“Governo” Cade Prodi

22/02/2007

    giovedì 22 febbraio 2007

    Pagina 2 – Interni/Primo Piano

    Cade il governo Prodi
    Via alle consultazioni

    ROMA
    Duecentottantuno giorni, cioè nemmeno un anno, cioè un tempo da governo della Prima Repubblica. Eppure tanto è durato il primo esecutivo di Romano Prodi in questa XV legislatura, costretto ieri alle dimissioni per l’assenza di una maggioranza che ne approvasse, al Senato, le linee seguite in politica estera. Una bocciatura che ha riguardato le comunicazioni svolte sul tema da Massimo D’Alema, titolare della Farnesina, ma che ha inevitabilmente finito per travolgere l’intero governo. Alla già risicatissima maggioranza disponibile a Palazzo Madama sono venuti a mancare i voti di due «dissidenti» della sinistra radicale (Rossi e Turigliatto), quello di De Gregorio (Italia dei Valori) e di due senatori a vita (Andreotti e Pininfarina). In tal modo, l’obiettivo dei 160 voti necessari per approvare le comunicazioni di D’Alema è stato fallito: la maggioranza si è fermata a 158 e da quel momento è stato tutto un fulmineo precipitare verso la crisi.

    Romano Prodi è salito al Colle alle 19,20 ed ha trovato ad attenderlo il presidente Napolitano, precipitosamente rientrato a Roma da Bologna dov’era in visita ufficiale. Un colloquio brevissimo, appena una ventina di minuti, al termine del quale un comunicato del Quirinale informava che «il presidente del Consiglio Romano Prodi ha rassegnato le dimissioni». A seguire, la nota con la quale il Colle ha annunciato il calendario delle consultazioni, che inizieranno già stamane e, come da prassi, vedranno salire per primi al Quirinale i presidenti di Camera e Senato.

    Quella appena apertasi è in tutta evidenza una crisi non facile, e dagli approdi assolutamente imprevedibili. Al termine di un vertice serale a palazzo Chigi, Dario Franceschini – capogruppo dell’Ulivo alla Camera – ha annunciato che «siamo pronti a riconfermare piena fiducia al governo Prodi», ma la faccenda non è così semplice. Francesco Rutelli, vicepremier, la riassume con queste parole: «Vedremo nei prossimi giorni se le forze della sinistra radicale e quelle che hanno già perso dei rappresentanti al Senato, come l’Italia dei Valori col caso De Gregorio, e stanno registrando dichiarazioni dubbiose sul voto del decreto per le missioni italiane all’estero, sapranno riportare una affidabile disciplina nelle loro fila e scongiurare episodi di infedeltà come quello appena registrato». Una posizione, dunque, assai prudente: e che non assume affatto come scontata la riedizione di un governo Prodi.

    Del resto anche l’opposizione si muove con circospezione in questa fase d’avvio della crisi. Silvio Berlusconi non ha chiesto, come pure era lecito attendersi, il ritorno alle urne: più prudentemente, si è per ora limitato a chiarire che la soluzione alla crisi non potrà essere un Prodi-bis. Appena più morbida la posizione dell’Udc di Pierferdinando Casini, che chiede ad entrambi gli schieramenti di prender atto che nessuno dispone di una maggioranza al Senato e che è quindi «necessario un armistizio per poi sedersi attorno a un tavolo per cercare le risposte necessarie» a uscire dalla crisi. Ed è evidente che in una situazione così complessa vengano messe in campo tutte le ipotesi: fino ad elezioni politiche anticipate – ipotesi nient’affatto gradita al Quirinale – da abbinare al già previsto voto amministrativo di primavera.

    Era forse possibile evitare il precipitare della situazione? L’interrogativo è rimbalzato a lungo nelle file della stessa maggioranza di governo che, a crisi ormai aperta, ha riflettuto sui toni ultimativi utilizzati tanto da Prodi che da D’Alema alla vigilia del dibattito parlamentare di ieri. «Senza maggioranza sulla politica estera, si va tutti a casa», aveva avvertito il titolare della Farnesina. A molti era parsa una sfida forse eccessiva, considerata la esiguità della maggioranza al Senato. E una sfida, per altro, riproposta da d’Alema con ancor più nettezza nella sua replica alla fine del dibattito svoltosi a palazzo Madama: «Spero che questo dibattito si concluda nella chiarezza: chi condivide la nostra linea di politica estera la vota, chi non la condivide voti contro anziché dire che la sostiene, dicendo però che è un’altra rispetto a quella che è». Il voto, pochi minuti dopo, ha confermato una verità già nota a molti: una maggioranza che condivida la politica estera del governo non c’è più.

    [FE.GE]