Governo nella morsa di Rifondazione e Cgil

28/06/2007
    giovedì 28 giugno 2007

      Pagina 11 – Primo Piano

      Retroscena
      Manovra a tenaglia dell’ala radicale della maggioranza

        Governo nella morsa
        di Rifondazione e Cgil
        E si rischia la crisi

          AMEDEO LA MATTINA

            ROMA
            Alla fine la convocazione dei sindacati ieri sera non c’è stata. «Ragioni di sicurezza», dicono a Palazzo Chigi per via della visita del premier libanese Fuad Siniora. Ma forse c’è anche un problema di sicurezza sulla tenuta del governo visto che si è sfiorata la crisi sull’abolizione dello scalone. Gli incontri che si sono susseguiti non hanno lasciato tranquillo Prodi, al quale il segretario di Rifondazione ha fatto sapere, attraverso Enrico Letta, che «qui si rischia la rottura». Al premier, Oliviero Diliberto lo ha detto a quattr’occhi: «Se non si trova l’accordo dovremo rivedere l’appoggio al governo». A Palazzo Chigi hanno preso atto e hanno deciso di prendere tempo per risolvere il corto circuito che si è verificato nel gioco a scavalco a sinistra tra Rifondazione e Cgil. Per cui ancora contatti nella notte, poi questa mattina prima del Consiglio dei ministri, le parti sociali (Cgil, Cisl e Uil, ma anche Confindustria) varcheranno il portone di Palazzo Chigi non per parlare dello scalone ma di aumenti per pensioni minime, modifiche del mercato del lavoro e ammortizzatori sociali.

            Prendere ancora tempo sul nodo scalone potrebbe essere un’arma a doppio taglio: potrebbe essere la soluzione del problema ma anche la miccia in grado di far saltare il tavolo per la troppa carne al fuoco. È comunque un rinvio che Padoa-Schioppa considera positivo: il ministro dell’Economia è convinto di potersi giocare la partita in Consiglio dei ministri con il sostegno dei riformisti. Rutelli non ci sarà ma da Washington ha detto che il tema dello scalone «è sicuramente importante, ma non è avvertito come una priorità dagli italiani».

            Ieri sera erano molte le voci che davano il governo sulla via delle concessioni, ma la Cgil non vuole sentirne di chiudere un accordo se prima non vede la firma del Prc e del Pdci. La giornata al cardiopalma si è chiusa con «qualche pennellata di rosa all’orizzonte», a sentire i protagonisti di un confronto. Nella cerchia ristretta del premier la valutazione era di questo tipo: «La situazione è complicata, ma non disperata. Certo, un’arietta di crisi c’è …». E se alle 5 del pomeriggio l’accordo veniva dato 50 a 50, in serata la percentuale di riuscita saliva al 60%. Il momento di maggiore tensione si è raggiunto durante gli incontri e le telefonate di Prodi, Letta e Damiano con i leader di Rifondazione e del Pdci. Le cose nel pomeriggio si erano messe veramente male. Giordano per esempio aveva detto a Letta e a Damiano che se la rotta non cambiava, il loro ministro Ferrero non avrebbe votato in Cdm il Dpef. «Come si fa a votare il Dpef se non c’è una certezza sulle pensioni? Ci devono essere i soldi». Uscendo da Palazzo Chigi ha confidato che la «situazione non si è sbloccata, c’è il rischio di una rottura». Intanto il coordinatore della Margherita Antonello Soro osservava che «la battuta d’arresto nella trattativa è preoccupante: sembra essere in atto una corsa al sorpasso tra la sinistra massimalista e i sindacati». E’ intervenuto Fausto Bertinotti che dai suoi collaboratori ha fatto smentire le voci di dissapori con Giordano. E ha spiegato che quello delle pensioni è «un banco di prova della capacità del governo di avere una politica in grado di ricostruire il consenso sociale». Duro il Verde Paolo Cento: «Senza l’accordo con i sindacati questo governo entra in crisi dal punto di vista politico, malgrado le maggioranze parlamentari».

            A pranzo si sono visti Prodi, Padoa-Schioppa, Bersani, Damiano, Letta e Santagata e viene decisa una linea di resistenza. Il più duro, ovviamente, è Tps. Ma dalla sinistra radicale (più morbido Mussi e Pecoraro Scanio) viene alzato un muro. La botta finale la dà Oliviero Diliberto dopo l’incontro con Prodi: «Se non ci fosse l’accordo, il governo andrebbe incontro a fibrillazioni di ogni tipo. Non so fino a dove potremmo arrivare, ma andremmo al buio verso prospettive di cui non conosciamo gli esiti». A Palazzo Chigi, Diliberto al premier ha sconsigliato di portare in Cdm un decreto che recepisse la proposta sulle pensioni già bocciata. Una proposta che il segretario del Pdci ha definito «uno schiaffone in faccia ai partiti della maggioranza che vogliono l’eliminazione dello scalone come previsto dal programma di governo».