“Governo” D´Alema: chi ostacola Prodi fa un danno enorme

30/01/2007
    martedì 30 gennaio 2007

    Prima Pagina (segue a pagina 9) – Interni

    L´INTERVISTA

    Appello del ministro degli Esteri a frenare le polemiche. "È uno stillicidio che logora l´esecutivo" "Basta alzare bandiere di partito le nostre liti stancano la gente"

      D´Alema, altolà a Mastella e Pecoraro: facciano i ministri. "Veltroni? Candidarlo ora è solo un danno"

        «Basta liti, o il governo cadrà»

        D´Alema: chi ostacola Prodi fa un danno enorme

          Massimo Giannini

          Roma
          «Lancio un appello sommesso ai nostri alleati. Sto per partire per il Giappone. Al mio ritorno, fatemi trovare il governo…». Massimo D´Alema prova a cavarsela con la consueta ironia. Sta preparando la valigia diplomatica per il viaggio di Stato a Tokyo, che lo terrà lontano dall´Italia per una settimana. Sulla sua scrivania, alla Farnesina, campeggia il sondaggio Ipr, che dopo la «lenzuolata» di Bersani dà il governo in ripresa. Il vicepremier e ministro degli Esteri è «molto soddisfatto» per questo. Ma esprime anche una profonda inquietudine per un quadro politico che, tra liti sull´Afghanistan e crociate sui Pacs, rischia di frantumarsi: «Per favore – dice D´Alema – evitiamo di sfasciare tutto. Abbiamo superato l´ostacolo della Finanziaria, le liberalizzazioni sono apprezzate dall´opinione pubblica. Il clima nel Paese sta cambiando, e noi stiamo lentamente risalendo la china. Basta con questo stillicidio di polemiche. La gente non ne può più. E noi rischiamo di pagare le conseguenze di tanto logoramento».

          Ministro D´Alema, perché questo grido d´allarme? Vede all´orizzonte ostacoli peggiori di quelli già noti?

            «Siamo alla vigilia di eventi di enorme rilevanza sulla scena internazionale. Ci aspettano sei mesi cruciali. L´Italia è nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e nel gruppo di contatto sul Kosovo. Il semestre tedesco di presidenza europea incrocia l´esigenza di rilanciare il Trattato costituzionale della Ue. In primavera ci saranno le elezioni francesi, e un prevedibile cambio di leadership in Gran Bretagna. Il mondo sta cambiando in fretta. Non possiamo permetterci un governo "azzoppato" o perennemente a rischio».

            Teme davvero che il governo Prodi possa cadere, magari sull´Afghanistan?

              «Stiamo vivendo una situazione paradossale. Il governo ha superato le difficoltà obiettive della Finanziaria e ha ricominciato a riprendere quota e consensi. Sulla politica economica i conti pubblici sono sulla via del risanamento, e la seconda ondata di liberalizzazioni incontra il netto favore dell´opinione pubblica. In politica estera, anche se il quadro internazionale è segnato da tragici conflitti – ma d´altro canto nessuno poteva illudersi di propiziare in pochi mesi la pace mondiale – tuttavia l´azione dell´Italia è forte, visibile e riconosciuta. Eppure, tra i partiti della maggioranza c´è chi stenta a cogliere la stagione positiva che si sta aprendo, lasciando così il campo a dispute incomprensibili e ricerche di visibilità che finiscono solo per creare un clima di costante, rischiosa instabilità».

              Vengono al pettine i nodi irrisolti, che il programma dell´Unione aveva affrontato in modo volutamente generico. Proprio a partire dalla politica estera, dove cresce pericolo dei dissidenti al Senato.

                «Quei nodi si sciolgono proprio stando all´attuazione del programma. Sull´Afghanistan l´ipotesi del ritiro è insensata e irrealistica, proprio perché nel programma noi abbiamo accettato e rilanciato il principio del multilateralismo e della partecipazione alle iniziative di peacekeeping promosse sotto l´egida delle Nazioni Unite e sostenute dalla Ue. Uscire da questo quadro sarebbe una scelta dannosa e unilaterale».

                Sui Pacs la contesa è altrettanto spinosa. Non rischiate di scivolare anche lì?

