“Governo” Farmacisti-padroni, di nome e di fatto

28/07/2006
    venerd� 28 luglio 2006

      Pagina 11 – Interni

      In primo piano

        IL CONFRONTO
        Solo in Italia cos� tanti privilegi per la �casta� degli speziali

          Farmacisti-padroni, di nome e di fatto

            Vittorio Emiliani

              La gente in Italia non lo sa, ma una aspirina costa da noi due volte pi� che in Francia e quattro volte pi� che in Germania. In Grecia, al turista italiano sbalordito pu� capitare di vedersi offrire spontaneamente, per appena 0,58 euro, il depon, un medicinale equivalente alla tachipirina la quale da noi costa 7,20 euro. Adesso si capisce perch�, sul solco tracciato dai tassisti, i farmacisti proprietari (da non confondere coi loro commessi laureati) continuino nella lotta dura ai decreti Bersani sulle liberalizzazioni. Eppure l’antica corporazione degli speziali non viene investita in modo decisivo dalla liberalizzazione. Con essa si consente la vendita nella grande distribuzione – ma in appositi settori e alla presenza di farmacisti laureati – dei cosiddetti farmaci “da banco”, vendibili cio� senza ricetta. Farmaci i quali rappresentano in Italia una quota modesta del fatturato delle nostre farmacie: appena l’11,3 per cento (al Sud � molto meno), contro il 25 per cento della vicina Svizzera, il 24 del Regno Unito o il 20 circa della Francia. Fra l’altro, non � detto che la messa in vendita nei supermercati e negli ipermercati dei prodotti da banco eroda per intero quella quota di fatturato.

                Una seconda misura governativa permette la formazione, entro certi limiti, di catene di farmacie gestite da societ�, come avviene all’estero, in numerosi Paesi. Una terza misura riduce a due anni (dai dieci attuali!) il tempo di attesa consentito agli eredi di una farmacia per subentrare con la vedova, con un figlio o con un nipote laureato in Farmacia nella titolarit� dell’esercizio ereditato. Perch�, allora, tanta durezza nella protesta?

                Perch� i farmacisti proprietari temono il gioco del domino, paventano cio� che queste siano le prime carte destinate a far cadere poi l’intero mazzo. Ma, anche questo effetto non � attribuibile all’attuale governo. Dal 1861 in qua si � creata nell’Italia delle farmacie una situazione sempre pi� lontana dall’Europa dove vige da decenni una ben pi� attiva concorrenza fra gli esercizi farmaceutici, dove questi non sono una concessione pubblica divenuta vendibile ed ereditabile (in modo protetto). Difatti, il 28 giugno scorso, la Commissione Europea ha deciso di deferire l’Italia alla Corte di giustizia giudicando la sua legge sulle farmacie incompatibile con la libert� di stabilimento e con la libera circolazione di capitali.

                Il governo Prodi, quindi, ha intrapreso come strategia la liberazione del Paese da blocchi e privilegi corporativi, ma lo sta facendo in linea con l’Unione Europea. Non per conto proprio.

                I farmacisti proprietari obiettano che in Italia vengono meglio tutelati i diritti della salute. Cosa che poteva essere vera fino agli anni 60, prima cio� che la farmacia diventasse un luogo, garantito certo, di smercio, in cui per� si vendono, assieme ai farmaci, tutti i possibili prodotti di bellezza, i profumi e i balocchi. Il che ha corroborato i bilanci delle farmacie divenute un poco pi� numerose (ma siamo sempre lontani da quell’indice di 1 ogni 3.000 abitanti reclamato dai socialisti Prampolini e Turati nel remoto 1913). Al punto che spetta al nostro Paese il record europeo nel ricavo medio della distribuzione farmaceutica: + 34 per cento rispetto alla media UE, pi� del doppio rispetto al Regno Unito.

                Non basta: siamo fra gli ultimi nella vendita di farmaci “generici” equivalenti, di minor costo e di pari efficacia. Evidentemente poco consigliati, spontaneamente, nelle nostre farmacie: essi infatti rappresentano appena il 4,2 per cento delle loro vendite, contro il 6,2 del Portogallo, il 12-13 di Austria e Francia, mentre in Germania essi costituiscono un terzo e nel Regno Unito addirittura la met� del totale.

                Lontani dall’Europa, quindi. Quell’Europa che in Olanda, Regno Unito, Svizzera, Norvegia, Irlanda consente catene di farmacie; che in almeno otto Paesi permette gi� la vendita fuori dalle farmacie dei medicinali senza ricetta, con una punta record dell’84,4 per cento in Olanda. Da sottolineare il fatto che in Italia il decreto Bersani impone comunque la presenza del farmacista anche al supermercato, mentre in numerosi altri Paesi della UE essa non � prevista, trattandosi spesso di self-service, magari installato presso un benzinaio. La soluzione prescelta in Italia � dunque meglio garantita per i cittadini ed apre le porte dell’occupazione a parecchi laureati: la sola Coop progetta di aprire 250 punti-vendita con tre farmacisti per ciascuno, quindi 750 posti di lavoro garantiti. Non � poca cosa. Con pi� servizi agli utenti per queste cosiddette cure libere.

                Purtroppo i cittadini italiani ignorano per lo pi� quale sia la situazione dei loro omologhi europei in materia di servizi farmaceutici e i media, specie i telegiornali, li lasciano in tale ignoranza dando voce, in pratica, ai soli proprietari di farmacie.

                Un fatto gravissimo, un deficit di informazione decisamente pericoloso. Quanto ai proprietari di esercizi farmaceutici, essi si sono cullati per decenni in una condizione di privilegio ereditata da tempi lontani, quando l’Europa si liberalizzava e noi ci chiudevamo nell’autarchia fascista e corporativa. Il grido �Ridateci Storace!� levatosi dai camici bianchi alla manifestazione di mercoled� e la presenza attiva alla stessa dei vari La Russa e Alemanno dice qualcosa in materia.

                Vadano avanti Prodi e Bersani, reclamino semmai che le posizioni del governo siano correttamente spiegate su giornali, tele e radiogiornali dove le “veline” che passano sono ancora quelle del governo Berlusconi, del tutto inerte in fatto di liberalizzazioni all’europea.