“Governo” Damiano: più soldi per le pensioni

04/01/2007
    giovedì 4 gennaio 2007

    Pagina 3 – Primo Piano

      RIGORE E RIFORME

        Damiano: meno tasse?
        Prima più soldi per le pensioni

          Il ministro avverte la maggioranza: sulla previdenza si tratta con i sindacati, nessuno giochi al rilancio

            Enrico Marro

              ROMA — «La campagna elettorale è finita da un bel pezzo e ora al governo c’è il centrosinistra, al quale, non c’è dubbio, si deve la parte rilevante del buon risultato sul fronte del risanamento dei conti pubblici». Il ministro del Lavoro, Cesare Damiano, replica così al leader dell’opposizione, Silvio Berlusconi. Damiano è uno dei più interessati a rivendicare il boom delle entrate. Per due motivi: «Perché esso si deve anche alla lotta all’evasione fiscale e contributiva che abbiamo intrapreso, per esempio sospendendo oltre 400 cantieri in nero e facendo emergere 36 mila lavoratori edili, e che continuerà con i provvedimenti contenuti nella Finanziaria». E perché «una parte delle maggiori risorse dovrà essere utilizzata al tavolo della trattativa con i sindacati per la riforma delle pensioni e degli ammortizzatori sociali».

              Ma la Finanziaria, all’articolo 1, dice che le maggiori entrate strutturali devono finanziare la riduzione delle tasse.

              «Credo che bisognerà trovare un punto di equilibrio tra questa esigenza e quella di migliorare lo stato sociale. Nella mia agenda ci sono sei punti».

              Quali?

              «La revisione dello scalone previsto dalla legge Maroni (l’aumento da 57 a 60 anni dell’età minima per la pensione, ndr.); i lavori usuranti, i contributi figurativi ai fini pensionistici durante i periodi di disoccupazione; la totalizzazione dei contributi; il miglioramento delle pensioni in essere, come previsto dal memorandum sottoscritto dai sindacati; la riforma degli ammortizzatori sociali. Questi interventi richiedono risorse aggiuntive».

              Quante?

              «Non lo so ancora. Al momento opportuno faremo i calcoli. Per ora avanzo una richiesta politica affinché il governo faccia le scelte conseguenti».

              Una richiesta destinata a scontrarsi col fatto che il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, ha già contabilizzato i risparmi previsti dallo scalone, a regime circa 9 miliardi di euro annui, e non intende rinunciarvi.

                «È evidente che sulle pensioni non si può oscillare tra due estremi, cioè tra l’ipotesi di mantenere lo scalone e l’ipotesi di cancellarlo. Bisognerà trovare invece un equilibrio tra la revisione dello scalone, il fatto che la vita media si è allungata e la revisione concordata dei coefficienti di calcolo previsti dalla riforma Dini».

                È la «strada intermedia» indicata in un’intervista al Corriere dal presidente del Nucleo di valutazione della spesa previdenziale, Gianni Geroldi, che propone appunto di sostituire lo scalone con un aumento graduale dell’età prima a 58, poi a 59 e così via nel corso degli anni.

                «Io non formulo ancora ipotesi tecniche ma è noto che Geroldi è un mio stretto collaboratore e mi pare che abbia semplicemente indicato una sua strada di buonsenso. Ma sarà la concertazione con le parti sociali a trovare la soluzione».

                Intanto i tempi si allungano. Il governo non arriverà a una proposta unitaria, ammesso che ci riesca, prima della fine del mese perché nel frattempo le diverse forze politiche faranno convegni per elaborare le rispettive proposte. E anche il presidente del Consiglio, Romano Prodi, dice che non c’è fretta.

                «Anche io sono tra coloro che non hanno fretta perché la cosa più importante è che ci sia una discussione politica nel governo e nella maggioranza per arrivare a una posizione unitaria e non ci siano poi sorprese nella trattativa».

                Non avvenga cioè un gioco allo scavalco tra Rifondazione comunista e la Cgil?

                «La posizione unitaria è indispensabile per evitare che in corso d’opera ci sia qualcuno che possa dire "così non basta" e rilanciare con altre richieste. Invece, tutti i partiti devono essere vincolati alla linea che si concorderà prima di cominciare la trattativa con le parti sociali».

                Ma se si aspetta il consenso di tutte le forze della maggioranza, si finisce per consegnare un potere di veto a qualcuno, in particolare alla sinistra radicale.

                «Il governo finora ha dimostrato di saper assumere posizioni unitarie in tutti i momenti cruciali. Certo quello sulle pensioni sarà un confronto molto delicato, ma io confido nel ruolo di garanzia e di sintesi che sarà svolto dal presidente del Consiglio. Per questo ho chiesto una regia politica di Palazzo Chigi sull’intera materia. E certo non si può essere d’accordo col premier solo quando ti dà ragione».

                Ma lei sa benissimo che il problema della riforma sta nel fatto che la sinistra radicale è restia ad accettare un aumento sia pure graduale dell’età pensionabile, oggi ancora a 57 anni, quasi fosse un tabù.

                «Per questo io dico che la trattativa deve tenere insieme anche altri punti, come la definizione dei lavori usuranti, dove può essere aggiornata la lista fatta a suo tempo, e la riforma degli ammortizzatori sociali. Quanto all’età, nel memorandum firmato con i sindacati, si fa riferimento al fatto che la durata media della vita si è allungata. Quindi anche questo punto va affrontato non in un’ottica di far cassa».

                I conti però devono tornare. Se si abbassa lo scalone, si risparmia meno.

                «Non è un caso che io parli di revisione e non di abolizione dello scalone e non è un caso che io leghi la misura della revisione alle risorse che saranno disponibili. Su questo il governo è chiamato a scegliere. Vorrei però dire che una soluzione si dovrebbe trovare perché qui non stiamo parlando di una nuova riforma. Ne abbiamo già fatte tre negli anni Novanta, come ha ricordato Prodi. Stiamo invece proponendo un aggiustamento del sistema».

                Lei un riformista, fin dai tempi della sua militanza nella Fiom-Cgil. Ora i riformisti si sentono sempre più a disagio per la piega che sta prendendo il dibattito sulle pensioni. Temono che a vincere sarà la sinistra massimalista. Anche per questo un esponente importante dei Ds come Nicola Rossi ha deciso di non rinnovare la tessera.

                «Mi auguro che Nicola ci ripensi. Non sempre ho avuto le sue stesse opinioni, ma gli riconosco un’intelligenza politica e il fatto di rappresentare spesso un punto stimolante nel dibattito. Detto questo, non credo che i riformisti si debbano lamentare. La Finanziaria contiene anche la loro, la nostra impronta. E ora i riformisti sono chiamati a dare il loro contributo anche sulla revisione della previdenza e del welfare. La trattativa è tutta da fare e quindi è prematuro trarre conclusioni».