Governo e sindacati tra conflitti e abbracci (B.Ugolini)

31/07/2007
    lunedì 30 luglio 2007

    Pagina 4 – Economia

    La concertazione
    La storia

      Governo e sindacati
      tra conflitti e abbracci

        di Bruno Ugolini/Milano

          Non c’e mai stata, diciamo la verità, un’esperienza di concertazione che accontentasse tutti. Tra gli esempi è possibile citare quello del 1993, allorché, sotto l’egida del presidente Carlo Azeglio Ciampi, è varato un accordo assai complesso e che ancora resiste. La Confindustria dell’epoca non è soddisfatta e Luigi Abete minaccia persino le dimissioni. Un dissenso nascosto dalle cronache ufficiali.

          È una storia intricata quella delle intese tra grandi soggetti sociali e il governo. Rappresenta, alla sua nascita, un passaggio d’epoca. le associazioni dei lavoratori e quelle degliimprenditori avevano cercato, fino ad allora, di tutelare i rispettivi interessi, confrontandosi e scontrandosi. ma si rendono conto che salari e profitti sono condizionati dalle politiche generali (fisco, pressi, tariffe, investimenti). E si comincia a parlare di programmazione e di "politica dei redditi". Con la sinistra sindacale spesso critica. Teme che alla fine il sindacato finisca col divenire un’istituzione come le altre, una specie di "avvocatura" per i lavoratori, slegato dalla base, con una centralizzazione di trattative e accordi. Ecco perché dirigenti come Luciano Lama e Bruno Trentin, memoridell’autocritica di Di Vittorio sul "ritorno in fabbrica" negli anni ’50, sono impegnati a tenere diritta la barra del timone confederale. E si battono prché le esperienze di concertazione non reprimano quelle che sono le conquiste più preziosedell’Autinno Caldo, ovverosia la possibilità di controllare e mutare le condizioni di lavoro attraverso il diritto alla contrattazione aziendale. E con loro sono impegnati uomini come Pierre Carniti, Franco Marini, Sergio D’Antoni, Giorgio Benvenuto, Pietro Larizza.

          Le origini di questo salto di qualità nella dinamica sociale risalgono forse al 1977, durante la "solidarietà nazionale", quando il Paese inizia, anche sotto la pressione criminale del terrorismo, un impegno che va dal Partito Comunista alla Democrazia Cristiana. La discussione comincia così ad affrontare temi come quelli relativi alla indicizzazione dei salari e si conviene di incidere sul sistema delle liquidazioni. Ma ecco, il 28 giugno 1981, ilprimo "protocollo" che chiama in causa le parti sociali. porta il nome del repubblicano Giovanni Spadolini, primo presidente laico dopo tanti presidenti democristiani. Esso fissa il principio, assai discusso a sinistra, del rapporto tra costo del lavoro e un’inflazione giunta al 20 per cento. È sotto accusa, tra l’altro, l’intesa del 1975 passata sotto la sigla Lama-Agnelli, e che ha portato al punto unico di contingenza. ma la fatica di Spadolini non trova uno sbocco concreto e la parola passa ad Amintore Fanfani e Vincenzo Scotti, nuovo ministro del Lavoro. I sindacati riescono ad elaborare una piattaforma di dieci punti e a consltare i lavoratori. Le richieste riguardano in particolare fisco e orario mentre la Confindustria pretende un taglio di 15 punti alla scala mobile. Nasce, il 22 gennaio del 1983, quello che sarà chiamato "accordo Scotti" e riguarda orari, tariffe, pensioni, contratti, contrattazione aziendale. Con qualche interpretazione sibillina, come quella relativa ai decimali di scala mobile.

          Più tardi, nel 1984, ecco un altro esempio di concertazione che non piace a tutti. Questa volta è Bettino Craxi che vuole costruire un patto sociale. Tutto sfocia nel 14 febbraio del 1984, giorno di San Valentino. Una festa dedicata agli innamorati ma non gradevole per la Cgil, con la corrente socialista che vorrebbe firmare l’accordo per tagliare la scala mobile e quella comunista che si oppone. Si fa molto sentire la pressione del Pci di Berlinguer che – dicono i critici – teme di essere tagliato fuori dalla rappresentanza maggioritaria del mondo del lavoro. C’e anche la possibilità di un compromesso sostenuto soprattutto, in Cgil, da Luciano Lama e Bruno Trentin, ma osteggiato da Sergio Garavini e da altri. Craxi, infatti, ha ridotto la su proposta e i sei punti da tagliare diventano quattro. È anche un intervento "una tantum" e non scalfisce, come sosteneva la Cgil, la contrattazione. Non se ne fa nulla, la proposta è approvata e anche il futuro referendum non la eviterà. La difesa dell’accordo separato di San Valentino è assunta dalla Cisl di Pierre Carniti che la motiva con l’incombere dell’inflazione galoppante: un vero e proprio cancro per i salari. È lo stesso Carniti che oggi, ad esempio, non reputa necessario "concertare" perché il fenomeno inflazionistico è stato debellato e il rischio è quello di annullare l’iniziativa sui luoghi di lavoro.

