“Governo” Analisi: Il triangolo fatale (A.Minzolini)

22/02/2007
    giovedì 22 febbraio 2007

    Pagina 7 – Interni/Primo Piano

    Retroscena
    Le Bermude del governo del Professore

      Il triangolo fatale

        Chiesa-America-industria dietro i tre no dei senatori a vita

          Augusto Minzolini

            Ventiquattrore prima del «botto». In un incontro a Palazzo Chigi Romano Prodi si confessa con Gianfranco Rotondi, un ex-Dc che sta dalla parte di Silvio Berlusconi. Il motivo dell’incontro è insolito: la remissione di una querela del premier per la decennale disputa sul simbolo scudocrociato. Rotondi si trova di fronte un Professore preoccupato: «Ci sono dei problemi – confida – per parlare del futuro del centro-sinistra bisogna aspettare che si concluda la giornata…». Il suo interlocutore preso alla sprovvista tenta di capirne un po’ di più: «Se cadi, però, – è il consiglio di Rotondi – non pensare di allargare la maggioranza. Chi verrà dall’opposizione chiederà come minimo la tua testa». Un ragionamento che non coglie impreparato Prodi: «Se cadiamo – gli fa presente – l’unica strada è quella delle elezioni». Già, l’altro ieri il voto anticipato non era solo nelle minacce persuasive di Massimo D’Alema ai dissidenti ma anche nei conciliaboli di palazzo Chigi. «Balliamo – spiegava nelle stesse ore alla Camera il sottosegretario Paolo Naccarato – e si rischia la crisi. Ma in quel caso Prodi punterà alle elezioni. Magari chiederà lo scioglimento solo del Senato: una vittoria confermerebbe l’attuale maggioranza; una sconfitta darebbe a chi verrà dopo di lui il mandato per un governo di larghe intese…».

            Ventiquattr’ore prima del botto. Ad Arcore Silvio Berlusconi disserta di politica con uno degli amici di sempre, Marcello Dell’Utri. «Con D’Alema – gli spiega – io ci andrei anche a parlare per vedere cosa fare. Ma i miei non lo capirebbero. Eppoi questi rischiano di durare due anni a meno di un imprevisto…». Una parola che spinge il colto Dell’Utri a recitare una poesia di Montale di poche righe dal titolo «prima del viaggio» che è la fotografia dei piani del Cavaliere per la crisi: «…e dire che ne sarà del mio viaggio? Troppo accuratamente l’ho studiato senza saperne nulla. Un imprevisto è la sola speranza. Ma mi dicono ch’è una stoltezza dirselo».

            Alla fine l’imprevisto è arrivato. Imprevisto per modo di dire. Prodi ha troppo osato e alla fine il suo governo è stato inghiottito dalle acque temibili che aveva sfidato, quelle del triangolo delle Bermude: Chiesa, Usa e grande impresa. «Non si può fare la guerra contemporaneamente – osserva Fabrizio Cicchitto, uno degli strateghi del Cavaliere – agli americani, alla Chiesa e buona parte della grande impresa. I voti contro o le astensioni di Cossiga, Andreotti e Pininfarina sono indicativi: quelli non sono personaggi qualunque. Rappresentano mondi ben precisi con cui non ti scontri contando sugli eredi dei trotzkisti». Un’analisi che riprende anche il capogruppo di Rifondazione, Giovanni Russo Spena. «Ci sono dei mondi che non si sentono garantiti e che sono scesi in campo contro il governo». «Stanno scherzando con il fuoco – rincara il teo-dem della Margherita, Enzo Carra -. Ieri hanno fatto il giochetto di dare l’immagine di un cardinale Bertone pronto a mediare sui Dico e oggi il Papa ha dato il contrordine. I vescovi e le organizzazioni cattoliche scenderanno in piazza (il 25 marzo, ndr.) e Andreotti ha fatto lo sgambetto al governo».

