Governo e partiti marcano la Cgil

20/07/2007
    venerdì 20 luglio 2007

    Pagina 3 – mezza pensione

      Governo e partiti marcano la Cgil
      Oggi al direttivo la prova del fuoco

        Malumori e dissensi
        sulla conduzione
        della trattativa «senza
        scioperi ».Le quote,
        gli usurati,i giovani

        Loris Campetti

          Non sarà una riunione semplice, quella che oggi vedrà insieme a discutere i componenti del direttivo nazionale della Cgil. Sarà un bilancio,
          non soltanto sull’esito – ammesso che ci sia – della trattativa con il governo sulle pensioni, ma sulla stessa conduzione del con-fronto. Ci sono situazioni in cui il metodo è importante quanto il merito, anzi contribuisce a determinarne la qualità. In poche parole, il metodo è la democrazia. E questa è una delle note dolenti. Partiamo dunque proprio dal metodo.

          Nel pomeriggio di ieri, mentre giravano le voci più disparate sull’agognata proposta di Prodi ai sindacati, il gruppo dirigente della
          Cgil era frantumato in tante riunioni politiche con i partiti di riferimento.
          Chi con Fassino (Ds o, se si preferisce, Pd), chi con Mussi (Sinistra democratica), mentre Rifondazione mandava segnali di fumo ai suoi quadri sindacali. Di cosa si discuteva in queste riunioni? Per usare un termine gergale, di «punti di caduta», cioè del massimo di mediazione accettabile rispetto al pr-gramma dell’Unione che prevedeva
          l’abolizione dello scalone maroniano. Qualcuno è arrivato a parlare
          di balcanizzazione della Cgil che, secondo il coordinatore dell’area
          programmatica Lavoro e società interna alla maggioranza, Nicola Nicolosi, «mette a repentaglio l’autonomia della Cgil». E tu, gli chiedo, con chi eri riunito? «Con i compagni del coordinamento nazionale Lavoro e società, nella sede della Cgil. Mi preoccupa seriamente che i partiti, qualunque essi siano, dettino la nostra linea e i punti di caduta. Mi preoccupa il modo in cui è stata affrontata questa trattativa da parte dei sindacati che, invece di sostenere il confronto con la mobilitazione dei lavoratori, si sono fatti immobilizzare dalla paura della crisi di governo. In alcune aree geografiche si è scioperato, e così in alcune categorie come
          quella dei metalmeccanici, ma da parte della Cgil è mancata una regia, cioè la volontà politica».

          Neanche il segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini, ha partecipato a riunioni «politiche» in casa d’altri. Tra i metalmeccanici della Cgil la questione della democrazia è centrale tanto quanto
          l’autonomia, al punto che arrivano a parlare di indipendenza (dai partiti, dal governo, dai padroni). Di conseguenza, non può che essere negativo il giudizio su una tratta- tiva che ha lasciato a casa i diretti interessati, fuori da un tavolo formale di confronto con mandati chiari e democraticamente definiti. Una trattativa, dicono in Fiom, inficiata dal ricatto irricevibile dell’eventuale crisi di governo. C’è in-fine un punto fondamentale, non sottoponibile a trattative: qualsiasi accordo raggiunto dai segretari confederali con il governo non avrebbe validità se non fosse sottoscritto dalla maggioranza dei lavoratori con lo strumento del referendum. Anche per Nicolosi e la sua area programmatica «il referendum non è in discussione».

          Poi c’è il merito dell’eventuale accordo, cioè il «punto di caduta». Per la maggioranza della Cgil potrebbe essere accettabile – qualora il direttivo di oggi dovesse dare un mandato positivo – una delle ipotesi circolate nel pomeriggio di ieri: l’innalzamento dell’età pensiona-bile da 57 a 58 anni avendo maturato 35 anni di contributi, fatti salvi però i 57 anni per i lavoratori «usurati» (quelli vincolati alla catena o su turni) e le finestre di uscita per chi abbia raggiunto i 40 anni di contributi (la generazione che ha iniziato a lavorare, in regola, prestissimo). La Cgil sarebbe anche
          orientata ad accettare il sistema delle quote: quota 95 come somma dei contributi e dell’età anagrafica nel 2010 e quota 96 nel 2012 (il che porterebbe a 61 anni l’età minima per andare in pensione). In questo caso, però, dovrebbero essere garantiti i 60 anni per le donne. Quote che dovrebbero almeno essere flessibili, cioè il prodotto della somma di due valori variabili. Non è chiaro invece il punto di un eventuale accordo sulla modifica dei coefficenti che riguarda direttamente le generazioni più giovani.

          La Fiom non sarebbe disposta ad accettare l’introduzione delle quote se non venissero garantite le quattro finestre di uscite per chi ha più di 40 anni di versamenti contributivi: «Sarebbe davvero un’esagerazione». Nicolosi denuncia la cultura dominante che punta a cancellare le pensioni di anziantità e teme le quote perché teme un’ulteriore perdita di credibilità tra i lavoratori che hanno iniziato a lavorare da giovanissimi, «soprattutto al nord. Anche al sud si iniziava presto a lavorare, ma al nero. Al direttivo della Cgil ci misureremo nel merito dell’eventuale accordo». Senza escludere a priori un voto negativo di Lavoro e società
          che sancirebbe una rottura della maggioranza della Cgil.