“Governo” Il giorno più lungo di D´Alema (M.Giannini)

22/02/2007
    giovedì 22 febbraio 2007

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    IL MINISTRO

      "Tocca a Romano, e senza rimpasti. Non accetto processi sul mio discorso " L´amarezza di D´Alema "Cosa volevano di più?"

        L´ira del vicepremier: "Fanno tornare le destre"

        Il giorno più lungo di D´Alema
        "Certa sinistra, così immatura"

          Massimo Giannini

            «È un disastro. Mi perdo la Roma in Champions League…». Prova in tutti i modi a reagire da sportivo. Ma alle nove della sera, mentre fende la pioggia di questa nera notte romana per correre a Via Nazionale, al vertice del Botteghino, Massimo D´Alema sa che ieri ha perso molto, molto di più. «Intendiamoci – aggiunge – purtroppo quello che è successo era nel novero delle cose possibili, viste le tensioni di queste ultime settimane. Ma resta il fatto che è uno shock. Un vero shock…».

            Non si dà pace, il vicepremier: «Capite il paradosso? In una situazione di governo che nell´insieme non si può certo definire brillante, per unanime riconoscimento di tutti, non solo in Italia ma anche oltre i nostri confini, la politica estera era una delle poche cose che avevano funzionato. Una delle poche cose che piacevano alla gente, come dimostrano anche i sondaggi. E invece, noi cadiamo proprio su questo. Per assurdo, avrei capito che fossimo caduti sulla legge Finanziaria, con tutti i malumori che ha creato nel Paese. Ma sulla politica estera non ci sto. Siamo un Paese di matti…».

            «Mi tocca riprovare a salvare questo governo…», aveva detto solo domenica scorsa, alla vigilia di una settimana esiziale per la maggioranza di centrosinistra. Non c´è riuscito. Il «soldato Prodi» non si è salvato. Il discorso «alto», forse anche troppo, del ministro degli Esteri in Senato, non ha risparmiato al governo il fuoco amico dei «kabulisti» dell´Unione. Il vicepremier è amareggiato: «Ho fatto un discorso da socialista europeo. Quella che ho presentato è la piattaforma più avanzata della sinistra europea. Oltre tutto, apprezzata da mezzo mondo. Ho ricevuto complimenti dalle persone più impensate, e non avete idea delle telefonate che mi sono arrivate, tra Palazzo Chigi e la Farnesina. Possibile che non basti neanche questo, a questa comitiva di irresponsabili?». Eppure, non si può dire che non aveva fiutato il pericolo. «Se non c´è la maggioranza sulla politica estera il governo va a casa»: giusto o sbagliato che fosse, l´ultimatum che aveva lanciato l´altro ieri ad Ibiza non era affatto il segno di quella solita iattanza, un po´ troppo spocchiosa, con la quale si è bruciato più di una volta. Al contrario, era l´ultimo, drammatico avviso a chi, nella sinistra radicale dura e pura, non aveva ancora compreso la vera posta in gioco di questo delicatissimo passaggio parlamentare. Era il chiaro sintomo di un´inquietudine che era cominciata già da sabato scorso, dopo la marcia pacifica di Vicenza, e che era cresciuta fino a ieri mattina, quando il vicepremier, dopo aver portato a spasso come sempre il suo labrador Lulù, si è presentato a Palazzo Madama come se si andasse a giocare un terno al lotto.

            D´Alema sa, e ha sempre saputo, che questo governo era appeso a un filo. E al contrario di Prodi ha sempre sperato, ma in fondo non ha mai creduto che «la sua forza sta nella sua debolezza». Ha sempre sperato, ma in fondo non ha mai creduto a se stesso, quando si ripeteva ancora domenica scorsa che «forse proprio l´asprezza dello scontro interno tra noi e la sinistra radicale può rendere più difficile la caduta del governo». Era solo un altro esorcismo. L´ennesimo. Che stavolta non ha funzionato. «D´altra parte, cosa vuoi, quando metti perfino i trozkisti in Parlamento, questo è il minimo che ti possa succedere…». È quella che lui stesso definisce «la tragica immaturità di questa sinistra». Una sinistra «che rifiuta a prescindere l´assunzione della responsabilità di governo». Una sinistra «che pur di non perdere la sua verginità, preferisce riconsegnare il Paese a Berlusconi». Con questa sinistra D´Alema ha provato a dialogare. Ha provato a ricucire, nei limiti in cui la coerenza politica di un ministro degli Esteri glielo ha consentito. «Gli do tutto quello che gli posso dare: la disponibilità a discutere con gli americani uno spostamento di qualche chilometro della base americana di Vicenza. Gli do la possibilità di poter chiedere alle Nazioni Unite una ridefinizione della missione Isaf, con l´Italia nel ruolo di relatore al Palazzo di vetro. Gli do anche la conferenza di pace sull´Afghanistan: una bella proposta, ma è solo una belinata, perché purtroppo lo sanno tutti che a livello internazionale praticamente nessuno la vuole. Più di questo, per salvare il governo, che altro posso fare?».

