“Governo” In pubblico e in privato (A.Minzolini)

07/02/2007
    mercoledì 7 febbraio 2007

    Prima Pagina (seguen a pagina 5) – Primo Piano

    GOVERNO SOTTO ASSEDIO

      Retroscena
      Tra politica estera e unioni civili

        IN PUBBLICO
        E IN PRIVATO

          Da tre fronti l’ultimo attacco al premier

            Stati Uniti, Chiesa e imprenditori non si fidano
            E Prodi: “O stiamo uniti o si va tutti a casa”

            Augusto Minzolini

              Polvere di stelle. Ancora qualche giorno fa a Montecitorio la Velina Rossa, cioè Pasquale Laurito, il più devoto dei dalemiani, raccontava di quella volta a Washington in cui Massimo D’Alema in un ricevimento privato pregò Condoleezza Rice di suonare al pianoforte le note di una Serenata di Schubert. O di quell’altra in cui chiese scherzando alla moglie del ministro degli Esteri, Linda, se fosse gelosa di “Condy” ricevendo la risposta: “Tutto fa brodo”. Acqua passata: ora la Rice e D’Alema comunicano solo attraverso note diplomatiche che, sia pure filtrate dal linguaggio delle feluche, contengono toni risentiti e polemici. Addirittura dal Dipartimento di Stato arriva la velata accusa secondo la quale il governo italiano non ha l’abitudine di dire, a differenza degli Usa, la stessa cosa in pubblico e in privato: un modo per ricordare che non sempre gli impegni sono stati rispettati. Insomma, tra Washington e Roma è calato il freddo tant’è che un ex dalemiano come Giuseppe Caldarola arriva a insinuare: «La verità è che dietro la politica del bye-bye Condy non c’è mai stato niente».

              Anche i rapporti tra il governo e “oltre-Tevere” non vanno bene. Non siamo alla scomunica, ma ci siamo vicino. Ieri l’editoriale di Avvenire ha pronunciato il fatidico “non possumus” sulla legge sui Pacs corredato da una frase finale che ha tutta l’aria di essere una minaccia, o meglio, «l’indicazione franca e disarmata di uno spartiacque che inevitabilmente peserà sul futuro della politica italiana». Un segnale che fa dire ad un teo-dem come Enzo Carra: «Ormai c’è un assedio al governo e al parlamento da tutto quello che sta fuori. Stati Uniti, Chiesa, Confindustria non si fidano e non accettano mediazioni. E visto che la sinistra massimalista non fa passi indietro per non entrare in conflitto con il suo elettorato, anch’io ho indetto una conferenza per domani dal titolo “prima la famiglia e poi i pacs”».

              Appunto, i vecchi soggetti che una volta in Italia facevano e disfacevano governi (Usa, Chiesa, Confindustria) ora Romano Prodi e i suoi ministri ce l’hanno tutti irrimediabilmente contro. Nessuno si fida più. Il punto è vedere se questi convitati di pietra al tavolo della politica hanno ancora il potere di una volta, oppure no. Sicuramente ieri l’argomento dell’”assedio” è stato utilizzato da Prodi per richiamare i capi della maggioranza alla coesione: «Ce l’hanno con noi per cui o ognuno si assume le sue responsabilità, o si va tutti a casa». Mentre D’Alema ha alzato i toni contro la lettera dei sei ambasciatori, per suscitare quell’orgoglio nazionale che permise a Bettino Craxi di tirarsi dietro anche i comunisti durante la crisi di Sigonella. Sono espedienti che però non servono a compattare una maggioranza così composita: sia Franco Giordano che Oliviero Diliberto hanno spiegato al premier che sull’Afghanistan neppure lo strumento della fiducia consentirà di recuperare i voti di tutti i “dissidenti” neo-comunisti del Senato.

