Governo in vantaggio sulle confederazioni nella guerra mediatica

23/09/2003




23 Settembre 2003

analisi
Roberto Giovannini

Governo in vantaggio sulle confederazioni nella guerra mediatica

ROMA
STAVOLTA, sulle pensioni, partiamo indietro. Potremmo recuperare, ma non sarà facilissimo. Per adesso il gioco delle parti tra Maroni e Tremonti ha funzionato molto bene». Si avverte chiara la preoccupazione nelle parole di un sindacalista della Cgil, alla vigilia dell’incontro di oggi pomeriggio a Palazzo Chigi su Finanziaria e pensioni. Molto dipenderà da come il ministro dell’Economia Giulio Tremonti presenterà il pacchetto-previdenza, ma a meno di sorprese tutto fa pensare che Cgil-Cisl-Uil reagiranno con la proclamazione dello sciopero generale. Potrebbe essere l’avvio di una lunga stagione di conflittualità sociale, come magari si spera nel centrosinistra; oppure, come si confida nel centrodestra, la protesta sindacale non supererà i livelli di guardia. E magari si sgonfierà senza particolari strascichi e con un accordo pacificatore con Cisl e Uil, una volta compiuto il «rito» della protesta di piazza.
Difficile fare previsioni, anche se le analisi di molti sindacalisti delle tre confederazioni confermano che per Cgil-Cisl-Uil lo scontro sulle pensioni – se scontro sarà – non comincia sotto i migliori auspici. Perché per adesso la «guerra della comunicazione» la sta vincendo nettamente il governo.
Era il marzo del 2002, e si era nel pieno della battaglia sulla modifica dell’articolo 18. In quel momento tutti i sondaggi dicevano che la maggioranza degli italiani stava dalla parte dei sindacati. E Silvio Berlusconi – uno che di media e di sondaggi se ne intende – si sfogava con i suoi collaboratori: «Sull’articolo 18 – diceva il Cavaliere – la guerra della comunicazione l’ha vinta Cofferati». E come poi dimostrò la conclusione di quel braccio di ferro che paralizzò l’Italia – con una modifica della norma dei licenziamenti molto più modesta di quella voluta dal governo, e per giunta ancora bloccata in Parlamento – l’Esecutivo non riuscì di fatto a far «passare» nell’opinione pubblica il suo messaggio.
Stavolta, sostiene la maggioranza degli osservatori e confessano a mezza bocca molti sindacalisti, la situazione è del tutto differente. Lo dimostra anche empiricamente la semplice constatazione che alla vigilia di una drastica riforma (sia pure rinviata di qualche anno) delle pensioni non ci sia stata una che è una protesta «spontanea» nei luoghi di lavoro. Proteste che ci furono persino quando nel ‘99 D’Alema si limitò ad accennare alla necessità di una revisione della legge Dini. Anche se l’intervento progettato dal governo per il 2008 rappresenta – a dire delle confederazioni – una terribile mazzata per centinaia di migliaia di lavoratori oggi attivi, che in pratica dovranno aspettare di compiere 63 anni di età per raggiungere i 40 anni di contributi necessari per andare in pensione dal 2008. Sempre che il lavoro continuino ad averlo, visto che le aziende, accusano i sindacati, preferiscono normalmente liberarsi della manodopera «anziana» e meno produttiva.
Per adesso, nell’opinione pubblica sembrano prevalere due «messaggi»: primo, che per adesso la riforma non cambia nulla; secondo, che sulle pensioni «qualcosa bisogna pur fare». Il vantaggio acquisito dal governo in questa «guerra della comunicazione» dipende da molti fattori, secondo i dirigenti sindacali. C’è la «mitridatizzazione» iniziata ormai nel 1990, con l’allarme sul possibile collasso del sistema pensionistico, l’allungamento della speranza di vita, e così via. Ed è stata determinante l’intelligente campagna condotta dalla Lega sulle pensioni di anzianità, che sembra aver funzionato brillantemente.
Insomma, la partita sulle pensioni tra governo e sindacati sta per cominciare, e il governo è già sull’uno a zero. Detto questo, il match dura novanta minuti. E la squadra di Cgil-Cisl-Uil confida di riuscire a strappare almeno un pari, se non di vincere in Zona Cesarini. Pezzotta, Angeletti ed Epifani confidano soprattutto nella loro capacità di «parlare» al mondo del lavoro, anche se con strumenti vecchio stampo, come i giornali, le assemblee, i volantini e le manifestazioni; magari usando un po’ di «classica» demagogia. Dovranno però prima convincere le loro truppe che la partita si può recuperare davvero, logorando sul piano dei consensi la strategia dell’Esecutivo. E chissà, sperando che come avvenne nel ‘94, dopo qualche «spallata» la compattezza della maggioranza inizi a scricchiolare. Nove anni fa sulle pensioni fu il Carroccio a mollare, stavolta potrebbero essere An e Udc gli anelli deboli della catena.
Ma per adesso la partita sembra saldamente nelle mani di Palazzo Chigi. Del resto, Tremonti e Maroni hanno già pronta una soluzione di mediazione – graduare con più moderazione il passaggio ai 40 anni di contributi dal 2008 – che rappresenterebbe un punto di caduta accettabile per Cisl e Uil, e in ultima analisi soddisfacente anche per l’Esecutivo. Un discreto due a uno, al fischio finale
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