                  «Anche sul riconoscimento delle unioni di fatto il programma forniva un´indicazione di fondo. Noi siamo per disciplinare quelle unioni, in modo equo ed equilibrato. Invece si è sviluppato un dibattito assurdo, che ha trasformato astratti principi morali in una sorta di persecuzione punitiva nei confronti di numerosi cittadini italiani. Estendere alle persone che convivono alcuni diritti fondamentali corrisponde ad un principio di eguaglianza e solidarietà, e non rappresenta minimamente un vulnus per il matrimonio. Sa com´è, io mi sono formato nella cultura europea, che è ispirata alla libertà e alla tolleranza…».

                  Lasciamo stare la cultura, e parliamo di politica. Come si risolvono questi conflitti, che minacciano la vostra tenuta?

                    «Qui sta il punto. Io chiedo che ognuno di noi sia coerente con il patto di governo, e mostri il senso di responsabilità che la situazione attuale ci impone. In questo momento chiunque ostacola il governo, in nome della visibilità personale o dell´identità di partito, fa un danno enorme, che non vorrei diventasse irreparabile. Significa che dobbiamo smetterla di litigare, perché per il cittadino medio, quando i partiti di governo litigano tra loro, l´atteggiamento prevalente non è capire chi ha ragione ma condannare in blocco tutti quelli che litigano».

                    Giustissimo. Lei sta chiedendo agli alleati riottosi di non disturbare il manovratore?

                      «Io chiedo agli alleati coesione e condivisione. Chiedo di ammainare le bandiere della distinzione. Anche chi ritiene di alzare bandiere giuste, molto spesso, desta fastidio nel cittadino».

                      Con chi ce l´ha? Faccia qualche nome.

                        «Sia chiaro, lo dico senza alcuna intenzione polemica, e con spirito assolutamente costruttivo verso i miei amici e "colleghi". Ma Pecoraro Scanio vincerà la sua battaglia se saprà imprimere una svolta sul grande tema dell´ambiente, non se continuerà a dire "ritiriamoci da Kabul". Mastella avrà più voti se farà bene il suo lavoro di ministro della Giustizia, non se continuerà a minacciare la crisi sui Pacs. Insomma: chi governa non deve alzare bandiere, deve risolvere problemi: si tratta di rimettere in movimento il Paese e insieme di aiutare le persone a vivere meglio. Questa è la vera sfida, su questo il governo di centrosinistra si gioca il suo futuro».

                        Altro che futuro, si continua a parlare del dopo-Prodi, di governi tecnici, di elezioni politiche collegate alle europee del 2009…

                          «Questo è il dramma italiano, che prescinde dai destini del nostro governo. Il male antico di questo Paese nasce dalla convivenza difficile tra la logica del maggioritario e la cultura del proporzionale. Il nostro è l´unico Paese al mondo in cui un governo vince le elezioni, e sei mesi dopo riparte una surreale campagna elettorale, che mette insieme nello stesso calderone le amministrative, le europee, le regionali, le primarie, le politiche. C´è in tutta evidenza una "malattia italiana", fatta di immaturità e di fibrillazione, alla quale concorre anche un certo sistema dell´informazione. Tutto questo richiederebbe un serio esame di coscienza».

                          Non ricominci con l´invettiva contro i giornali. Questa malattia italiana nasce e cresce dentro la politica. Dovete essere voi a risolverla, non le pare?

                            «Certo, il primo dovere è della politica. Ma in questo momento io sono convinto che, per noi, il primo dovere democratico è quello di difendere il governo, lavorare per la sua tenuta e accrescere la sua forza. Pena il rischio di spazzare via il bipolarismo. Questo lo devono sapere non solo i nostri alleati, ma anche tutti quelli che manovrano per soluzioni alternative non meglio precisate. Se salta il governo Prodi, può saltare l´intero assetto bipolare del Paese. Sarebbe un disastro per tutti, e non certo solo per il nostro centrosinistra».

                            Più che evocare i complotti, non dovreste fare le riforme?

                              «Questo è il secondo dovere che la politica deve adempiere. Dobbiamo rimettere in moto le riforme del sistema politico. L´obiettivo principale è creare meccanismi che consentono la formazione di maggioranze di governo più forti e omogenee. Io resto convinto che la soluzione migliore sia quella del doppio turno. Il sistema delle elezioni comunali funziona bene proprio per questo, oltre che per la forte investitura del candidato sindaco».

