“Governo” Prodi ottiene la fiducia del Senato

01/03/2007
    giovedì 1 marzo 2007

    Pagina 2 – Interni

      il governo

        Prodi ottiene la fiducia del Senato
        "Siamo autosufficienti, si riparte"

          "Sui Dico compito esaurito". Unione a 158 senza senatori a vita

            MARCO MAROZZI

            ROMA – Romano Prodi esce dal Senato a passo di carica. Via verso un Palazzo Chigi riconquistato. «Sono molto soddisfatto». Il sorriso, quello famoso, senza denti, ritrovato. «Adesso si va alla Camera» commenta preparandosi al voto di domani. Un pro-forma. Anche certo non una marcia trionfale, visti i tempi duri.

            Il presidente del Consiglio giura che però adesso le cose cambiano. Il Senato gli ha dato 162 voti, nonostante l´astensione dichiarata di Andreotti e l´assenza di Pinifarina. Il grande vecchio della Dc contesta le scelte del governo sui «dico». Prodi ieri in sede di replica ne ha parlato per la prima volta. «Voglio essere molto chiaro. Il governo ha presentato il suo disegno di legge sulle unioni di fatto al Parlamento. Con questo ha esaurito il suo compito». «In Parlamento – ha continuato – sono già pervenute numerose proposte della maggioranza, del governo e dell´opposizione. Quindi è un lavoro del Parlamento costruire un testo sul quale si possa avere una ampia convergenza. Io mi appello perciò ad un dibattito sereno, approfondito, rispettoso di tutti. Per ricercare possibilmente soluzioni condivise». Parole pesate, non scosse dai rumori dell´opposizione. «Un tema così delicato deve essere affrontato senza preclusioni, in modo serio, lasciando sempre un doveroso margine alla libertà di coscienza».

            Per il resto cose già ascoltate. La riforma elettorale con «ampie convergenze» e senza «modelli» prefissati. La politica estera e l´economia come speranze che devono continuare. La famiglia. La diminuzione dell´Ici sulla prima casa. La «concertazione» con sindacati ed imprenditori.

            Ventinove minuti di discorso. Per una vittoria certa solo al sì di Pallaro, l´italiano di Argentina fino alla fine altalenante. Il passaggio scontato di De Gregorio con il centrodestra compensato dall´arrivo di Marco Follini. «Ben altra linfa» commenta il presidente del Consiglio. Il governo ha ottenuto 158 voti, la metà più uno, dai senatori eletti. La soglia promessa al presidente della Repubblica quando aveva rimandato il governo alle Camere. L´opposizione è arrivata a quota 157. Con Cossiga.

            «C´è l´autosufficienza sotto tutti gli aspetti. – esulta il premier – Anche senza senatori a vita, che sono comunque senatori uguali agli altri. In più, Marini, da presidente dell´assemblea, non ha votato». Si passa, nella corsa politica, davanti a Montecitorio. «Adesso si va alla Camera. La fiducia non è ancora completa». Riconoscimento voluto ai deputati, pur se con loro i numeri non creano problemi. E insieme, guardando a Montecitorio, lo squarcio di una strategia. Prodi ha tutta intenzione di marcare d´ora in poi sul fatto che lui e la sua coalizione sono davvero uscite vincenti dalla competizione elettorale, che il risultato del Senato è frutto di un meccanismo perverso messo in piedi dal centrodestra per rendere instabile il Paese». «Per mostrare che abbiamo però tutti i diritti di governare bisogna però – confessa – far vedere ogni secondo che siamo una coalizione compatta, convinta di avere una missione comune. Non dividerci come abbiamo fatto fino ad adesso». Su questa strada gioca un ruolo decisivo una premiership forte, in grado di imporsi alle diverse anime del centrosinistra, di ricomporle ma non farsi dissanguare dalle infinite mediazioni.

            «Adesso comincia la marcia per riconquistare la popolarità fra la gente comune. Ne abbiamo i mezzi ed è la nostra ultima spiaggia per non ricadere in incidenti come quello di una settimana fa» commenta Giulio Santagata, il ministro del Programma, uno di quelli più impegnati in questi giorni durissimi a far uscire Prodi e il governo dal disastro. «Non ci montiamo la testa. – avvertono a Palazzo Chigi – Quello superato è uno dei tanti passaggi che ci aspettano». «Si può governare con un voto in più, come diceva Churchill. – ragiona Prodi – In Europa dal 2000 il 37% dei governi sono stati in qualche modo di minoranza. Nei Paesi scandinavi sono quasi la norma. E non è che siano governati male. Certo, noi siamo molti diversi. Ma noi abbiamo la maggioranza. Risicata al Senato, ma maggioranza. Dobbiamo finalmente essere capaci di usarla. Anche così si dimostra che siamo capaci di cambiare l´Italia. Intanto cambiano noi».

            Programma, appello che i giorni a venire diranno quanto praticato sul serio e quanto possibile. Ieri sera Prodi non ha voluto commentare le prove che l´attendono sull´Afghanistan, sulla Tav. Con il supercomunista Turigliatto che ha annunciato i suoi no, come sulla base di Vicenza su cui pur non si vota. Ha consegnato in aula al premier tre bandiere del Fronte dei No. «Ti rafforzi se stai attento a quel popolo» gli ha detto. Stretta di mano. Ma silenzio di un Prodi già stanchissimo di una lunga battaglia.