“Governo” Fausto, ovvero spronare Romano per guidarlo

20/09/2006
    mercoled� 20 settembre 2006

      Pagina 1 e 3 – Primo Piano

      LA STRATEGIA BERTINOTTIANA – PUNGOLARE IL PREMIER AFFINCH� RIFERISCA ALLE CAMERE, E SCELGA IN PUBBLICO UNA LINEA DIRIGISTA IN ECONOMIA

        Fausto, ovvero spronare Romano per guidarlo

          Riccardo Barenghi

            UNA giornata caotica che si conclude e ricomincia senza sosta, colpi di scena uno dopo l’altro, ribaltoni temuti, ribaltini praticati, soddisfazione e malumori nella maggioranza (e anche una certa furia dall’altra parte dell’Atlantico), soddisfazione e basta dall’altra parte, visto che l’opposizione in Senato � riuscita a mettere in minoranza la maggioranza per due volte. Conclusione (provvisoria): sar� Prodi a parlare in aula del caso Telecom tra otto giorni.

              Prodi appunto, la giornata ha girato attorno al lui e al suo rifiuto categorico di partecipare in persona al dibattito parlamentare. Attorno a lui e attorno a Bertinotti, che ieri ha giocato una partita d’attacco usando come sponda l’opposizione.

              TANTO d’attacco – �Prodi venga in aula, cos� il Parlamento riassume la sua autorit� – che a qualcuno � improvvisamente apparso davanti agli occhi il fantasma del ‘98: la crisi del primo governo Prodi, provocata appunto da Rifondazione e coadiuvata (secondo la vulgata sempre smentita dall’interessato) da D’Alema.

                Invece stavolta l’intenzione del leader di Rifondazione era opposta, una sorta di mossa del cavallo che si pu� sintetizzare nella battuta �salvare Prodi da Prodi�. Oppure, per dirla con il capogruppo di Rifondazione a Montecitorio Gennaro Migliore, �a volte per essere pro Prodi bisogna essere contro Prodi�. Pare che per� Prodi non abbia affatto gradito, lui fino a ieri sera quel �pro� non se lo sentiva addosso. Tanto che la telefonata del primo pomeriggio con Bertinotti era stata piuttosto burrascosa, con il premier che accusava la sua maggioranza di averlo �lasciato solo a farlo processare dalla destra�. E con il presidente della Camera che cercava di spiegargli quanto fosse �insostenibile che tu non venga qui con l’opposizione che minaccia di disertare l’aula�. Alla fine il presidente del Consiglio ha accettato, o meglio ha sub�to, la pressione che veniva da Roma. E non solo dal presidente della Camera ma anche da altri settori della maggioranza, compresi quelli di stretta osservanza prodiana.

                  Dunque l’argomento principale che Bertinotti ha usato col premier � stato quello dei rapporti con l’opposizione, anzi con tutto il Parlamento. Una sorta di richiamo alla democrazia. Ma non � certo questa la ragione principale per spiegare la mossa del leader di Rifondazione, il quale ha voluto semmai segnare ancora una volta la sua impronta sul governo, gestendo la partita cos� da ipotecare in un certo senso il risultato finale (come fece nel ‘97 con la legge sulle 35 ore). L’obiettivo che il presidente della Camera vuole raggiungere � infatti un Prodi che venga s� in Parlamento perch� cos� � giusto che sia, ma che soprattutto disegni a grandi linee il futuro della politica industriale, optando per una soluzione �pubblica�, ossia riproponendo un ruolo dello Stato nei settori strategici del paese, rete telefonica compresa. Chi la chiama nuova Iri, chi Programmazione, chi dirigismo, in ogni caso � di questo che si sta parlando. Ne viene fuori cos� un Bertinotti che non vuole affatto far fuori Prodi ma che anzi cerca di salirgli in groppa per guidarlo, nel metodo (in Parlamento) e nel merito (mano pubblica nell’economia).

                    Che gli riesca o no � tutto da vedere, intanto perch� bisogner� capire cosa pensi realmente il premier di tutta la partita, anche se la sua opzione strategica (almeno a leggere il piano scritto da Angelo Rovati che di solito sa interpretare bene il pensiero di Prodi) sembra pi� vicina a quella di Bertinotti che ad altre. Ma le altre non sono certamente irrilevanti, pesano e si sono fatte sentire anche ieri. Ds e Margherita non stanno certo a guardare, soprattutto i primi, peraltro non uniti come una falange macedone al proprio interno, che dell’iper-attivismo di Prodi soffrono parecchio e non vedono l’ora di ridimensionarne le ambizioni. Sia sul piano strettamente politico, la gestione troppo �personalistica e autarchica� del governo e della sua immagine (e dei suoi errori), sia su quello dell’indotto: le grandi imprese, le banche, insomma il potere economico di riferimento. Sia ovviamente anche nel merito della questione: nessun ritorno dello Stato nella gestione dell’economia.

                      La partita insomma � appena cominciata e rischia di essere piuttosto impegnativa per tutta l’Unione, che gi� fatica non poco a reggere l’urto di un’opposizione agguerrita e che segna un punto dietro l’altro. Una maggioranza debole e divisa dunque – ma questa non � una novit� – ma che si trova adesso ad affrontare la prima vera prova del fuoco, due match micidiali in contemporanea e legati l’uno con l’altro dal titolo �Politica economica e industriale�: l’affare Telecom con tutti i suoi derivati, e la legge finanziaria con tutte le sue trappole. Sono campi di gioco insidiosi, dove le scelte strategiche, che gi� dividono questo da quello e quello da quest’altro, vengono contaminate dal bisogno di costruirsi un potere economico compiacente o un consenso elettorale compiaciuto. L’Unione corre il serio rischio di uscirne con le ossa rotte o addirittura di non uscirne affatto. Questo almeno spera Berlusconi, che infatti si � improvvisamente rianimato.