“Governo” La paura nei Ds: «Così perdiamo»

08/01/2007
    lunedì 8 gennaio 2007

    Pagina 7 – Primo Piano

    La paura nei Ds
    “Così perdiamo”

      Nel partito lo spettro del voto nelle città

        AMEDEO LA MATTINA
        ROMA
        Nel pentolone «riforme o morte» Piero Fassino ci ha messo pure le prossime elezioni amministrative di primavera. Il sempre più allarmato e allarmista segretario dei Ds, in un’intervista a «Repubblica», l’ha messo così: dal conclave del governo a Caserta deve venire un «segnale forte e chiaro» anche in vista di quell’appuntamento elettorale. «Per questo parlo di cinque mesi cruciali. Si voterà per i sindaci. Ma andranno alle urne 11 milioni di italiani… Non è indifferente come arriviamo e come usciamo da quell’appuntamento».

        Il leader della Quercia si augura che nella maggioranza ci sia «piena consapevolezza» di questo passaggio.

        Ultimatum e paura. Sì, nelle parole di Fassino ci sono questi due elementi: se il governo non fa le riforme nei primi mesi del 2007, il contraccolpo sarà duro pure nelle urne municipali. A quel punto, sembra dire il segretario diessino, il governo ne subirebbe gli effetti negativi. Dunque, dopo una Finanziaria già abbastanza tormentata, le amministrative saranno un primo vero banco di prova per la tenuta del centrosinistra. Tra l’altro, nelle singole realtà locali non mancano problemi e tensioni tra Quercia e Margherita – e questo aggrava l’analisi di Fassino – che la coalizione cercherà di risolvere il 16 gennaio in un vertice dei responsabili enti locali dei due partiti.

        I numeri sono questi: 11 milioni di italiani si recheranno alle urne per rinnovare 935 amministrazioni comunali e 8 provinciali. L’Unione governa in 13 capoluoghi di provincia su 32 in cui si vota. Ai blocchi di partenza, spiegano gli esperti delle forze politiche dell’Unione, veramente a rischio sono Genova e Verona che potrebbero passare di mano al centrodestra. Alla faccia del Partito Democratico, è la guerra delle primarie che sta soprattutto fiaccando l’Unione, sia dove governa sia dove dovrà lottare con le unghie e con i denti per conquistare la poltrona del primo cittadino. A Genova come a Reggio Calabria, e poi L’Aquila (lì c’è il gran pasticcio di un candidato diessino e ben tre della Margherita), Parma, Taranto, Palermo. In molte città Ds e Margherita non riescono a formare liste comuni. E a Palermo, per esempio, dove Leoluca Orlando potrebbe fare il colpo grosso ritornando a Palazzo delle Aquile e spodestando il berlusconiano Diego Cammarata, il partito di Fassino si è impuntato: alle primarie avrà il suo candidato (Alessandra Siragusa). Come se non bastasse, pure Rifondazione comunista ha messo in pista un suo cavallino. Il risultato per la Cdl potrebbe essere l’en plein nelle 4 città capoluogo dove si vota (oltre a Palermo, Agrigento, Trapani e Ragusa).

        Il caso Verona è però quello più sintomatico dal punto di vista del ragionamento che fa Fassino. Il sindaco uscente, Paolo Zanotto, aveva vinto sull’onda di una lista civica dietro la quale si era mimetizzato il centrosinistra. E ora potrebbe veramente risentire i contraccolpi di Roma. Nella regione feudo berlusconiano-leghista che è il Veneto, non tira una buona aria per il governo Prodi.

        E il leader della Quercia, che da quelle parti è andato spesso, a ogni intervista ripete il solito leit-motiv: «Non riusciamo a parlare e a coinvolgere una parte del Paese, nel Nord in particolare». Artigiani, piccoli industriali, giovani e ceto medio. «Senza le riforme, la Finanziaria dei sacrifici perde di senso», è il suo monito.

        E anche la paura che, senza la consapevolezza di uno sforzo riformatore, le amministrative potrebbero diventare un bagno di sangue per l’Unione. Si verrebbe così a riproporre quello che è accaduto sia ai governi di centrosinistra tra il ‘96 e il 2001 sia a quello Berlusconi negli ultimi 5 anni: il voto nelle città e nelle Regioni nel corso delle due legislature hanno suonato via via le campane a morto di un’esperienza politica.