“Governo” Prodi prende il timone delle riforme

06/03/2007
    martedì 6 marzo 2007

    Pagina 5 – Piano Primo

    Prodi prende
    il timone
    delle riforme

      Teme intese trasversali per impallinarlo
      Consultazioni bipartisan con tutti i leader

      AMEDEO LA MATTINA
      ROMA

      Era previsto per stamane un vertice dell’Ulivo con Romano Prodi. A Palazzo Chigi dovevano vedersi Rutelli, Fassino, Chiti, Soro e i capigruppo Franceschini e Finocchiaro per riordinare le idee (alquanto confuse) su riforma elettorale, referendum, metodo da seguire con il centrodestra. Ma l’incontro, che nelle loro intenzioni doveva rimanere segreto, è saltato. Spiegazione ufficiosa: i partiti minori si sono arrabbiati per l’esclusione, allora meglio cambiare passo. Ecco spuntare la via «rigorosamente istituzionale»: il premier comincerà un giro di consultazioni e già oggi vedrà i Presidenti delle commissioni Affari Costituzionali di Camera e Senato, Violante e Bianco. La prossima settimana sarà la volta dei segretari di partiti, sia della maggioranza sia dell’opposizione. Dicono gli uomini del premier: «Saranno consultazioni sul metodo e non sul merito». Non si parlerà di modello tedesco o di sistema francese, ma di «come, quando, in quale sede» avviare il confronto di merito sulla nuova legge elettorale. Insomma, Prodi veste i panni del «facilitatore» del dialogo. Il resto toccherà alle forze politiche in Parlamento.

      Ma c’è dell’altro nella mossa del presidente del Consiglio. Intanto la necessità di «blindare» un accordo sul metodo. O, meglio, legare le mani della Cdl, far venire allo scoperto i leader dell’opposizione sulla loro reale volontà di sedersi attorno a un tavolo. Una sorta di gioco della verità: chi ci sta veramente a fare le riforme? C’è poi un’altra lettura, ancora più maliziosa, che viene da dentro la stessa maggioranza e da alcuni ambienti di governo. Prodi ha cambiato registro e si è fatto parte attiva per dimostrare che non è necessario un governo tecnico per fare queste benedette riforme. In altre parole, il premier ha il fondato timore che alle sue spalle si possa saldare un’intesa trasversale sulle riforme tra alcuni partiti dell’Unione e della Cdl per impallinarlo. E sulla base di questo accordo potrebbe nascere un nuovo esecutivo. Un campanello d’allarme per Prodi sono stati i veti incrociati sulla proposta Chiti di un comitato parlamentare da far presiedere da un leader dell’opposizione. Si pensava a Fini per la guida di questa sorta di cabina di regia. Ma Fini ha subito rifiutato l’avance per non farsi incastrare, convinto che i problemi della maggioranza potrebbero far precipitare la situazione nelle prossime settimane: allora meglio tenersi le mani libere. Un altro campanello d’allarme, paradossalmente, è stato l’articolo di Edmondo Berselli di ieri sulla Repubblica sul difficile rapporto tra Prodi e Parisi. «Meglio perdere che perdersi», è la frase che viene sempre attribuita a Parisi che sarebbe pronto a sacrificare Romano per salvare il bipolarismo, abrogare la «porcata» di Calderoli e approdare a una democrazia governante. Poi ci sono i giochi al centro tra Rutelli e Casini, le aperture al modello tedesco da parte di D’Alema, le maggioranze variabili di Amato.

      Insomma, Prodi ha deciso di prendere in mano il pallino e rischiare in proprio. Se il suo tentativo dovesse fallire, spiegano le stesse fonti, rischia molto in prima persona, ma intanto mettere in moto la macchina del confronto richiederebbe un paio di mesi, quelli necessari per risolvere alcuni nodi della sua maggioranza, a partire dall’Afghanistan. «C’è il fondato timore che Prodi abbia proposto una nuova legge elettorale e la revisione della Costituzione per dilatare i tempi, per tirare a campare», dice Giuseppe Pisanu. Mentre la Lega con Maroni è apertissima a vedere le carte della maggioranza, «se è un bluff o meno».