“Governo” Analisi: il sospetto inconfessabile (M.Franco)

22/02/2007
    giovedì 22 febbraio 2007

    Pagina 9 – Primo Piano

    LA NOTA

      Il sospetto inconfessabile
      di un complotto Chiesa-Usa

      di Massimo Franco

        L eggere le dimissioni di Romano Prodi come l’epilogo degli strappi dell’estrema sinistra è inevitabile. Ma questa analisi obbligata va completata col «no» alla mozione di Massimo D’Alema del senatore a vita Francesco Cossiga; e con l’astensione, equivalente al Senato ad una bocciatura, di altri due «grandi vecchi» come Giulio Andreotti e Sergio Pininfarina. Per questo, l’ala radicale declassa a gesto irresponsabile il ruolo dei due senatori «antagonisti» mancati all’appello. Ma palazzo Chigi e Farnesina puntano segretamente il dito sul «triangolo» Cossiga-Andreotti-Pininfarina, promossi a uomini-simbolo dell’ostilità di Usa, Vaticano e Confindustria nei confronti dell’Unione. È una versione suggestiva, anche se può apparire un po’ troppo di comodo: soprattutto dopo che il governo ha parlato di quasi riconciliazione con la Santa Sede, e rivendicato rapporti ottimi con Washington.

        E combacia in modo vistoso con la tesi di Rifondazione comunista, che vede nel voto di ieri al Senato una congiura ordita dai «poteri forti» per spaccare il centrosinistra. Indicare i nemici esterni del governo equivale a minimizzare l’errore di calcolo che D’Alema forse ha fatto con un discorso eccessivamente tattico; attenuare le responsabilità dei partiti antagonisti, incapaci di frenare i dissidenti; e non avere capito che il «no» annunciato da Cossiga era un campanello d’allarme. Se dietro la bocciatura c’è l’asse Usa-Vaticano, con l’aggiunta degli imprenditori, il tentativo del Prc di andare avanti comunque appare problematico. Ma l’evocazione di due nemici così ingombranti è significativa. Indica lo stupore per un risultato che nessuno si aspettava, e che sotto voce si attribuisce anche al «prendere o lasciare» quasi spavaldo di D’Alema.

        Affiora il senso di accerchiamento che la maggioranza ha avvertito soprattutto da parte delle gerarchie ecclesiastiche, contrarie alle coppie di fatto; e da un’America allarmata dalle manifestazioni pacifiste e da un’estrema sinistra considerata capace, come minimo, di frenare con la sua zavorra ideologica la politica estera di Prodi. L’eventualità che da questa crisi possa nascere un secondo governo guidato dal Professore non è da escludersi. Prodi fa sapere tramite il suo portavoce, Silvio Sircana, di essere «pronto a restare se, e solo se, d’ora in avanti gli sarà garantito il pieno appoggio di tutti i partiti della maggioranza». Ma i numeri emersi al Senato negli ultimi mesi e nelle ultime ore rimangono avari. Perfino nella cerchia prodiana non tutti sono pronti a scommettere su un rilancio a lungo termine della coalizione.

        Anzi, c’è chi prevede una situazione di stallo; e, in prospettiva, la possibilità che si arrivi ad una scomposizione degli schieramenti. Ma il premier dimissionario lascia capire che se la maggioranza cambia, «si va tutti a casa». E detta le condizioni per la sua permanenza a palazzo Chigi, mentre gli alleati giurano che riotterrebbe sicuramente la fiducia. La convinzione è che non solo l’Unione, ma anche il centrodestra sia slabbrato: sebbene nell’opposizione i contrasti appaiano meno evidenti. L’assenza del leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, dalla riunione di ieri sera da Berlusconi, può fornire una traccia. E la sua richiesta di «un armistizio, una tregua» fra maggioranza e opposizione, caldeggiato da Cossiga, prefigura un rimescolamento delle carte.

        A palazzo Chigi i più pessimisti già intravedono una prospettiva che porterebbe al dopo-Prodi e, quasi di rimbalzo, al dopo-Cavaliere: un governo dai contorni imprecisati, che eviterebbe il voto anticipato ed archivierebbe i «cartelli» elettorali di un anno fa. La sfida è fra chi anche dopo la crisi punta al bipolarismo; e chi invece ritiene che una stagione si sia ormai chiusa. Se l’Unione non si ritrova, il capo di FI potrebbe sfruttare la spallata inferta dall’Unione a se stessa; e puntare diritto alle elezioni. Il fatto che ora i berlusconiani scartino l’«unità nazionale» proposta fino a qualche mese fa, dice che il tentativo è di forzare i tempi. Ma toccherà al capo dello Stato, Giorgio Napolitano, verificare fin da oggi se l’Unione è solo caduta, o non è più in grado di esprimere un governo.