“Governo” Operazione sopravvivenza (M.Giannini)

28/02/2007
    mercoledì 28 febbraio 2007

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    Operazione sopravvivenza

      Massimo Giannini

        TIRARE le cuoia. O tirare a campare. Per uscire da quello che il Wall Street Journal aveva chiamato «il pasticciaccio italiano» Romano Prodi non aveva alternative. Il discorso che il presidente del Consiglio ha tenuto ieri al Senato è il riflesso del perenne «stato di necessità» in cui l´incompiuta transizione italiana costringe da 50 anni i governi della Repubblica. Non è stato entusiasmante, non è stato deludente. È stato quello che poteva e doveva essere. Un´analisi modesta ed onesta, che riconosce «la natura politica della crisi». Ma che oggettivamente non getta le basi di un nuovo inizio. Molto più banalmente, per il momento cerca solo di evitare una fine prematura.

        Il Professore avrebbe potuto presentarsi all´aula con la faccia feroce del leader ferito che oltraggia e galleggia al di sopra dei partiti, come aveva fatto giovedì scorso, quando aveva presentato agli alleati il suo «dodecalogo» e lo aveva accompagnato a un ultimatum: o lo approvate, o me ne vado. Quello che è accaduto nella coalizione in questi ultimi tre giorni, dall´ennesimo incidente sulle pensioni agli incurabili mal di pancia sull´Afghanistan, lo hanno evidentemente costretto a più miti consigli. I 12 punti programmatici sono quasi scomparsi. Ne resta qualche flebile traccia, qua e là. Dalla politica estera che non cambia (resteremo a Kabul ma insistendo sulla conferenza di pace) alla Tav che si farà (ma ascoltando e negoziando con le popolazioni locali). Dal risanamento della finanza pubblica (che resta un impegno da onorare con la Ue) all´intervento sulla previdenza (benché la priorità sembra ormai diventata l´aumento delle pensioni minime più che il superamento di quelle d´anzianità). Ma nel complesso, le parole del premier tracciano una piattaforma minima, e volutamente generica, che affida alla logica arcana dell´aritmetica quello che non può ottenere con la sfida aperta della politica. L´unico obiettivo, palese, è quello di intercettare, qui ed ora, i voti necessari alla sopravvivenza. Il Professore, in questa chiave, ha un pensiero per tutti. Dai dissidenti del centrosinistra (utili sul piano pratico a tenere insieme la maggioranza ipotetica che ha retto fino a una settimana fa) ai dissidenti del centrodestra (utili in linea teorica a sperimentare una fase di maggioranza a geometrie variabili). Il richiamo solenne all´articolo 11 della Costituzione, insieme alla «battaglia di civiltà» sulla pena di morte e all´impegno indefesso della nostra diplomazia nel Medioriente nel corno d´Africa e perfino in Darfur, servono a tranquillizzare la sinistra pacifista e antagonista. La «centralità della questione ambientale» serve ad ammansire i Verdi. I piani di «sostegno alla natalità» servono a rassicurare Follini. Il tributo alla comunità degli italiani all´estero serve a onorare il «voto di scambio» con Pallaro. Il rilancio del federalismo fiscale serve a lanciare un segnale a una Lega in pieno movimento. Perfino il sorprendente annuncio sulla riduzione dell´Ici per le famiglie numerose serve a intercettare qualche eventuale centrista in libera uscita dall´Udc, oltre che a tentare un improbabile recupero in vista delle difficili elezioni amministrative del prossimo giugno.

        È probabile che oggi l´operazione sarà coronata dal successo. Salvo sorprese dell´ultima ora, l´aula di Palazzo Madama dovrebbe rinnovare la fiducia al governo dell´Unione. Se va bene, come aveva chiesto il Capo dello Stato, Prodi otterrà addirittura una «maggioranza politica» autosufficiente: due voti oltre il quorum, al netto dei consensi dei senatori a vita. Ma è inutile negarlo. Non saranno «due voti più del necessario», come amava dire il compiaciuto Winston Churchill, quando regnava sulla Gran Bretagna con la forza cogente del maggioritario modello Westminster. Saranno invece i due fragili piloni di un ponte, tipicamente italiano, che resta affacciato sull´ignoto. È quello che un «grande vecchio» della Prima Repubblica come Ciriaco De Mita chiama «il governo possibile»: può anche durare altri quattro anni perché non ce n´è uno migliore, ma difficilmente può produrre cambiamenti significativi per il Paese.

        Eppure, paradossalmente, è proprio sul ciglio del baratro di questa crisi annunciata (che ha posto tutti i protagonisti di fronte all´impossibilità di una scelta diversa, a partire dallo stesso Napolitano) che Prodi tenta la scommessa insieme più rischiosa, ma anche più promettente. La riforma della legge elettorale. Almeno su questo, l´intervento del presidente del Consiglio ha un suo valore. Anche in questo caso, Prodi non ha potuto investire troppo sul «merito», esprimendo una preferenza per il proporzionale alla tedesca, per il doppio turno alla francese o per la soluzione intermedia spagnola. Di nuovo: se l´avesse fatto, oggi al Senato perderebbe il voto di parecchi «cespugli» fioriti intorno all´Ulivo. Ma il premier ha avuto l´intelligenza politica di riaprire almeno il gioco sul «metodo». Il governo non dà indicazioni, su una materia che spetta al Parlamento. Ma la riforma del sistema elettorale, insieme a quello istituzionale, torna ad essere finalmente «una priorità assoluta». E quello che più conta, implica anche una pregiudiziale assoluta: «l´ampia convergenza» dei due poli. Almeno questa, pur essendo l´ennesima «necessità», è comunque una novità da non sottovalutare. Nei confronti degli alleati di centrosinistra, la rinuncia di Prodi ad esercitare con orgoglio ed asprezza la sua leadership incontrastata di «dittatore democratico» (secondo la felice metafora di Eugenio Scalfari) può suscitare qualche perplessità. Nei confronti degli avversari di centrodestra, la rinuncia di Prodi a presentarsi come il comandante in armi di una maggioranza sistematicamente asserragliata nel suo bunker (secondo l´efficace definizione di Giovanni Sartori) dovrebbe invece suscitare molta attenzione. Il premier fa adesso quello che avrebbe dovuto fare subito dopo le elezioni del 9 aprile, vinte per una manciata di voti. Cercare il dialogo con l´opposizione, o per lo meno con la sua parte più ragionevole. Cercare le larghe intese, non per fare un altro governo, ma per fare un´altra Italia.

        Può darsi che ormai sia troppo tardi. E può darsi che lo strumento della legge elettorale sia ormai inservibile, visto che le divisioni su questo o quel modello tagliano trasversalmente e drammaticamente i due schieramenti. Ma siamo ancora una volta al cuore del problema: anche in questo caso, non c´è alternativa. Dalle consultazioni al Quirinale, e probabilmente dallo stesso voto di questa sera a Palazzo Madama, sono usciti e usciranno tutti più deboli: non solo Prodi, ma anche Berlusconi. Non solo il futuro Partito democratico, ma anche la futura Casa dei moderati.

        Il tentativo di trovare uno sbocco al nostro «bipolarismo bloccato» dovrebbe essere più forte della tentazione di assestare un´altra «spallata», o di azzardare un altro «inciucio». La fiducia di oggi ha un senso solo se contiene questa responsabile consapevolezza. In caso contrario, sarà solo l´atto finale di una legislatura già virtualmente conclusa.