nello stesso tempo, dal programma scompaiono i Dico, il provvedimento sulle unioni di fatto.

          A Palazzo Chigi il pressing di quasi tutti gli alleati è stato senza sosta. Il "Fattore B", ossia il ritorno di Silvio Berlusconi alla guida del Paese, si è nuovamente rivelato uno degli elementi più persuasivi. Perché, come va ripetendo Francesco Rutelli da mercoledì scorso, «stiamo rischiando di riconsegnargli l´Italia per dieci anni». Lo stesso effetto che lo spettro delle «larghe intese» ha sortito sui prodiani.

          Il pallottoliere, allora, si è messo in moto. Oggi i gruppi del centrosinistra saliranno al Quirinale per spiegare a Giorgio Napolitano che la maggioranza a Palazzo Madama c´è ancora. Magari riveduta e corretta. Il premier ha accettato le preghiere dei partner e in serata comunicava: «Sto cercando i voti. Io intendo battermi, ma voglio avere la forza. Ai leader della coalizione dico chiaramente: dovete darmi la garanzia che la maggioranza c´è». Poi, certo, toccherà al capo dello Stato decidere se concedere l´ultima chance al Professore. Sgombrando, però, il campo da qualsiasi tentazione di rimpasti che qualcuno nella coalizione ha sventolato: «Non ne voglio nemmeno sentir parlare».

          Per l´inquilino di Palazzo Chigi è stata una giornata campale. Il suo stato d´animo è cambiato più di una volta in un´altalena di emozioni e indecisioni. Ieri mattina, ad esempio, chi lo ha sentito al telefono lo avevo trovato a dir poco depresso. «Me ne vado, punto e basta. Mi dimetto pure da deputato. Questa non è una coalizione, è un´armata brancaleone. Rifondazione poi, è un caravanserraglio. Dicono che quelli sono dissidenti? Beh, ci dovevano pensare prima. Poi Mastella. Ma avete visto che dice? Ma la smetta…». Con i segretari di partito ha quasi evitato di parlare fino all´ora di pranzo. Chiuso nel suo studio come in un fortino assediato, solo con gli amici di Bologna: Giulio Santagata, Paolo De Castro, Silvio Sircana. Ma il forcing degli alleati, appunto, è stato comunque senza sosta. Anche grazie a qualche spiraglio tra quelli che a Palazzo Madama avevano votato "no". Certo, i numeri del Senato formano ancora un sentiero strettissimo per il governo. L´Unione deve riconquistare tutti i senatori a vita (a partire da Giulio Andreotti e Francesco Cossiga) e recuperare i dissidenti. Franco Turigliatto è stato catechizzato da Fausto Bertinotti in persona, l´indipendente Luigi Pallaro si è dichiarato disposto a tornare sui suoi passi. Lo stesso Sergio De Gregorio. E poi ci può essere la new entry di Marco Follini. «L´ho incontrato – racconta ai suoi il premier – e l´ho trovato disponibile a ragionare. Ma solo lui non basta». Quindi i contatti con gli autonomisti di Raffaele Lombardo. Un´ipotesi è anche quella di accogliere le richieste dei radicali assegnando a Pannella quegli otto seggi contestati (tra cui quello di Turigliatto).

          Prodi, insomma, alza i toni. È pronto ad andare avanti ma ha suo modo. Brandisce le urne anticipate come l´arma finale. «Io ci sto solo senza i ricatti e i condizionamenti degli alleati». Sapendo che sullo sfondo, però, non ci sono solo le elezioni anticipate. Ma, nonostante i tanti «non possumus» dei partner, anche la Grosse Koalition. «Ci dobbiamo provare adesso. Subito dobbiamo tentare il rinvio alle Camere – ha insistito ad esempio Rutelli – senza proporre alternative di nessun tipo». Eppure è un´ipotesi che sul campo resta. Al momento, magari, come semplice subordinata. Il presidente della Repubblica nella sua prima giornata di consultazioni non l´ha affatto esclusa. «Il voto anticipato esiste solo da noi. Le legislature ovunque si concludono. Solo in Italia – sono le riflessioni di Napolitano – c´è questa cattiva abitudine. Questo Paese ha bisogno di stabilità. ha bisogno di riforma elettorale, anche modificando la Costituzione. In Austria hanno fatto le larghe intese dopo le elezioni. Anche in Germania». Una soluzione che anche tra i Ds non sta perdendo quota. Resta una "seconda scelta", ma Massimo D´Alema ai suoi da mercoledì ne parla apertamente. Con tutte le precauzioni possibili. Evitando di offrire il destro alla Cdl per accusare l´Unione di «temere il voto» e cercando di non bruciare gli eventuali candidati come Franco Marini. «Siamo sicuri che si possa andare avanti? – chiede a più riprese il ministro degli Esteri – Se lo siamo, bene. Altrimenti temo che non si possa fare altro». Il fantasma delle elezioni anticipate, l´incubo della risurrezione del Cavaliere funziona anche in questo senso. Del resto, i sondaggi che sono arrivati nelle segreterie del centrosinistra sono a dir poco eloquenti: se si votasse ora, il centrodestra supererebbe il 55%.

          Anche per Prodi, dunque, la strada del rinvio alle Camere è diventata quasi obbligata. «Quando ho letto Le Monde che titolava "Muore Prodi, viva Prodi" mi sono sentito quasi disperato. All´estero stiamo facendo una figuraccia. Stiamo abbandonando i nostri militari impegnati in Libano e in Afghanistan al loro destino. È una cosa di cui mi vergogno. E che non posso accettare».