“Governo” Casini e Fini provano la spallata a Prodi

05/06/2007
    martedì 5 giugno 2007

    Pagina 4 – Primo Piano

    Retroscena
    Girandola di contatti

      Casini e Fini provano
      la spallata a Prodi

        I leader Udc e An sondano Unione e Cdl: “Adesso o mai più”

          Ugo Magri

            ROMA

              Stavolta la «spallata» contro Prodi non la tenta il Cavaliere (che finora è andato a sbattere contro un muro). Ci stanno provando invece Fini e Casini, alacremente e di comune accordo. In vista del dibattito che si terrà domani al Senato sul caso Visco-Speciale, hanno messo in acqua tutti i siluri a loro disposizione. Sanno che Prodi difficilmente colerà a picco per il tradimento di questo o quel «cane sciolto»: è un anno che il centro-destra cerca senza successo, votazione dopo votazione, di ramazzare qualche dissidente. Per non ripetere gli errori del passato, hanno scelto di muoversi sul piano politico. E in una serie di colloqui riservati con interlocutori dell’altra sponda hanno lanciato un messaggio molto preciso: «Se vogliamo voltare pagina tutti insieme, liberandoci noi e voi di Prodi, questo è il momento giusto. O adesso o mai più».

              Fonti attendibili di An e dell’Udc rivelano che negli ultimi giorni, weekend compreso, i rispettivi leader hanno preso contatti «diretti o indiretti» con i seguenti personaggi di primo piano del centrosinistra: Piero Fassino, Massimo D’Alema, Francesco Rutelli, Lamberto Dini, Antonio Di Pietro e Clemente Mastella. Non viene specificato chi ha visto chi, il dove e il quando. L’unico colloquio alla luce del sole è avvenuto ieri tra Casini e Mastella (presente Cesa), ufficialmente per discutere di valori e famiglia ma in realtà, come negli altri pourparler di cui si ha notizia, per provare a intendersi sul «dopo». E su quello che potrebbe succedere nel momento in cui qualcuno, a sinistra, levasse il tappo che tiene a galla il governo.
              Ebbene, le fonti dei due partiti sostengono concordi che un margine di manovra ci sarebbe. Anzi, ormai tutto sembra ridursi a una questione di «approdo sicuro», per restare nella metafora marinara. In altre parole: chi non ne può più del Professore (praticamente tutti) chiede la garanzia che non solo Fini e Casini, ma lo stesso Berlusconi rinuncino a profittare della crisi di governo per portare il paese alle urne. Si vuole la certezza che un governo-ponte, istituzionale o tecnico che sia, duri abbastanza a lungo da permettere al centrosinistra di riorganizzarsi su nuove basi. Non tre o sei mesi, dunque, ma un anno e mezzo o due. Per esempio, fino alle elezioni europee del 2009.

              Una garanzia assoluta Fini e Casini non sono in grado di darla. Anzi, se le parole fossero pietre, quelle scagliate ieri sera da Berlusconi nel comizio a Desenzano non lascerebbero dubbi: il Cavaliere ha in mente solo le elezioni anticipate, vorrebbe prendersi la rivincita il più presto possibile. Non a Ferragosto, magari, quando l’Italia è in vacanza, ma appena riaprono le scuole. O comunque entro pochi mesi. Con simili premesse nessuno, a sinistra, sarebbe così folle da collocare la testa sotto la mannaia. E’ tuttavia una tesi sviluppata da Casini che in realtà Berlusconi, anche se mai lo ammetterebbe, nasconda una subordinata: dice no a un governo di tregua istituzionale perché tra pochi giorni ci sono i ballottaggi, e non vuol perdere voti. E poi perché c’è Bossi, contrarissimo alle larghe intese. Ma una volta che Prodi cadesse, nemmeno Silvio potrebbe impedire la nascita di un governo che faccia quantomeno la legge elettorale. Insomma, alla fine obtorto collo pure il Cavaliere si unirebbe alla comitiva.

              Vero? Falso? In via del Plebiscito sono perfettamente al corrente delle mosse alleate. Le monitorizzano con un mix di scetticismo e diffidenza. Come a sinistra non si fidano di Berlusconi, a Palazzo Grazioli non si fidano della sinistra. Bonaiuti: «Anche noi, in passato, avevamo tentato gli stessi contatti, pure a noi da quella parte erano sembrati attenti e disponibili. Salvo che poi non è mai accaduto nulla di concreto». Cicchitto: «Io non mi attendo che faccia saltare il banco proprio chi ha appena dato una mano a far fuori il Comandante della Finanza e il direttore dell’Ansa». Schifani: «Un governo istituzionale sarebbe la nostra rovina. Abbiamo già dato quando Scalfaro fece nascere il governo Dini. Doveva vivere pochi mesi, e invece… Finimmo per perdere le elezioni successive. Stavolta non ci caschiamo».

              Detta così, zero spiragli. Eppure, quasi a dimostrazione di quante facce abbia la politica, c’è chi nello stesso entourage berlusconiano riconosce che «con il Capo non si può mai mettere la mano sul fuoco». E «se in cambio della sua disponibilità finissero nel cassetto la riforma Gentiloni dell’emittenza, oltre a quella sul conflitto d’interessi», Berlusconi una mano potrebbe darla. Alla fine però. Perché, come osserva quel Beppe Pisanu, politico di lungo corso, «per confezionare una buona frittata bisogna prima rompere le uova». E compiere il grande passo senza ritorno di mandare a casa Prodi.