            Non è bastato. Ma oltre questo il vicepremier non ha potuto e non ha voluto andare: «La credibilità e l´affidabilità internazionale è una cosa troppo seria, perché la si possa barattare con un manipolo di incoscienti. Io non accetto che la politica estera del mio Paese sia esposta al ricatto del senatore Rossi…». La resa dei conti è stata amarissima. Ma non poteva più essere elusa. D´Alema non ci sta, a sentirsi processato da chi dice che ieri, a Palazzo Madama, ha alzato troppo l´assicella, con un discorso che è diventato difficile da digerire sia per i dissidenti dell´estrema sinistra sia per i senatori a vita Andreotti e Pininfarina: «Ho alzato troppo l´assicella? Scherziamo? Che cosa avrei dovuto dire? Far finta di nulla, di fronte alle difficoltà di questi ultimi giorni? La politica estera di un Paese deve essere condivisa. Io voglio far il ministro degli Esteri di un Paese che ha l´ambizione di incidere davvero sul corso degli eventi. Se sto al governo, la politica della testimonianza non mi interessa: a quella ci pensa Franca Rame». Per questo, come ha già detto in altre occasioni, in casi così estremi «oportet ut scandala eveniant». Non si poteva più continuare, con questi equivoci, con questi bizantinismi ipocriti, con questi incidenti paradossali, come quello che si è prodotto due settimane fa con la relazione di Arturo Parisi sul Dal Molin, approvata con una mozione del centrodestra e per questo bocciata dal centrosinistra. Quello per D´Alema, è stato molto più di un campanello d´allarme: «Quando sono stato a Bruxelles il 12 febbraio, al vertice della Ue, ho pranzato con i miei colleghi ministri degli Esteri, nel Consiglio affari generali della Ue, e tutti mi hanno chiesto di spiegargli cosa era successo a Parisi. Ho provato a raccontargli come e perché la mia maggioranza, praticamente obbligata dalla sua ala sinistra, era stata costretta a votare contro il suo ministro della Difesa, su una mozione dell´opposizione che dava ragione al governo. Ci hanno messo mezz´ora a capire questa follia. E alla fine mi guardavano come se fossi un marziano». Si poteva continuare così?

            Resta da capire cosa succede adesso. Il vicepremier si schiera, ancora una volta, a fianco di Prodi: «Per noi il governo resta quello in carica. Non c´è alternativa possibile: né Prodi bis, né rimpasto, né governo tecnico, né elezioni anticipate. Il Capo dello Stato farà le sue consultazioni. Io spero che ottenga ampie garanzie dai partiti dell´attuale maggioranza, non solo per una fiducia generica al presidente del Consiglio in carica, ma anche sui prossimi passaggi parlamentari, per esempio sull´Afghanistan. A quel punto Prodi torna davanti alle Camere, e se ottiene la fiducia si riparte, se no è finita sul serio. Ma per ora lo schema è questo, e per me non ce n´è nessun altro». Nessuno si nasconde la fragilità di questo schema. I fatti hanno dimostrato che il vincolo di coalizione assunto e sottoscritto sul programma dell´Unione dai vertici dei partiti non corrisponde all´impegno dei singoli parlamentari. «È vero – riflette il ministro degli Esteri – ma speriamo che almeno dopo questo trauma la sinistra radicale capisca che il suicidio politico non conviene a nessuno». Nella confusione, circolano le voci più strane e incontrollate. Per esempio, che D´Alema non si ricandidi a fare il ministro egli Esteri. Lui sorride: «Non c´è proprio limite alla stupidità umana…». Altro esempio: Prodi sarebbe furioso per l´intervento in aula del vicepremier, considerato troppo corrosivo e poco conciliante con gli alleati: «A me non risulta proprio. Io so solo che con Romano ci siamo parlati in continuazione, in modo molto collaborativo, e che in serata mi ha chiamato per dirmi: "circola voce che sia stato tu a chiedermi a tutti i costi le dimissioni, ma io ho smentito seccamente". Il resto sono fesserie…».

            Certo, otto anni dopo tornano ad aleggiare i fantasmi della crisi del primo Ulivo. Anche in quella occasione, fu a D´Alema che imputarono il compolotto anti-prodiano. Stavolta, complotto o no, la caduta di questo secondo governo Prodi è ancora una volta legata alle figura di Baffino di ferro. D´Alema non ci sta a questa lettura caricaturale della storia: «È il frutto dell´uso delinquenziale che si fa dell´informazione», sbuffa il vicepremier. «Io non ho colpa di nulla. Se c´è un´analogia tra oggi e il ´98, semmai, è che ancora una volta si dimostra che esiste in Italia un estremismo di sinistra che si dimostra non in grado di garantire un governo al Paese. Se a questo aggiungiamo la compravendita di senatori della nostra metà campo da parte del Polo, e lo strano tranello che ci ha fatto Andreotti in aula, il teatro dell´assurdo della politica italiana è completo…».

            A questo punto l´Unione naviga a vista. Oggi cominciano le consultazioni. D´Alema incrocia le dita. È tornato a casa, a tarda sera, e in televisione si guarda gli ultimi minuti di Roma-Lione. «Per il centrosinistra comincia una fase delicatissima. È come per Spalletti, in Champions League. Qui hai fatto zero a zero. Ti devi giocare tutto nella gara di ritorno». Ma ci sarà davvero il ritorno, per il governo Prodi?