          Sono anni, verso la fine degli ’80, di divisioni sociali aspre e non sarà facile risalire la china. È segnalato, il 25 gennaio 1990, un tentativo chiamato "accordicchio", limitato ad affermare una dinamica coerente, sempre per favorire un calo dell’inflazione. Ma sono alle porte altri esempi, assai discussi, di concertazione. Come quello del 1992, quando il governo presieduto da Giuliano Amato impone un’intesa che, in sostanza, abolisce la scala mobile senza contropartite. Bruno Trentin, a differenza del suo vicesegretario Ottaviano Del Turco non è d’accordo, anche perché non ha alcun mandato del gruppo dirigente della Cgil. Ma firma quel protocollo con la consapevolezza che ilPaese sta andando a ramengo e bisogna impedirlo. Subito dopo consegna le proprie dimissioni e denuncia la presenza nel suo sindacato di un "male oscuro" derivante dalle correnti oliriche, lontane da logiche sindacali. Tali dimissioni sono poi respinte, viene avviato un processo di scioglimento delle correnti e un anno dopo, nel 1993, un altro maxi accordo, sotto l’egida del governo di Carlo Azeglio Ciampi, costruisce un nuovo sistema contrattuale al posto della scomparsa scala mobile. Un accordo tuttora vigente ma non applicato in tutte le sue parti.

          La strda della concertazione prosegue e nel 1998 trova unaltro accordo, con un patto che vede tra i protagonisti Massimo D’Alema, Ciampi e il neoministro del lavoro Bassolino. Nel nuovo patto un ruolo preponderante è dato alla formazione, mentre è mantenuto il sistema contrattuale del 1993, malgrado le tentazioni di introdurre mutamenti respinti dalla Cgil guidata ora da Sergio Cofferati. Il quale, poco più tardi, è chiamato ad un ruolo assai difficile:fare fronte ad un governo di centrodestra che alla concertazione preferisce la parola dialogo. I primi intoppi riguardano intoppi non firmati dalla Cgil. Uno sul part time e uno sui conratti a termine, gli stessi contratti che si è tentato, invano, nelle ultime settimane, di regolamentare diversamente. E si arriva al "patto per l’Italia" siglato dalla Uil e dalla Cisl di Savino Pezzotta. La Cgil non ci sta, punta il dito su quell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori che regolamenta i licenziamenti e li vorrebbe giustamente motivati. Ed è così che inizia una stagione di forte opposizione sociale guidata dalla sola Cgil di Cofferati, culminata in una manifestazione storica al Circo Massimo.

          E siamo ai giorni nostri, con un programma dell’Unione che nel 2006 per ben otto volte nel suo testo inserisce il termine "concertazione". mentre Romano Prodi al Congresso della Cgil sembra celebrare un matrimonio indissolubile. Tanto è vero che la sinistra interna alla Cgil lancia anatemi contro il rischio che il sindacato diventi suddito di un "governo amico". Arriviamo al 2007, al protocollo costruito da Cesare Damiano già segretario Fiom, oggi ministro del Lavoro. Un esempio di concertazione ricco. I lavoratori non sono più chiamati a dare, ma a ricevere. Anche se in quantità e modalità da qualcuno giudicate non soddisfacenti. Un negoziato intenso, ferito nelle ultime battute perché due impegni che sembravano incassati dal sindacato (un limite sicuro all’uso dei contratti a termine e nessuna agevolazione per le ore straordinarie di lavoro) non sono matenuti. Non si può, per questo, però, ignorare quanto è stato portato a casa.

          Certo la concertazione, come ha scritto Gian Paolo Baretta, co-segretario Cisl "non è né un orpello, né un metodo, né una tassa da pagare per il consenso". E aggiungeva: "La fatica della concertazione non prevede il veto (tema caro ai teorici del centrodestra) perché non prevede scorciatoie. ma non prevede unanimismi, perché il merito condiviso dai più, fa premio sugli schieramenti (fu così nell’84)". Tutto vero, però quando una grande organizzazione come la Cgil firma un protocollo, ma protesta con veemenza non si può far finta di nulla.