“Governo” D’Alema nero (R.Barenghi)

22/02/2007
    giovedì 22 febbraio 2007

    Pagina 8 – Interni/Primo Piano

      LA CRISI
      GLI SCENARI

        Filo spezzato. Aveva messo in conto
        la possibilità di una caduta: «C’era
        bisogno di un momento di verità»

          D’Alema nero:
          “Io al Governo non torno”

            Personaggio
            La sconfitta del ministro più popolare

              Riccardo Barenghi

                ROMA
                Subito dopo il voto, si è seduto in una stanza del Senato ed è restato lì qualche minuto in silenzio, senza una parola. Poi ha detto: «E’ stata una sfiducia nei miei confronti, adesso devo riflettere e profondamente». Poco dopo però si è ripreso e quando ha raggiunto palazzo Chigi, i suoi stretti collaboratori raccontano che D’Alema «non era certo felice, ma lo abbiamo visto più furioso in altre occasioni». Tuttavia, parlando con una persona amica, le ha confidato che «stavolta non escludo che si vada a votare, ma non più tutti insieme. E quindi perderemo». In altre parole, il rischio che lui paventa è che si vada a elezioni anticipate con una coalizione diversa da quella attuale, magari senza la sinistra radicale, e dunque con una probabilità di sconfitta praticamente certa. Poi, in consiglio dei ministri, ha subito messo le carte in tavola: «Io mi dimetto comunque». Come a dire: mi sacrifico io se Prodi non intende mettere in gioco tutto il governo. Ma non ce n’è stato bisogno, visto che il premier non ci ha pensato due volte a salire al Quirinale.

                Questo era l’umore del Ministro degli Esteri ieri dopo la sconfitta del Senato. Spiegano i suoi che comunque l’evento era stato messo nel conto, si sapeva che la maggioranza era appesa a un filo. E adesso quel filo si è spezzato. «Lui comunque è sereno», sottolineano, e per ora non avrebbe parlato del suo destino personale. «Se rinascerà il governo Prodi – fanno sapere dal suo entourage, smentendo la voce che lo voleva deciso a non rientrare nel gioco – anche D’Alema resterà al suo posto. In ogni caso, c’era bisogno di un momento di verità. Ora c’è stato, anche se è paradossale che sia stato colpito il ministro col più alto consenso popolare. Dopo di che, bisognerà mettere le carte in tavola con la sinistra radicale da un lato e i cosiddetti teodem dall’altro: non è che possiamo riottenere la fiducia domani e andare di nuovo sotto dopodomani».

                Nella vita politica del Ministro degli Esteri, quello di ieri è solo l’ultimo dei paradossi: l’uomo più rappresentativo della sinistra italiana ha spesso subito sconfitte che, tra l’altro, ha sempre giudicato ingiuste. Come quella delle regionali del 2000, che lo costrinsero alle dimissioni da capo del governo. Con un gesto non richiesto, che però lui ha sempre rivendicato come esempio di coerenza. E che non a caso ha ricordato anche ieri in Senato. D’altra parte aveva annunciato la sua sfida già la sera prima, da Ibiza: «Senza maggioranza si va a casa». E così è stato.

                Eppure non sembrava che così dovesse andare. Sia nel suo discorso di apertura, sia nella sua replica, D’Alema appariva tranquillo, uno che sa il fatto suo. Tanto che ha voluto scommettere sulla sua maggioranza sfidando a viso aperto il centrodestra, dicendo chiaramente che i loro voti lui non li voleva perché la sua politica non è in continuità con quella di Berlusconi. Anzi, semmai è «in radicale discontinuità». Tanto tranquillo appariva che a un certo punto lo abbiamo incontrato che usciva dall’aula per cercare un bagno: «Finalmente riesco a fare pipì», scherza passando. E quando esce rimprovera Salvi: «Cesare, tu che qui sei un’autorità, dovresti occuparti dei bagni del Senato…non ce ne sono abbastanza».

                Racconta Gianni Cuperlo, che con D’Alema ha lavorato parecchi anni: «Quando ho sentito in tv il suo discorso di replica, così giustamente orgoglioso della sua politica estera, ho pensato che evidentemente la maggioranza aveva i voti necessari. Invece non era così, ma io non penso che Massimo abbia sbagliato tono e contenuti. Perché se invece avesse usato il basso profilo, magari per acchiappare qualche voto dall’altra parte, lo avrebbero accusato di essere un opportunista. Ma lui non lo è. E ieri lo ha dimostrato».

                Naturalmente, visto che si tratta di D’Alema, non possono mancare le voci che parlano di complotto. C’è chi si ricorda del ‘98, quando fu sì Bertinotti a far cadere Prodi, ma Marini, Cossiga e, appunto, D’Alema furono accusati di aver ordito la trama per portare l’allora leader del Pds a Palazzo Chigi. E ieri questi tre hanno giocato la partita in posti chiave, Cossiga che vota no, Marini che presiede il Senato, D’Alema che fa il ministro. Sono voci che si rincorrono, e che vengono dichiarate «sciocchezze» da Cuperlo e da molti altri. Ma c’è anche chi dice che D’Alema potrebbe aver pensato che con un governo sempre appeso a un nulla, non si poteva più andare avanti. E che quindi tanto valeva giocarsi la partita fino in fondo, in modo che se la maggioranza avesse votato compatta, bene. E se no, male: ma almeno la situazione si sarebbe chiarita. E, dicono i più maligni, magari un domani D’Alema potrebbe ritrovarsi di nuovo premier.

                Voci poco credibili, anche perché è difficile pensare a un D’Alema che si trasforma in kamikaze, si fa sfiduciare e poi viene catapultato per miracolo divino al posto di Prodi. Ma la politica è fatta anche di voci che magari alla fine diventano ipotesi politiche. Oggi fantascientifiche, domani chissà.