“Governo” Morandini: «Il governo perde tempo»

15/01/2007
    domenica 14 gennaio 2007

    Pagina 6 – Primo Piano

    DOPO CASERTA
    INDUSTRIALI DELUSI

      Intervista
      Giuseppe Morandini

        Le attese «Da una riunione così
        ci aspettavamo almeno di ottenere
        un’agenda precisa delle priorità»
        Preoccupazione «Per l’economia
        un esecutivo che cade è pericoloso
        come uno che punti a vivacchiare»

          «Il governo perde tempo»

            «Non una parola sul costo
            dell’energia, che azzoppa
            la crescita italiana»

            «La burocrazia è un costo
            insostenibile per i piccoli
            La riforma va accelerata»

              ALESSANDRO BARBERA

              ROMA
              Giuseppe Morandini è vicepresidente di Confindustria e presidente della piccola e media impresa.

                Dottor Morandini, che giudizio dà del vertice di Caserta?

                  «Siamo molto preoccupati. Come imprenditori non avevamo aspettative epocali, però speravamo che in una riunione così importante per la maggioranza si andasse oltre la mera elencazione dei problemi».

                    In cosa sperava?

                      «Almeno in un’agenda stringente delle priorità. Purtroppo anche stavolta la politica non ha fatto propri i tempi dell’economia».

                        Che intende «per agenda stringente»?

                          «Misure da attuarsi subito, verificabili nei prossimi sei mesi».

                            Lei usa l’aggettivo «preoccupati». Per cosa? Per la possibile tenuta della maggioranza? Temete che il governo possa cadere? Oppure vi preoccupa di più la tentazione dell’esecutivo a «vivacchiare»?

                              «Da imprenditore sono preoccupato per entrambi gli scenari. Perché comunque si rimanderebbero decisioni efficaci sul futuro dell’economia. E per essere efficaci le decisioni devono essere rapide».

                                Perché tanta urgenza?

                                  «Perché c’è la ripresa, ma non sappiamo quanto durerà. La politica dovrebbe avere il coraggio e la determinazione di scegliere misure che permettano di coglierne appieno i vantaggi. Crescono i volumi, ma non c’è un rafforzamento dei margini. E questo non conviene a nessuno».

                                    Ci faccia il suo elenco di priorità.

                                      «Da Caserta non è arrivato nessun segnale sul problema numero uno delle imprese: il costo dell’energia. Le aziende italiane pagano mediamente il 30% in più dei concorrenti europei. E subiscono annualmente dinamiche di aumenti dei costi fra il 20 e il 30%. Come si fa a essere competitivi?»

                                        Eppure l’energia è uno di quei campi in cui si può ottenere tanto il plauso delle imprese quanto delle famiglie. A cosa è dovuta l’inerzia? E’ colpa delle rendite di posizione che la politica ha dal controllo delle municipalizzate? Oppure pesa di più la resistenza ideologica agli investimenti?

                                          «Dipende soprattutto dalle grandi resistenze di un localismo che tende spesso a bloccare tutto. A sei anni dall’apertura dei mercati energetici non è ancora stata costruita una linea di interconnessione per portare energia in Italia a costi più bassi. E c’è in funzione un solo rigassificatore».

                                            Ha in mente un modello?

                                              «Sarebbe un gran passo avanti mettere le imprese e i cittadini nelle condizioni di scegliere il miglior fornitore, come avviene in Inghilterra».

                                                Un’altra priorità?

                                                  «Senz’altro la burocrazia. Per la piccola impresa ormai è un costo inestimabile. Abbiamo molta fiducia nel lavoro che sta svolgendo il ministro Nicolais, ma ci aspettavamo che la bontà di quel lavoro diventasse una priorità. Speriamo che i provvedimenti sulla riforma della pubblica amministrazione vengano approvati al più presto».

                                                    Un terzo segnale che si sarebbe aspettato?

                                                      «La piccola e media impresa ha bisogno di più flessibilità nell’uso della forza lavoro. Un segnale di buona volontà sarebbe rendere le ore di straordinario convenienti per il lavoratore e disponibili per l’azienda. Ai dipendenti bisognerebbe concedere la detassazione, mentre l’impresa avrebbe bisogno di una contribuzione più bassa. Oggi la contribuzione a carico delle aziende raggiunge su quelle ore circa il 40%, sarebbe utile scendere al 10-15%. Così come sarebbe importante detassare il salario legato ai risultati».

                                                        Il premier dice che di qui a poco gli italiani vedranno i vantaggi della Finanziaria. Il taglio del cosiddetto «cuneo fiscale» non ha già contribuito a ridurre il costo del lavoro?

                                                          «La misura va certamente nella giusta direzione, ma in termini assoluti per le piccole e medie imprese non si tratta di grandi cifre».

                                                            Gran parte del governo non sembra pensarla come lei. Forse da questo vertice vi aspettavate più di quanto realisticamente questa maggioranza può dare?

                                                              «Con l’ultima Finanziaria ciascuno di noi – come cittadini – ha pagato un prezzo molto alto. Ci aspettavamo che i sacrifici venissero ripagati e che emergesse una maggiore sensibilità nei confronti della piccola e media impresa. Nostro obiettivo sarebbe almeno quello di metterci alla pari dei concorrenti vicini: Francia, Germania e Gran Bretagna. I Paesi emergenti nemmeno li prendiamo in considerazione».