“Governo” Lo sfogo di Tps «Che figura faccio?» (A.Minzolini)

15/01/2007
    sabato 13 gennaio 2007

    Pagina 3 – Primo Piano

    Retroscena
    I veti incrociati

      Lo sfogo di Tps
      “Che figura faccio?”

      Augusto Minzolini
      INVIATO A CASERTA

        L’ultimo intoppo nel «mega-vertice» della reggia di Caserta assumerà un valore simbolico nella storia dell’Unione di governo. La vicenda è semplice quanto emblematica. Nel Consiglio dei ministri che doveva ridare slancio ad un esecutivo bistrattato e in calo di consensi, Enrico Letta ha presentato per conto di Romano Prodi un documento di sei pagine dal titolo enfatico: «Il manifesto di Caserta». Un testo a cui ogni ministro era stato chiamato a dare il suo contributo ma che è stato silurato quasi all’unanimità.

          Il primo ad avere qualche riserva è stato il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, che le ha esposte direttamente al premier in un angolo del salone della Reggia che ha ospitato il Consiglio. «Hai visto i giornali? – si è sfogato -, hai visto con questa frenata sulle pensioni che cosa abbiamo combinato? Avevamo preso un impegno e io ora che figura ci faccio…». Al tavolo, invece, le critiche al testo Letta-Prodi sono state di tutti i tipi: lessicali, di sostanza e politiche. C’è chi ha trovato quel documento troppo celebrativo nella forma e troppo generico nei contenuti. Chi, come Clemente Mastella, ha spiegato che doveva essere individuato un equilibrio più soddisfacente: «L’immagine della sconfitta dei riformisti ci nuoce non poco. Nessuno può tirare troppo da una parte o dall’altra. Altrimenti questa coalizione si rompe». Antonio Di Pietro, che impiccherebbe il ministro verde Pecoraro Scanio ad un palo per la sua intransigenza contro la Tav, lo ha criticato perché troppo lacunoso sulle infrastrutture. Il ministro per le Pari opportunità, Barbara Pollastrini, ha espresso tutta la sua delusione per l’assenza di riferimenti ai Pacs: «E’ un argomento che fa parte delle liberalizzazioni». E, più realisticamente, il ministro Paolo Gentiloni ha consigliato a tutti un bagno di umiltà: «L’espressione manifesto mi sembra esagerata. Potrebbe addirittura essere controproducente. Meglio parlare di agenda».

            Alla fine, a chiudere l’argomento ci ha pensato il vicepremier, Francesco Rutelli, (l’altro, Massimo D’Alema, è rimasto in silenzio). «Se diamo all’esterno – ha osservato – una pila di proposte scoordinate in cui ognuno ci mette del suo non andiamo da nessuna parte. Meglio un’agenda di dieci punti per i prossimi mesi». Detto fatto, Rutelli si è preso l’impegno di riscriverlo, ma almeno sul piano dell’immagine la cancellazione del «Manifesto» ha avuto il sapore dell’archiviazione di un vertice nato male e finito peggio. Cosa resterà in concreto di Caserta? Un piano di 100 miliardi di euro, in gran parte già stanziati, per il Sud. Una pioggia di denaro che, come insegna la storia di tanti governi dc, dovrebbe servire a far risalire l’indice di gradimento del governo.

              Per il resto, il mega-vertice ha fotografato i limiti di una maggioranza che per non dividersi è condannata spesso all’immobilismo. A Caserta Piero Fassino è stato fucilato da Rifondazione e lasciato solo dai ds nella sua offensiva riformista; Pierluigi Bersani è stato stoppato sul suo piano per le liberalizzazioni dagli altri ministri, in primis da Rutelli e dalla Lanzillotta; il vicepremier, Rutelli, ha archiviato il documento del premier Prodi; e, in risposta, il premier Prodi ha silurato la proposta del suo vice di una «cabina di regia» sulle liberalizzazioni a Palazzo Chigi: non sarà un organismo ma il Professore in persona a coordinare tutte le operazioni anche perché – ma Palazzo Chigi ha smentito questa interpretazione – non si possono dare due schiaffi consecutivi a Bersani (prima gli si stoppa il piano e poi addirittura gli si riducono le mansioni).

                Insomma, si scopre che il lastricato della Reggia di Caserta era pieno di feriti sacrificati sull’altare dell’unità. Anche la mini-offensiva di ieri mattina dei redivivi riformisti per ridare fiato al tema delle pensioni è servita a poco: al decimo punto del documento finale l’argomento a sentire il premier è affrontato implicitamente senza però nominarlo per non offendere la suscettibilità di Rifondazione. In compenso in Consiglio dei ministri dopo che Clemente Mastella e Vannino Chiti hanno spiegato che la Lega ce l’ha con Berlusconi, Prodi ha lanciato la sua esca a Bossi, inserendo il federalismo fiscale tra le priorità. Una logica che Rutelli ha illustrato in questo modo: «Dobbiamo sfruttare l’insofferenza nel centrodestra contro Berlusconi, a cominciare da quella di Casini a quella di Bossi. Almeno tiriamo il fiato per qualche mese».

                  Per fare un’operazione del genere il centrosinistra dovrebbe dare un’immagine di compattezza che non ha. Inoltre dovrebbe mettere in campo una serie di riforme per incalzare i moderati del centrodestra. Ma a Caserta l’Unione non ha dato l’impressione di avere questa capacità. Basta pensare al ragionamenti amletici di Padoa-Schioppa sulle riforme: «Le riforme – ha spiegato – sono fortemente a favore degli interessi diffusi, ma vanno contro gli interessi fortemente organizzati». Ed ancora, «le riforme non sono una passeggiata, si rischia l’impopolarità e dal punto di vista politico non danno frutti in termini immediati, ma differenziati». Tant’è che due giorni fa è stato lo stesso ministro dell’Economia a quasi abdicare al suo ruolo e a chiedere una cabina di regia: «La crescita è compito di ciascun ministro ma visto che non c’è uno strumento unico come la Finanziaria serve un forte coordinamento di Palazzo Chigi».

                    Delle paure di D’Alema si è parlato: «Nelle democrazie occidentali – è uno dei suoi leit motiv – se si perde il consenso è difficile riconquistarlo». Meno pubbliche, le riflessioni con cui Rutelli ha bloccato il piano sulle liberalizzazioni: «Bisogna creare consenso prima di fare le riforme. Anche Berlusconi lo ha perso allo stesso modo. Poi, quando ha ripreso a fare politica, è tornato a girare il Paese, ha riconquistato i voti, è quasi riuscito a vincere le elezioni. Dobbiamo fare come Berlusconi».