“Governo” Follini, l’uomo del «ponte» (R.Cotroneo)

01/03/2007
    giovedì 1 marzo 2007

    Pagina 4 – Politica

    Follini, l’uomo del «ponte»

      Da ieri è nel centrosinistra. «Non si può restare immobili davanti alla tragedia del bipolarismo»

        di Roberto Cotroneo / Roma

          IL GIORNO DI MARCO FOLLINI è arrivato con qualche nuvola di pioggia, sotto un cielo incerto, come incerta era la giornata del governo Prodi, oggi. Ma dall’aula del Senato non si capisce che tempo faccia fuori. E siccome Follini non si è mai mosso dal suo posto per quasi tutto il giorno, non poteva immaginare se fuori ci fosse il diluvio o se fosse spuntato il sole. Anche metaforicamente, s’intende. Se pioveva oppure no, faceva poco importanza, quello che contava erano quei cinque fogli scritti di discorso che per tutta la giornata non ha neppure riguardato, neanche per correggere qualche virgola, o qualche termine. Ha evitato i cronisti che lo avrebbero subissato di domande, è rimasto seduto, là in alto, nell’ultima fila dell’aula a braccia conserte: camicia blu, l’orologio che spunta dal polsino e pochi movimenti; giusto per prendere il telefono e scambiare qualche parola in fretta. Sarebbe stato bello capire cosa avesse in mente. Certo, sembrava uscito da un travaglio di molti giorni, e per quanto non avesse un’aria serena, non si sottraeva ai senatori, soprattutto quelli dell’Udc che andavano verso di lui, gli sedevano accanto e scambiavano qualche parola. Lui restituiva qualche sorriso, ma senza perdere una compostezza che doveva essersi dato fin dall’inizio, come una disciplina da cui era impossibile derogare.

          Alle dieci del mattino era già in Senato. Si trattava di aspettare almeno otto ore, prima che toccasse a lui fare la dichiarazione di voto. Come sia riuscito a non scomporsi, a non gesticolare, a non alzarsi dal suo posto, a non andare incontro a nessuno per tutto quel tempo è forse la chiave per capire questo strano uomo di centro, questo democristiano netto e senza esitazioni, capace di spiegare agli "onorevoli senatori" il motivo della sua scelta. Quando Franco Marini gli dà la parola, annunciando che avrà sette minuti comincia uno spettacolo davvero inedito e sorprendente, che sembra non tanto una partita da giocare con governo e opposizione, ma una partita personale tra lui e Pier Ferdinando Casini. L’uomo da cui si è allontanato, e con cui avrebbe dovuto condividere gli spazi di un centro difficile e tormentato.

          Inizia così Follini, con due parole scelte bene, e che dicono tante cose: "infelicità e improduttività della politica", soprattutto infelicità. Oggi la politica è infelice, e forse nei giorni scorsi un po’ di quella infelicità deve essere arrivata addosso anche lui. Parla delle identità massiccie delle ideologie degli anni Settanta, parla di un bipolarismo anabolizzato, cita i poteri forti, dice che cercare di muoversi è un dovere e chi lo ascolta si rende conto che Follini stupisce, che attinge a un sentimento della politica che eravamo abituati a sentire da un Veltroni, ma non da Follini. Tutti si aspettavano una pezza di appoggio politica e fredda alla decisione di votare sì al governo, e ci si è ritrovati un discorso da leader di un qualcosa che ancora, forse, non c’è. Chi si aspettava parole astute e misurate, è rimasto spiazzato, a cominciare dagli ex dell’Udc, e continuando con tutti i senatori dei banchi del centro destra.

          Nessuno ha fiatato, nessuno ha detto una parola di commento. In molti dopo sono andati a stringergli la mano. "C’era un ponte ed è stato costruito un muro", ha detto Follini. E mentre il suo ex amico Casini cerca spazi in un centro che non c’è, Follini prova a trovare un luogo a sinistra dove inserire la sua identità centrista. Con il risultato che ieri al senato Follini sembrava un luterano rigoroso, e l’assente Casini sbiadiva in tutte le sue ambiguità politiche e nel suo cercare di smarcarsi ad ogni costo.
          E dire che erano tutti pronti a scommettere sulla manfrina democristiana. Sull’ipocrisia di appoggiare il governo solo per un calcolo di potere, sulla necessità per Follini, dopo l’uscita dall’Udc, di trovare un porto dove approdare. E lui cosa fa? Dice che bisogna "sapere governare guardando da un orizzonte alto". Chiede di ricucire: come un piccolo sarto, non come uno stilista della politica. E dice che bisogna usare ago e filo. Sorprendente davvero, sorprendente soprattutto il rispetto verso una chiarezza e una nettezza di argomentazione che avevamo negli ultimi tempi ascoltato solo da Massimo D’Alema, nel famoso discorso in Senato sulla politica estera.

          Il giovane democristiano Follini si è smarcato. Dall’altra parte c’era Giulio Andreotti, che invece da vecchio democristiano, aveva detto che non votava, che non partecipava al voto perché cinque ministri del governo avevano messo la loro firma sotto il progetto dei Dico. Mentre su un quotidiano qualche giorno prima aveva dichiarato che riteneva superato quell’ostacolo, visto che non era nei dodici punti di Prodi. In queste due anime di una Dc che non esiste più c’era da capire cosa stesse succedendo in quell’aula. Come se la storia avesse voluto riproporre le contraddizioni della storia di questo paese in pochi minuti di dibattito, in cifre, dettagli di comportamento, in abissi generazionali. Andreotti con la Dc mitologica e trasformista che abbiamo ben conosciuto, e poi la Dc dei non cavalli di razza forse, senza sottigliezze e doppi giochi, una Dc che forse un giorno sarebbe anche nata, chissà, se il partito non si fosse dissolto prima.

          Follini gira l’ultimo foglio, con un movimento che sembra liberatorio, dopo ore che è rimasto fermo nel suo scranno. Cita un best seller mondiale come "L’ombra del vento" di Ruiz Zafon Carlos, guarda caso un libro su un passato irrisolto che condiziona il presente. Poi parla di riformismo, sostenendo che da vent’anni il riformismo vero, nella politica italiana sembra dimenticato. E alla fine dice che vota sì, per condividere una difficoltà e non per raccogliere allori.

          Chiude, riceve l’applauso e torna a sedersi. Il primo ad andargli incontro è Francesco Storace, che gli mostra lo schermo del suo telefonino. Follini legge, è un messaggio della moglie di Storace al marito che dice: "hai visto che ha citato il mio libro preferito?". E Storace che scherzosamente, risponde: "Non farmi casini in casa". Una battuta che alleggerisce i molti pensieri che Follini deve avere avuto. Convinto per nulla che il governo, con il suo voto, ce l’avrebbe fatta. Perché andare alle elezioni si sarebbe anche potuto, e a qualcuno conveniva, visti i sondaggi che danno il centrodestra vincente. E convinto che da ora in poi la partita è politica.

          L’ha vinta la sua battaglia Follini ieri, mostrando doti nascoste che forse nemmeno lui sapeva di possedere. Ora c’è la sua scommessa più grande: l’invenzione di un centro che non faccia gridare a manovre neocentriste, o peggio, vetero-democristiane. Lui sembra crederci. Mentre tra i banchi della maggioranza non è sfuggito che è stato l’unico ad aver parlato di valori laici in due giorni interi di intervento. Chi lo avrebbe mai immaginato?

          roberto@robertocotroneo.it