“Governo 3″ Le tasse, l’Europa e le due anime divise del Polo

26/11/2004

    venerdì 26 novembre 2004

      analisi

        PER TENERLE UNITE IL PREMIER HA DOVUTO RICORRERE ALL’ULTIMATUM

          Le tasse, l’Europa e le due anime divise del Polo
          La merenda a casa di Bossi ha sancito pubblicamente le diversità tra i
          «politici» di An e Udc e i «populisti» della Lega e di Forza Italia. E’ una
          divisione anche geografica che separa ancora di più il Nord dal Sud

            Pierluigi Battista

              ROMA
              L’INTESA che smorza provvisoriamente il contenzioso nella maggioranza, alla fine si trova o si troverà. Resta però il valore emblematico di quel pane e salame consumato (tranne che dal padrone di casa, obbligato a una rigida dieta) con festosa convivialità tra gli amici ritrovati a Gemonio al desco di Umberto Bossi, con l’amico Silvio che al telefono partecipa idealmente al banchetto e brinda con vino genuino al sodalizio che si ricompone tra l’anima della Lega e quella di Forza Italia, auspice Giulio Tremonti. Il cibo esprime simboli e riti e nel pane e salame e nel buon vino si condensa il simbolo del popolare, del popolo immaginato come depositario di virtù schiette ed autentiche.

              L’archetipo dell’immaginazione populista, lontana e ostile alle complicazioni e alle sofisticazioni dell’èlite separata e rinchiusa in se stessa. Con il pane ed il salame, forse, si è consacrata una nuova alleanza di stampo populista: se non un nuovo partito in una coalizione di diversi, l’affiorare di una sensibilità comune e contrapposta a quella degli «alleati» ex democristiani dell’Udc e i post-fascisti di An (le virgolette sono di Tremonti, maliziosamente sottolineate) sempre più diversi, sempre più lontani, sempre più percepiti dal neo-populismo come infidi, calcolatori, riottosi.

                Nella settimana in cui la maggioranza di governo è sembrata sul punto di sgretolarsi nella disputa sulle tasse, la Casa delle Libertà è apparsa drammaticamente scissa in due, con due culture, due stili di pensiero, due ordini di priorità, due sistemi di giudizio e di pregiudizio.

                Formalmente i partiti più rappresentativi che la compongono sono quattro, sinora diversi tra loro ma cementati dalla comune accettazione (sottomissione?) della leadership di Berlusconi. Oggi, malgrado gli accordi in extremis che hanno sedato contrasti al limite della rissa, quell’ordine a quattro lati si è infranto, scomponendosi sul piano della mentalità in due grandi blocchi geo-culturali. Il «partito del popolo», quello che non disdegna il populismo del pane e salame, tendenzialmente nordista, veementemente anti-tasse, eurodiffidente, poco incline al gioco complesso degli equilibri d’establishment, antistatalista, con una certa propensione ad assecondare gli «spiriti animali» che percorrono la spontaneità sociale. E il «partito della politica», fortemente radicato nel Sud, euro-allineato, sensibile ai richiami dell’establishment, emotivamente freddo e tutt’altro che convinto riguardo alla priorità della questione fiscale, amichevole con i poteri «di fatto» della società, non ostile a una modica dose di dirigismo, più tradizionale nei modi e nel lessico, nemico dell’antipolitica, istituzionale, moderato. E’ un partito solcato ovviamente dalle stesse differenze che passano tra chi, come Follini, proviene dalla scuola democristiana, e chi, come Fini, è cresciuto sui princìpi dello statalismo e del corporativismo, ma il suo cemento è rintracciabile nella comune avversione alla spinta populista che oggi sembra riavvicinare, con prospettive ancora nebulose ma politicamente certamente sorprendenti, la Lega e il partito di Berlusconi.

                  Le due anime del centro-destra hanno trovato nella diatriba sulle tasse l’acme incandescente. Per il «partito del popolo» l’obiettivo dell’abbattimento delle tasse è il cuore stesso dell’identità politica, il carburante psicologico e ideologico di una missione vissuta come impegno esistenziale non negoziabile. Per il «partito della politica», più legato a un’idea di redistribuzione sociale della ricchezza, la questione fiscale non appare così urgente. Anche sull’Europa: due partiti, almeno sul piano della psicologia politica. Per Marcello Pera, i parametri europei non devono essere usati come alibi per frenare una drastica potatura del carico fiscale degli Stati nazionali. Per Marco Follini, è invece sbagliato divulgare un’immagine dell’Europa come camicia di forza, vincolo burocratico. Per il presidente della Camera Casini, incarnazione del «partito della politica», il pericolo consiste in un’accelerazione «avventurosa» della riforma fiscale che ci esporrebbe al verdetto severo dell’Europa. Per un elettorato che non coincide necessariamente con quello della Lega, ma oltrepassa i confini di qualche frangia di Forza Italia e si scioglie in una più vasta galassia «populista» l’Europa può addirittura assumere le sembianze mostruose di Forcolandia, figurarsi se riesce a lasciarsi impressionare dall’ortodossia di Maastricht. Sul Sud, al contrario, il «partito della politica» sente di avere a che fare con una dimensione primaria di consenso, un’attitudine alla protezione del tutto sconosciuta al populismo di marca nordista che agita il partito dell’anti-politica e che radica la propria presenza sociale nel popolo delle partite Iva e della piccola impresa. Senza contare che persino sul tema della guerra al terrorismo e del confronto con il fondamentalismo islamista il partito moderato rifugge dai toni aspri dello «scontro di civiltà», mentre l’altro partito appare più sanguigno, più determinato nella difesa dell’identità religiosa e cristiana dell’Italia e dell’Europa. Con il risultato solo apparentemente paradossale che sul caso dela bocciatura europea di Rocco Buttiglione è apparso molto più motivato nella difesa dei «cristiani» un laico come il presidente del Senato che non il presidente della Camera, cattolico e figlio della storia e della cultura democristiane.

                    Oggi, i contrasti appaiono attutiti e improvvisamente la minaccia di Berlusconi di andare alle urne da solo disintegrando nelle sue stesse basi la Casa delle Libertà sembra essere diventata più remota. Ma la linea di frattura tra le due culture e le due anime del centro-destra continua a essere profonda come non mai, alimentando persino la tentazione di ridisegnare nuove aggregazioni politiche battezzate in una allegra tavolata col vino e pane e salame. Finita la monarchia assoluta berlusconiana, la monarchia costituzionale crea un nuovo paesaggio politico, con due partiti costretti a stare assieme ma che, forse, non si amano più.