                              Ne parlate da mesi, ma non riuscite a combinare granchè. Come fate a convincere i vostri cespugli, e poi il Polo?

                                «Dobbiamo partire da un´esigenza comune: il sistema attuale ha trasformato il maggioritario in una lotteria. Così non si può andare avanti. In tutta Europa i sistemi elettorali spingono ad unirsi e addirittura permettono alle maggiori forze politiche di governare anche da sole. Noi dobbiamo tendere allo stesso obiettivo. Il problema è capire se Berlusconi e Fini voglio affrontare una riflessione seria su questo. Continuare a modellare la legge elettorale secondo i propri bisogni congiunturali sarebbe un errore catastrofico».

                                Un errore altrettanto catastrofico non è il ritardo con cui marcia il partito democratico? Un´accelerazione del progetto non sarebbe la risposta migliore ai rischi di frammentazione, e ai pericoli di destabilizzazione interna del governo?

                                  «Sì, ma questa risposta è già nei fatti. L´accelerazione è già stata impressa. Anche qui dobbiamo essere fortemente ancorati alle cose concrete. Il partito democratico si misura sulle richieste di cambiamento che arrivano dalla società italiana. Non può e non deve più essere solo una disputa storica sulle diverse identità culturali del ‘900. Il partito democratico deve proporsi come una grande forza di innovazione, autosufficiente e quindi capace di candidarsi, anche da solo, alla guida del Paese».

                                  «Oltre il socialismo», è la sua ultima tesi: colpisce, detta proprio da lei.

                                    «Sì, lo so che c´è chi equivoca. E non ho dubbi che se parliamo di "oltrismo" quello di Occhetto lavava più bianco del mio. Ma io non ho voluto liquidare il socialismo europeo, al quale siamo saldamente ancorati. Dico solo che quella non è mai stata un´opzione ideologica, bensì solo l´adesione a un campo di forze nel quale, oggi, il socialismo è una delle componenti, e non più la sola. All´estero l´hanno capito. E infatti gli stessi socialisti europei guardano con interesse al nostro esperimento, e al contrario di molti nostri connazionali non lo considerano come una "fuoriuscita dalla sinistra". Che ci vuole fare? Nel mondo i guardiani dell´ortodossia sono pochi… Molti di meno di quelli che esistono in Italia».

                                    Per restare al «dopo». Rimbalza sempre più forte il nome di Walter Veltroni. C´è davvero lui, dopo Romano Prodi?

                                      «Senta, siamo all´inizio del 2007. Mancano quattro anni al 2011. Veltroni è una personalità importante della sinistra e del futuro partito democratico. E´ portatore di innovazione politica e culturale. Ma non vorrei che, con certe campagne, gli si facesse del male».

                                        In che senso, scusi?

                                          «Essere messi in corsa, con una campagna di cui, non ho dubbi, Walter non è responsabile ma vittima, per un incarico che si renderà disponibile tra quattro anni: questa una condizione di enorme rischio. A meno che non lo si metta in corsa proprio con l´obiettivo di creare problemi al governo attuale».

                                          Quindi? Qualcuno nel centrosinistra lavora contro il Professore?

                                            «Io parto dall´idea che questo governo duri. Dopo le regionali del 2010 indiremo le primarie, e sceglieremo il nostro leader. Temo che il precipitare gli eventi produca solo destabilizzazione. E sono sicuro che Veltroni, uomo saggio, ne è altrettanto convinto. Nessuno fa guerre preventive contro di lui, sia chiaro. Ma se oggi si raffreddano gli animi, è meglio per tutti. Questo governo può e deve arrivare alla fine della legislatura».

                                            La domanda è: arrivarci come? Galleggiando, o risolvendo i problemi e superando l´eterna, anomala transizione italiana?

                                              «Condivido. Questo governo può raggiungere il traguardo di fine legislatura, ma deve farlo con tutta la forza, l´autorevolezza e l´autolegittimazione di cui c´è bisogno. Durare non basta. Dobbiamo fare scelte coraggiose. E dobbiamo farle nell´interesse del Paese, non di questo o quel leader, non di questo o quel partito».