            E chi è stato strumento di Chiesa, America e grande impresa, al massimo si schermisce ma non rifiuta quel ruolo. E’ naturale: a ottant’anni suonati, per fare un esempio, cattolici come Andreotti o Oscar Luigi Scalfaro – che ieri, per la prima volta per via di un malanno, ha disertato l’aula del Senato – pensano più a Dio che non a D’Alema. «Non drammatizziamo – ironizza il divo Giulio – ci sono state decine di crisi e siamo ancora tutti qui». Mentre Francesco Cossiga non rinnega il suo amore per gli Usa: «L’Italia come sapete ha sempre avuto bisogno di un padrone. E se io debbo scegliere preferisco certamente Washington a Parigi o Berlino. Sono sempre il Kossiga con il K». E anche il «rimaterializzarsi» di Sergio Pininfarina ieri al Senato (fatto di cui Berlusconi era al corrente) per molti è stato un segnale. Valerio Zanone, l’ex-segretario del Pli che oggi milita nell’Unione, ha tentato in tutti i modi di spingerlo a votare il governo, ma non c’è stato niente da fare. Il senatore a vita si è seduto sui banchi di Forza Italia e non ha ascoltato i richiami di Zanone: «Sono un tuo amico storico Sergio, so quello che pensi, so quello che vuoi votare…».

            E così l’«imprevisto» previsto è andato in scena mandando all’aria i piani di tutti quelli che pensavano di durare. Romano Prodi ieri se l’è presa un po’ con tutti. Con l’atteggiamento di chi «con continue polemiche ha logorato l’appeal di governo e ha portato all’incidente di oggi». Con chi ha usato troppi aut-aut negli ultimi giorni: D’Alema e non solo. Lo schema di partenza della partita che il Professore intende giocare per tirarsi fuori dai guai è semplice: «O conferma dell’attuale maggioranza, o le elezioni». E’ uno schema che parte dal presupposto che il recupero della dissidenza interna – quella ed esempio che non vuole votare il decreto di rifinanziamento della missione in Afghanistan – sia realizzabile e che trova d’accordo i leader della sinistra massimalista e Fassino. Altri sono più dubbiosi a cominciare, a quanto pare, da un D’Alema scottato dal voto di ieri e da Lamberto Dini. I «dubbiosi» partono dal presupposto che lo scenario a Kabul diventerà sempre più rischioso per cui c’è bisogno (visto che l’Italia non può venire meno agli impegni con la Nato) di una maggioranza pronta a gestire anche momenti drammatici: «Ci vuole una maggioranza – tagliava corto ieri il capogruppo dei mastelliani, Mauro Fabris – pronta a combattere in Afghanistan».

            La posizione di Silvio Berlusconi, per alcuni versi, è speculare a quella di Prodi. Il Cavaliere è pronto ad andare ad elezioni anticipate ma non sarà lui a proporle. E, comunque, è disponibile ad esplorare anche ipotesi diverse. «Noi – ha spiegato ieri nel vertice del dentro-destra – non dobbiamo lanciare allarmismi sulle elezioni e non dobbiamo irritare il Quirinale. Dobbiamo pronunciare un no chiaro all’ipotesi di un Prodi-bis. Poi vediamo se possono esserci soluzioni diverse, governi ponte per modificare la legge elettorale o altro. Non poniamo pregiudiziali».

            L’area più in movimento è quella centrista. Casini rifiuta a priori l’ipotesi delle elezioni, ma difficilmente entrerà in un governo con Rifondazione e con Prodi. In questa confusione, ovviamente, vengono fuori le ipotesi più diverse. Ieri sera si ipotizzava di tutto: l’incarico esplorativo a Franco Marini («ma sarebbe paradossale – confidava Bobo Craxi – dare un ruolo del genere a chi ha favorito l’intentona») o un governo istituzionale presieduto dal presidente del Senato; un governo «tecnico» guidato dall’immarcescibile Lamberto Dini; o, addirittura, sulle pagine della «devota» Velina Rossa si ipotizzava un governo D’Alema. Insomma, di fronte all’«imprevisto» tutti sono impazziti: ma la premessa di tutte queste ipotesi è il definitivo pensionamento di Prodi.