“Governo” La prudenza del Colle (A.Minzolini)

26/02/2007
    sabato 24 febbraio 2007

    Prima Pagina (segue a pagina 5) – Primo Piano

    LA PRUDENZA DEL COLLE

      «Avete fatto bene i conti?»

      Napolitano prende atto che l’Unione vuole rilanciare il Romano I. Ma è perplesso

      Retroscena
      Una notte di crucci sul Colle

        Augusto Minzolini

          Tarda mattinata allo studio alla Vetrata al Quirinale. Davanti ad un esponente della prima Repubblica finito nel centro-destra, Giorgio Napolitano illustra la sua filosofia sulla «crisi». «Io – spiega – voglio una maggioranza certa che deve basarsi sul voto di 158 senatori eletti e non sui senatori a vita».

          Certo – dice il capo dello Stato – di fronte agli impegni internazionali che ci attendono in Europa e ai rischi che corrono i nostri soldati in Afghanistan e Libano sarebbe meglio un governo stabile, con una maggioranza ampia. Un governo che abbia l’appoggio delle grandi forze politiche. Dove siano presenti esponenti legati ai partiti. L’ipotesi di un governo «tecnico» con venti personalità indipendenti, magari scelte con il mio ausilio, non è possibile. È stato fatto in una determinata occasione ma le condizioni erano differenti. Questo è quello che penso, ma sapete bene che non dipende da me».

          Metà pomeriggio, nello stesso studio ma con ospiti diversi. Napolitano ha di fronte la delegazione di uno dei partiti dell’Unione. Lui non ripete la distinzione tra senatori eletti e senatori a vita, mentre i suoi interlocutori osservano che le due categorie hanno gli stessi diritti. Il Presidente chiede lumi sui numeri e gli altri gli rispondono che ci dovrebbero essere: nessuno conteggia il voto di Franco Turigliatto, ma con quattro senatori a vita e l’arrivo di Marco Follini e di un altro senatore «coperto», la maggioranza dovrebbe arrivare a 162. Insomma, la stessa che c’era prima, con gli stessi numeri che non hanno funzionato. «E chi voterà il finanziamento della missione in Afghanistan visto che tre dei vostri non ci stanno? », chiede il capo dello Stato. Gli altri rispondono: «Ma ci saranno i voti di quelli del polo. Ad esempio un senatore come De Gregorio la voterà sicuramente». Siamo di nuovo alle maggioranze «variabili», a quelle che nemmeno una settimana fa D’Alema e Parisi rifiutavano, ma è quello che passa il convento per la stabilità del paese.

          Sono le risposte che riceve il capo dello Stato in una crisi che appare a dir poco surreale. Napolitano chiede risposte e ne riceve ben poche. Deve fidarsi sulla parola visto che Prodi e l’Unione reclamano il rinvio del governo in Parlamento. Forse il Quirinale preferirebbe affidare un incarico esplorativo al Presidente del Senato, percorrere altre strade per trovare soluzioni che diano maggiori garanzie di stabilità. Ma visto che la maggioranza caduta al Senato tira la corda rinvierà oggi stesso il governo Prodi in Parlamento.

          Il Presidente può anche avere i suoi desideri, ma poi deve confrontarsi con la realtà dei partiti e l’unica verifica possibile è quella del Parlamento. Così in alcuni casi deve prendere delle decisioni che pure non fugano le sue perplessità. Insomma, si torna – anche nei numeri – alla situazione che non ha funzionato. Si torna in quell’aula dove il governo è stato fustigato dopo che Prodi ha concesso quel che doveva a quei due soggetti esterni al palazzo, Chiesa e Stati Uniti, che lo hanno messo in crisi: i Dico stanno per finire nel dimenticatoio degli archivi del Parlamento; mentre i nostri soldati resteranno in Afghanistan a combattere – perché di questo si tratta – ma per non offendere troppo la sensibilità della sinistra radicale, il premier non lo dirà. «Un’operazione al limite dell’irresponsabilità – si indigna Gianni De Michelis, che ha visto il presidente al mattino – Bin Laden e i suoi ci hanno insegnato che dalle caverne dove si nascondono sono molto attenti a quello che succede del mondo. E quando si accorgeranno che i nostri soldati hanno alle loro spalle una maggioranza divisa, li inquadreranno nel mirino».

          Già, non sono pochi quelli che avrebbero auspicato una soluzione diversa. A destra come a sinistra. Giuseppe Caldarola, eretico dalemiano della prima ora, ancora non ci crede. «I miei millantano voti che in realtà non hanno. Prodi pretende il rinvio alle Camere ma si corre il rischio che se cade di nuovo si vada alle urne davvero. La verità è che si dovrebbe tentare una soluzione più ambiziosa. Puntare ad un governo di larghe intese per fare tutto quello di cui ha bisogno il paese. Le elezioni dovrebbero venire dopo, dando il tempo a Ds e Forza Italia di riassorbire lo scotto elettorale di una soluzione del genere. Ma entrambi ne trarrebbero benefici: Berlusconi non sarebbe più demonizzato; l’area riformista avrebbe un ruolo centrale nella vita del paese».

          Discorsi che al momento restano desideri. Sono i numeri – risicati e tutti da verificare – che portano l’Unione a parlare. «Se questi sono i dati – ha detto ieri Napolitano a Rutelli e Fassino – non posso che rinviare Prodi alle urne. State attenti, però, che i calcoli siano giusti per evitare brutte sorprese». I desideri, i sogni di chi vorrebbe vedere un governo con equilibri diversi debbono quindi essere rinviati per una settimana, o forse per sempre. «Questo governo andrà avanti per qualche mese ma poi ricomincerà tutto da capo», osserva l’ideologo dei volenterosi, il radicale Capezzone. E pensare che anche Follini un tempo era in sintonia con quel gruppo che è in mezzo ai due schieramenti proprio come la sua «Italia di mezzo». La sua evoluzione ormai non la capisce più nessuno. Lo ha abbandonato quello che era il suo braccio destro, Paolo Messa: «Se va dall’altra parte il suo epilogo è paradossale». Era partito per mettere in crisi l’attuale bipolarismo e voterà la fiducia insieme a Caruso e a Diliberto. E senza saperlo farà un piacere a Berlusconi. Se la crisi, infatti, prendesse altre strade, il Cavaliere si dovrebbe mettere alla prova. Magari verrebbe costretto a realizzare sul serio quel «governo di 4 anni con D’Alema» di cui aveva parlato settimane fa ad uno dei segretari della sua coalizione. Invece se Prodi andrà avanti non gli basterà che aspettare la fine di un governo i cui cocci sono stati rimessi insieme con la colla. Che per sopravvivere deve contare sul voto di un amicone di Berlusconi come il senatore De Gregorio e che già oggi dice: «L’unico esecutivo all’altezza dei problemi del paese è quello delle larghe intese». Un governo che può durare un anno, ma anche solo pochi mesi: a quel punto si aprirebbe la strada alle elezioni e il Cavaliere si troverebbe davanti un concorrente (il vecchio Prodi o il giovane Veltroni poco importa), logorato dall’immagine di un governo che è andato avanti per forza