“Governo” Follini: ho messo i fischi nel conto (A.Cazzullo)

28/02/2007
    mercoledì 28 febbraio 2007

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      L’EX LEADER UDC

        Follini: ho messo i fischi nel conto

        Subito un’alleanza tra Udc e sinistra riformista

          Gelo dell’Aula, però Storace gli stringe la mano. «Enrico Letta importante nella mia scelta, è un leader per il futuro»

          di Aldo Cazzullo

            ROMA — La voce della segretaria Sissi è ansiosa: «Marco, in Senato ti siederai ancora tra il centrodestra?».

            «Certo Sissi, mi siedo al posto di sempre». Davanti a Palazzo Madama, l’autista chiede preoccupato: «Senatore, passiamo dal retro?». «No, dall’ingresso principale».

            «Traditore!» gli gridano. Ma sono di più i passanti che lo applaudono. Dentro potrebbe andare peggio. «I fischi li ho messi in preventivo — dice Marco Follini —. Non mi faranno piacere, ma neppure paura. Del resto la reazione peggiore è stata quella dei vecchi amici: Casini e Cesa. A loro non replico. La risposta a Casini la darà il tempo. Io aspetto paziente, e invito al disarmo delle parole. La leggerezza con cui si lanciano epiteti come "trasformista" o "traditore" mi sembra eccessiva». Il primo a salutarlo è un altro senatore che stava dall’altra parte, Fisichella. Poi una pacca di Mussi. Salendo le scale verso l’aula, Follini spiega che la sua scelta non riguarda solo il voto di oggi ma soprattutto il futuro: «Si tratta di costruire nuove alleanze. La prospettiva è di un incontro tra la sinistra riformista e i cattolici liberali. La linea di tendenza è saldare quanto resta di due antiche culture politiche. Forse non sarà per domani. Possiamo litigare ancora qualche giorno, ma non possiamo permetterci di continuare a lungo. Abbiamo bisogno gli uni degli altri. E sarebbe un errore attendere la riforma elettorale. L’alleanza viene prima, non dopo». Lo schema immaginato da Buttiglione — subito il modello tedesco, poi alleanza tra Udc e partito democratico — non lo convince: «La riforma elettorale rischia di diventare un tormentone, se non è preceduta da un movimento della politica. Il modello tedesco riceve molti sì ma anche parecchi no, dall’interno della maggioranza. Ora il governo c’è, ed è un bene; domani dovrà esserci anche un nuovo assetto. Io comincio a lavorarci. Gli altri, spero, arriveranno».

            Gli altri per il momento fanno finta di non conoscerlo. Follini attraversa l’aula come un fantasma e va a sedersi in alto a destra. «Non sarei obbligato: Palazzo Madama non è come Montecitorio, dove ogni deputato ha il suo scranno. Qui ognuno si siede dove gli pare». E’ che non vuole sembrare spaventato. Il primo segnale viene da un insospettabile: Storace. Già l’altro giorno gli aveva mandato un sms amichevole: «Non meriti di essere lapidato, ma non capisco perché passi dalla monarchia di Berlusconi a quella di Prodi». Ora Epurator risale l’aula per andare a stringere la mano al «traditore»: «Sai quanti voti perderò per essere venuto a parlarti?». Dal banco del governo lo imita Rutelli. Da D’Alema un cenno con la mano, ricambiato. Spiega Follini che non è stato certo lui il traghettatore, sempre che ne esista uno. Tanto meno Mastella, che ora alla buvette vaticina un governo di larghe intese. «Belle e impossibili — dice Follini —. Sarebbe già tanto far crollare il nuovo Muro di Berlino che si è ricostruito in Italia. Invece siamo ancora fermi al check- point Charlie, dove talora ci si scambiano prigionieri e talora insulti. Io oggi tolgo un po’ di filo spinato». Con Mastella ha un rapporto affettuoso, lo considera «un buono, un generoso»; ma non è un partitino a due che gli interessa. Prodi ha telefonato, ma non troppo: il giorno della sua caduta, e il giorno della decisione di Follini; non sono in gioco contropartite, né ministeri. Se deve fare il nome di un interlocutore su cui punta per costruire l’alleanza, indica un giovane: Enrico Letta. E’ anche a lui che pensa, quando prevede a breve un cambio generazionale; «perché noi cinquantenni abbiamo fatto già fin troppe cose. Abbiamo molto passato; quindi, poco futuro».

            Parla il premier, Follini in aula è un po’ meno solo. Gli si è seduto accanto Trematerra, sospettato di essere l’inesistente «folliniano coperto»: «Sono entrato nel mirino di Cossiga per quel viaggio che feci a New York con Casini, assentandomi dal Senato. Ti ricordi Marco?» gli sorride. Al suo fianco si accuccia Luvè, che scherza: «Se hai bisogno ti faccio da scorta». Pistorio, altro sospettato, gli sussurra: «Sai che non condivido, ma sappi che sui giornali siciliani ho fatto dichiarazioni molto rispettose». Follini segue Prodi a braccia conserte. Applaude solo due volte: al passaggio sulle forze dell’ordine, e — brevemente — alla fine. Poi si alza, saluta Schifani, stringe la mano a Vegas, Antonione, Izzo, si ferma ad ascoltare Sterpa: «Non ho nulla contro di te…». «All’inizio c’era un po’ di imbarazzo reciproco — racconta Follini all’uscita —. Ma pensavo peggio. Al momento di votare la fiducia sarà più pesante: hanno fischiato Ciampi, figurarsi me. E saranno duri anche i sette minuti che avrò per la mia dichiarazione». Gli appunti sono già pronti. «Dirò che non sono né un trasformista né un traditore: perché attraversare le linee non significa tradire, ma superare il bipolarismo com’è adesso, andare oltre gli steccati tra i due schieramenti, sbloccare il sistema politico». L’auto lo riporta in sede. Il tavolo di vetro, la copertina dell’ultimo Harry Potter, la foto della figlia. «Prodi ha scelto un discorso volutamente di basso profilo. Tondo, senza spigoli, senza emozioni. Avrebbe potuto fare un intervento identitario, chiamare alle armi i suoi; invece si è rivolto anche all’esterno, ha riconosciuto il merito del precedente governo nella ripresa economica. Di fatto, comincia il disgelo istituzionale». Messaggi distensivi sono arrivati da Maroni, Bondi, D’Onofrio. Fini l’ha rimproverato, Berlusconi non si è fatto sentire. «Cercherò di presentare liste dell’Italia di mezzo alle prossime amministrative, scegliendo di volta in volta chi sostenere: a Genova, la Vincenzi; a Palermo, si vedrà. Mi interessa di più costruire alleanze vaste, e nuove. Fino a qualche giorno fa, quando c’era da scegliere, ero tormentato. Oggi non sono mai stato tanto sereno».