“Governo” Analisi: il Professore teme il «trappolone»

26/02/2007
    sabato 24 febbraio 2007

    Pagina 3 – Primo Piano

      Analisi
      Le insidie del voto

      Ma il Professore teme il “trappolone”

      FABIO MARTINI

      ROMA
      Nel vertice che poteva essere l’ultimo della sua carriera politica, Romano Prodi ha voluto indossare la divisa del «dittatore democratico». Un ruolo che gli è piaciuto assai: giovedì notte i leader di partito si sono dovuti acconciare alla sua «sferza» e alle sue condizioni irrinunciabili e così, al termine del summit, il Professore ha fatto qualcosa mai azzardato negli anni della sua presidenza. Alle 23,15 si è accostato alla finestra del suo studio al primo piano di Palazzo Chigi, si è affacciato e ha fatto «ciao-ciao» con la mano destra ad una piccola folla di passanti che casualmente stavano attraversando piazza Colonna. E la risposta a quel gesto così istintivo e così poco presidenziale, è risultato ancora più sorprendente: laggiù dalla strada si è alzato un applauso verso quell’uomo in balia all’euforia e che salutava un crocchio di passanti sconosciuti.

      Giovedì notte l’eccitazione, ieri di nuovo la tensione. Si trattava di far quadrare i conti, chiudere gli accordi con tutti i tentennanti e col nuovo arrivato, quel Marco Follini che non è personaggio da «mercato delle vacche» e proprio per questo più difficile da «inquadrare». Ma il vero spauracchio di Prodi è stato un altro: «Evitare di finire nel trappolone». Lo scenario paventato da Prodi è quello di accettare il nuovo giro di pista, fidarsi di chi gli dice «i numeri ci sono», ma poi ritrovarsi affondato in Parlamento. «Sarebbe peggio che uscire subito di scena», ha spiegato Prodi ai suoi.

      Certo, il Professore è diffidente di suo, raramente si fida di qualcuno e lo «sfratto» di nove anni fa lo ha reso ancora più cauto. E anche in queste ore ha temuto di finire dentro ad una fossa scavata da qualche alleato infido. Nelle ultime 48 ore Massimo D’Alema e Francesco Rutelli gli hanno dato ripetute prove pubbliche di affidabilità, anche se a Prodi sono arrivati i boatos di piste alternative perseguite in casa Ulivo. Una su tutte: un governo Amato, con i voti di Forza Italia e di An per fare una riforma elettorale maggioritaria e votare in autunno. Ma in privato il Professore non è arrivato mai a sospettare «un complotto» ai suoi danni e di D’Alema si limita a pensare che abbia fatto «un po’ il fenomeno», preannunciando che il governo si sarebbe dimesso in caso di bocciatura della politica estera.

      Ma ieri sera, quando il Capo dello Stato ha concluso le sue consultazioni, lo spauracchio del «trappolone» si era quasi del tutto dissipato. Ma restano, in Prodi, le preoccupazioni per gli smarcamenti dell’ultima ora da parte dei singoli: «Abbiamo fatto un ottimo lavoro politico, siamo riusciti a tenere alta l’asticella, ma per quanto riguarda i numeri, fino all’ultimo resteremo col brivido». Questa mattina Prodi conoscerà la risposta del Capo dello Stato e se, come pare, il governo sarà rinviato alle Camere, bisognerà poi aspettare ben quattro giorni prima di arrivare al voto di fiducia previsto per mercoledì.

      Lunghe giornate nelle quali oltre a tenere sotto «controllo» i senatori ballerini, Prodi intende registrare meglio le tre novità di questa nuova, incertissima stagione. La prima riguarda Marco Follini, che è restato tutto ieri al coperto e che nelle intenzioni dei leader dell’Ulivo dovrebbe essere destinato ad assumere un ruolo politico di frontiera. La seconda novità riguarda la presa d’atto – che sarà pubblicamente annunciata – del fatto che al Senato i margini di maggioranza sono ristrettissimi e che dunque il governo si prepara ad aprire il confronto «sui grandi temi», per i quali – come dice il ministro per i Rapporti col Parlamento Vannino Chiti – «saranno possibili intese con le opposizioni». Terza novità della nuova fase, la definizione più puntuale di quel ruolo da «dittatore democratico» che, Prodi lo sa, rischia di allentarsi alla prima curva. In attesa del verdetto del Quirinale, ieri sera Prodi è uscito a piedi da palazzo Chigi, accompagnato dalla moglie Flavia e i due, dopo essere passati in chiesa, hanno camminato per un’ora per le strade del centro. Una passeggiata senza contestazioni e anzi, condita da qualche apprezzamento in romanesco: «Sei er’ mejo!», «je la’ famo?».