“Governo” Il dilemma di Romano

02/03/2007
    venerdì 2 marzo 2007

    Pagina 5 – Economia/Primo Piano

    Il dilemma di Romano

    Stare con D’Alema o con Parisi? Accordi in aula o dritti per la propria strada?

    Retroscena
    Gli scenari dopo la morte e la resurrezione

      FABIO MARTINI
      ROMA

      Da otto giorni continua ad ostentare lo stesso sorrisone rassicurante, ma l’infarto del governo ha procurato a Romano Prodi uno stress molto più bruciante delle apparenze, a cominciare dalla prima, indimenticabile sera di crisi: quel 21 febbraio la botta era stata così forte, che già alle 20,30 il Professore aveva chiesto ai suoi collaboratori di essere lasciato solo nell’appartamento di palazzo Chigi, con la moglie Flavia ancora a Bologna. Ma ora che la tensione si è spenta, Romano Prodi non si è ancora voluto tuffare nell’enigma che lui stesso e tutti i notabili dell’Unione si pongono da 48 ore: cosa “inventarsi” per evitare di cadere fra 15 giorni? Come esorcizzare lo spettro andreottiano del tirare a campare e poi morire di inedia?

      Gli schemi di gioco per la “ripartenza” sono due, sono diversissimi tra loro, sono già definiti, fanno capo a due personaggi in eterna dialettica tra loro come Massimo D’Alema e Arturo Parisi, ma Prodi non ci ha voluto pensare e ha rimandato tutto all’imminente weekend. E ieri mattina, appena ha avuto un’ora di tempo, il Professore ha accompagnato la moglie a fare la consueta passeggiata che la signora Flavia si è imposta ogni giorno. Ma da oggi pomeriggio, quando la Camera gli darà una scontata fiducia, Prodi e la sua maggioranza dovranno confrontarsi con lo scenario che uno dei “saggi” del centrosinistra, Pierluigi Castagnetti, sintetizza così: «Credo che tutti abbiano capito che l’Unione è all’ultimo giro».

      E per renderlo più lungo possibile questo giro finale, sotto traccia si sono venuti consolidando due schemi di gioco diversissimi tra loro. Il primo trova d’accordo Massimo D’Alema, Piero Fassino, Francesco Rutelli e i popolari della Margherita di Marini, Franceschini e Castagnetti e consiste in una doppia, corposa apertura. All’Udc e alla Lega. Lo schema tedesco, infatti, vale non solo per il sistema elettorale (che piace a Pier Ferdinando Casini) ma anche per quello istituzionale, con la proposta di adottare anche nel nostro Paese il Senato delle Regioni (che piace a Umberto Bossi). Dunque, l’idea è quella di un’importazione integrale, non solo adattata alle esigenze domestiche. L’inventore dello “schema tedesco” è stato Massimo D’Alema. E’ stato lui, poche ore dopo l’apertura della crisi di governo, a sentirsi con Casini e a prospettargli, assieme alle magnifiche virtù del sistema elettorale teutonico, anche «la possibilità di fare un governo assieme». Poi, questa seconda, decisiva postilla ha perso di forza, gli interlocutori di Casini (nel frattempo aumentati) non parlano più di governo, ma di «convergenze sui singoli provvedimenti». Secondo questo schema, il governo troverebbe in Parlamento, quella che Castagnetti chiama «una opposizione costituzionale», in altre parole il passaggio al Senato non sarebbe più un incubo. Per l’Udc di Casini, forza che soffre il bipolarismo, «sarebbe la fine di uno schema bipolare che non ha funzionato – chiosa Bruno Tabacci – e di fatto il governo tornerebbe ad essere deciso in Parlamento».

      Sarebbe la fine del sistema maggioritario e proprio per questo il capofila dell’altro secondo schema di gioco è Arturo Parisi, in questo caso sostenuto dai superproporzionalisti come Mastella, Diliberto, Pecoraro Scanio, inquieti per la tedesca soglia di sbarramento. Sul breve periodo, la ricetta per consolidare il governo resta quella classica di Prodi e che il ministro Giulio Santagata sintetizza così: «Il nostro primo obiettivo è tornare a recuperare consensi nel Paese, lavorando sodo, in modo più coeso, più incisivo». Ma per uscire dalla giungla del Senato la proposta è quella di provare a «recuperare singoli senatori». E se questo appare il punto debole del suo schema, Parisi ha una carta esplosiva: lui, assieme al professor Giovanni Guzzetta è il regista del referendum ipermaggioritario che incombe. E Prodi? Per ora sta in mezzo. Nel discorso al Senato ha scartato il sistema tedesco, ma poi si è visto a tu per tu col leghista Roberto Calderoli per discutere assieme la doppia riforma. Elettorale e istituzionale.