“Governo” Analisi: Un sì contro il governo istituzionale (M.Franco)

01/03/2007
    giovedì 1 marzo 2007

    Pagina 5 – Primo Piano

    LA NOTA

      Un sì contro il governo istituzionale

      di Massimo Franco

        S tavolta le previsioni sono state rispettate. Ad una settimana dalla crisi, il governo di Romano Prodi riemerge intatto, anche se indebolito politicamente. Il premier può affermare di avere recuperato la maggioranza; e tentare di convincere gli alleati che la fiducia del Senato rilancia la coalizione. Ha avuto 162 voti, contro 157. Ma la sua fragilità, non solo numerica, è nei fatti. Il «sì» di esponenti del Prc come Franco Turigliatto è esplicitamente una tantum:

        diventerà un «no» sul rifinanziamento della missione in Afghanistan. E sulle coppie di fatto, la mossa prodiana di scaricare l’onere dell’approvazione o meno sul Parlamento, è abile. Eppure, non mette palazzo Chigi al riparo da una bocciatura.

        Il timore di regalare una rivincita ravvicinata a Silvio Berlusconi ha ricompattato l’Unione; ma senza che le divergenze che hanno provocato la caduta di Prodi siano state superate. Non bastasse, dalle consultazioni al Quirinale è emersa la volontà del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, di non sciogliere le Camere fino a che non sarà votata la riforma elettorale. E l’impossibilità di evocare il rischio di elezioni anticipate rende il premier oggettivamente più debole anche agli occhi della propria coalizione.

        Se Prodi dovesse gettare la spugna nei prossimi mesi senza essere riuscito a fare la riforma, è verosimile che si formerebbe un nuovo governo dal profilo istituzionale: sebbene adesso i diessini ne parlino come di una prospettiva irrealistica. Il «rilancio» auspicato dal presidente del Consiglio viene accolto come una parola d’ordine collegiale. Ma rischia di apparire una scommessa azzardata per l’Unione. Non perché il centrosinistra non voglia la stabilità: l’impressione è che non ci creda più come prima; che una parte della maggioranza stia pensando a quanto potrà succedere nelle prossime settimane.

        Per questo, gli applausi al premier sono apparsi sinceri, liberatori, e insieme quasi d’ufficio. A Palazzo Chigi erano rimasti negativamente sorpresi dal silenzio che aveva accompagnato il discorso del premier, martedì scorso. Si era acuita la sindrome dell’accerchiamento che Prodi e la cerchia dei consiglieri mostrano in questi giorni; e con qualche ragione. In privato, il capo del governo si era lamentato di essere stato lasciato solo dagli alleati. Ieri, la solitudine non c’è stata. E il tentativo di svelenire i rapporti col fronte berlusconiano continua. L’insistenza su una riforma elettorale «con la più ampia condivisione»; l’evocazione dell’instabilità come «il pericolo più grave» che corre l’Italia; i commenti favorevoli della stampa internazionale sui primi provvedimenti prodiani: sono elementi che il premier offre non solo ad un’opposizione arcigna, ma alla propria maggioranza disorientata e intimorita. Col voto di ieri sera, la paura è passata. Ma la preoccupazione no: e nemmeno la percezione di un governo in sella ma in bilico.