              Così il vertice di ieri è servito solo a prendere una boccata d’ossigeno e a rassicurare le innumerevoli anime dell’Unione. I problemi, però, restano e l’assedio continua. Di questo ormai c’è una consapevolezza generale. L’attuale equilibrio politico, per motivi diversi (siamo all’eterogenesi dei fini) non piace né agli americani, né alla Chiesa e, se si sta dietro agli interessi di entrambi, si capisce che hanno le loro ragioni: Washington ha paura che l’attuale maggioranza non sia in grado di supportare una situazione in Afghanistan sempre più difficile e vuole evitare un «disimpegno» italiano improvviso sulla scia di qualche episodio che metta a repentaglio la vita dei nostri soldati; la Chiesa e il Papa vogliono impedire a tutti i costi la «zapaterizzazione» del nostro Paese. «La lettera dei sei ambasciatori – osserva il capogruppo dei mastelliani Mauro Fabris – è un’intrusione deliberata e può avere come un unico scopo quello di creare i presupposti di una crisi». «Qui – osserva il presidente della commissione Finanze, l’ex dc Paolo Del Mese – stiamo andando verso il suicidio». «Contro i pacs – racconta Lanfranco Turci – la Chiesa è pronta a tutto. E’ ancora più determinata degli Usa». «Gli americani ci stanno provocando – ammette uno dei leader del pdci, Marco Rizzo – per farci saltare». «Il governo per assecondare la sinistra massimalista – sostiene ancora Caldarola – rischia di non essere più affidabile per nessuno e gli atlantisti e i papalini che sono presenti anche dentro l’Unione potrebbero cedere alla tentazione di far saltare il banco. Del resto i numeri del Senato sono quelli che sono». E lo stesso D’Alema, nel vertice di ieri, ha spiegato che «di fronte a queste pressioni esterne se si continua con la politica delle sfide nella coalizione – come quella sulla base di Vicenza – si possono creare le condizioni di una crisi».

              Insomma, siamo all’allarme rosso anche se non tutti sono convinti che quei «soggetti esterni» possano ancora decretare la vita o la morte di un governo come in altri tempi. «E’ un equilibrio sofferto – sostiene il prodiano Gianclaudio Bressa – ma non cambia. Chi ci attacca all’esterno forse può determinare qualche piccola flessione sul piano elettorale, ma non è in grado di organizzare congiure di palazzo». «Siamo quasi impermeabili – ripete un altro prodiano come Giuseppe Zaccaria – a certe sollecitazioni». «Americani e settori del Vaticano – sostiene ancora più categorico il neo-comunista Giovanni Russo Spena – non muovono niente né in Parlamento né sul piano elettorale».

              Sarà ma sotto sotto è tutto in movimento. «Tutti sanno – confida Guido Crosetto di Forza Italia – che Lamberto Dini, alfiere dell’atlantismo, sta mettendo insieme un po’ di senatori dell’Unione per spostare l’equilibrio politico più al centro. E’ uno dei candidati per il dopo-Prodi». E un altro atlantista di provata fede, come Antonio Di Pietro, è sempre più attento a ciò che gli succede attorno. In più il Professore ha un altro asso nella manica: per ora l’opposizione è divisa. Ieri Pier Ferdinando Casini ha dispensato in Transatlantico le solite ironie sul Cavaliere: «Quando finiranno le illusioni sulle spallate il primo a diventare centrista sarà proprio Berlusconi». Mentre Bruno Tabacci, nella sua avversione al Cavaliere, si è lasciato andare a delle considerazioni da vero “prodiano”: «Se c’è davvero questo assedio non durerà molto: nella Chiesa siamo già al dopo-Ruini e si pensa ad un capo dei vescovi più pastore e meno interventista. E Bush è al tramonto. Anche se ci fosse un altro presidente repubblicano la politica non sarebbe la stessa: Rudolph Giuliani, ad esempio, è un vero centrista». Siamo al solito paradosso italiano: proprio mentre Prodi è isolato fuori dal Palazzo, potrebbe trovare qualche alleato dentro.