“Governo” Il fastidio di Romano (R.Barenghi)

08/01/2007
    lunedì 8 gennaio 2007

    Pagina 6/7 – Primo Piano

    Retroscena
    Il Professore con i suoi

      Il fastidio di Romano:
      nessuna svolta

        RICCARDO BARENGHI

        Se in pubblico Romano Prodi ha fatto le classiche orecchie da mercante, fingendo di non aver capito il messaggio – peraltro piuttosto chiaro e forte – che gli aveva mandato Piero Fassino, in privato la sua reazione è stata diversa. Non che si sia irritato più di tanto, almeno a quanto raccontano i suoi collaboratori («siamo ormai abituati alle critiche, se dovessimo farci venire il mal di fegato ogni volta, oggi saremmo già morti di cirrosi epatica»), ma comunque un certo fastidio lo ha avvertito. Subito celato però dietro la sua proverbiale sicurezza, o ostentazione di essa. La linea del governo è sempre la stessa, spiegano i suoi uomini, quella della continuità senza cambiamenti di fase, puntando tutto sulla crescita e sul miglioramento dell’economia: «Ogni giorno ci troviamo sul tavolo un’intervista, una dichiarazione, una critica: noi le elaboriamo, le mettiamo sullo scaffale e andiamo avanti con l’ottimismo della ragione» (parafrasi gramsciana).

        Avanti dove?, è però la domanda che avanzava il segretario dei Ds nella sua intervista a «Repubblica». Da palazzo Chigi rispondono che le riforme le vogliono fare in molti, compreso lo stesso premier. «Tuttavia Prodi è anche l’autista di un pullman un po’ sgangherato, e se ogni volta dovesse dare retta al passeggero che strilla “va di qua, gira a destra, accelera, frena”, il pullmann si sfascerebbe». Dunque avanti piano e senza scosse, come peraltro lo stesso premier aveva spiegato a fine anno e che ieri ha ribadito parlando in privato di Fassino: «Le riforme si fanno in cinque anni e non in cinque mesi».

        Ma è proprio questo atteggiamento prodiano, al quale si sono poi sommate le dimissioni di Nicola Rossi dai Ds, a spingere Fassino a scendere in campo con forza e usando toni finora inusuali. Anche perché, spiegano al Botteghino, il viaggio che il leader ha fatto nel Nord lo ha piuttosto scosso. Nel senso che si è trovato di fronte a categorie – gli artigiani di Bologna per esempio, storica roccaforte rossa, o i piccoli imprenditori – decisamente imbufaliti contro la Finanziaria e il governo. Non solo per il merito dei provvedimenti che sentivano rivolti contro di loro, ma soprattutto perché non erano stati consultati. Ecco perché Fassino chiede riforme da fare con il consenso del Paese. Ed ecco perché Prodi gli risponde che «non si possono accontentare tutti».

        Una frase, l’unica polemica nella reazione pubblica del premier, che viene spiegata dai suoi ripetendo che Prodi non è il segretario di uno dei tanti partiti della coalizione: «Fassino è l’azionista di maggioranza dell’Unione ma non ha il controllo dell’azienda. Chi invece lo ha è costretto a fare i conti con tutti, tenendo conto di tutti ma sapendo che magari deve scontentare tutti per non accontentare nessuno». Inoltre l’impressione che hanno avuto i prodiani è riduttiva: «Fassino parlava soprattutto al suo partito, colpito dal gesto di Rossi e dalla risonanza che ha avuto sui giornali. Ha voluto rassicurare i suoi che lui non molla il riformismo».

        Dunque, nonostante tutto quel che succede, sembra che nulla cambi. Almeno questo è l’atteggiamento del capo del governo, anche in vista dell’ormai imminente vertice di Caserta (altra ragione per cui il leader della Quercia ha parlato come ha parlato). E che cosa succederà a Caserta? Intanto Fassino ha ottenuto che al primo giorno di discussione (giovedì) partecipino anche i segretari dei partiti, mentre Prodi aveva pensato di incontrarli nei giorni precedenti per potersi poi dedicare ai suoi ministri. Ma oltre a questo risultato, riusciranno i più riformisti dell’Unione a ottenere qualche impegno concreto del premier? Da quel che si capisce, Prodi non ha intenzione di seguire Fassino (e Rutelli) sulla strada della fase due: «Farà la sua prolusione, spiegando la sua visione politica e strategica, indicando un calendario con le cose da fare e assegnando i compiti ai vari ministri. Certo che terrà conto di quel che dice Fassino, così come deve tener conto anche degli altri. E dunque – concludono i suoi uomini – farà la sua proposta che, scusate la parola, sarà di mediazione e di compromesso. Perché è solo così che si governa il centrosinistra di oggi, mentre battere pugnetti sul tavolo per ottenere le riforme è solo un esercizio sterile».