“Governo 2″ La tela di ragno del Cavaliere

26/11/2004

    venerdì 26 novembre 2004

      retroscena

      ATTO DI FORZA SULL’IRPEF DOPO AVER VISTO I SONDAGGI IN CALO
      La tela di ragno del Cavaliere per il sofferto «sì» dei tecnici
      Il secondo obiettivo sarà il rimpasto per compattare la maggioranza

      Augusto Minzolini


      ROMA
      PIÙ che la curva di Laffer il vero argomento con il quale è riuscito a convincere i suoi alleati a dare il via libera al taglio delle tasse, Silvio Berlusconi lo ha usato nuovamente ieri nel vertice di maggioranza. «Dai sondaggi perdiamo il 10 come coalizione rispetto al risultato del 2001 – è stata la sua tesi principe – per cui o raddrizziamo subito la barca, o non ce la facciamo più». Con questo dato, alquanto efficace, il Cavaliere è riuscito a piegare le ultime resistenze. Il resto lo hanno fatto le sue scenate, la minaccia di elezioni e il modo con cui per giorni ha tartassato il ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco, ma alla fine, sia pure con tutte le mediazioni necessarie, le aliquote sono andate giù. «Per l’Irpef – ha detto ieri ai leader della maggioranza – siamo riusciti a reperire esattamente 5 miliardi e 982 milioni di euro. Però parlate di 6 miliardi per lanciare un messaggio più efficace». E senza farsi pregare due volte il premier ha spiegato perché, a differenza dell’intesa di una decina di giorni fa, al taglio dell’Irap sono state indirizzate meno risorse (500 milioni di euro). «Se vogliamo infondere fiducia nella gente – ha spiegato – la riduzione dell’Irpef è lo strumento più efficace. Eppoi, diciamoci la verità, l’altra volta, quando abbiamo indirizzato più risorse per abbassare l’Irap, gli industriali ci hanno chiesto di più, si sono dichiarati insoddisfatti, per cui tanto vale concentrare tutto lo sforzo sull’Irpef».


      Detto questo, il premier si considera soddisfatto del lavoro fatto. Certo se fosse stato per lui la manovra sarebbe stata più ampia. «Negli Usa – ha spiegato pubblicamente – hanno impiegato 7 punti di Pil. Qui da noi è un dramma mettere insieme mezzo punto di Pil per quest’anno e un altro mezzo punto nel prossimo. In realtà per dare un impulso all’economia le manovre si dovrebbero fare in deficit». Appunto, per seguire l’esempio di Reagan e di Bush il premier avrebbe dovuto percorrere questa strada, ma il suo ministro dell’Economia e il ragioniere dello stato, Vittorio Grilli, appartengono a ben altra scuola.


      Ancora ieri, durante il vertice, Siniscalco ha continuato a dire di «no» a qualsiasi aumento di spesa. «Abbiamo raschiato il fondo del barile», ha ripetuto. Ha storto il naso anche su altre uscite considerate indispensabili. Ad esempio, Gianni Letta gli ha chiesto di trovare assolutamente i soldi per l’Università: «Se non si rastrellano quei 600 milioni di euro – ha rimarcato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio – la Moratti ha già detto che rassegnerà le dimissioni. E voi sapete che tipo di donna è». Un ragionamento che ha spinto anche il ministro del Welfare, Roberto Maroni, già incavolato per il basso intervento sull’Irap, a dire la sua: «Se non ridate anche a me i soldi che mi avete tolto, a cominciare dal fondo sociale per le Regioni, allora me ne vado io».


      Appunto, Siniscalco è il tipico esempio di ministro dell’Economia che usa la tecnica della «lesina». Una «tecnica» che naturalmente fa a pugni con la filosofia economica che il Cavaliere vorrebbe adottare. Insomma, se questa vicenda ha insegnato qualcosa al premier è che nel sistema maggioritario non c’è spazio per i «tecnici» buoni per tutte le stagioni o per tutte le politiche, cioè quelli più funzionali all’establishment. «Per intraprendere delle politiche innovative – teorizza oggi il ministro Maroni – bisogna avvalersi di tecnici, o di ministri-tecnici, affini». Così se l’esperienza di Siniscalco al governo, non fosse altro per opportunità politica, continuerà anche nei prossimi mesi («certo che andrà avanti», ha ripetuto ieri il premier), più difficile fare previsioni sul futuro del ragioniere dello Stato che ormai è investito dalle critiche di Forza Italia. «Quello è una vergogna – sparava ieri uno dei padri dell’operazione sulle aliquote, Guido Crosetto -. Mi hanno raccontato che ad una riunione a cui partecipavano tutti i dirigenti di primo piano del ministero dell’Economia, lo hanno atteso invano per ore. Quando gli hanno telefonato, ha risposto :”Vengo dopo la partita a golf”».


      Già, la coabitazione con il ragioniere dello Stato benedetto da Ciampi potrebbe diventare insostenibile. Ma intanto il Cavaliere da questa situazione, che gli va un po’ stretta, qualcosa comunque ha incassato, ed è probabilmente il motivo principale per cui non ha voluto tirare la corda con Siniscalco. Questa manovra difesa in pubblico dal ministero dell’Economia «ha anche – ha tenuto a dire il premier – il bollo della Ragioneria dello Stato» e, quindi, implicitamente, si può aggiungere, del Presidente della Repubblica. Per cui il Premier ha rinunciato ad una manovra più ambiziosa per avere «uno scudo» contro le critiche dell’opposizione che già esprime riserve sulle coperture finanziarie.


      E questo «scudo» potrebbe anche aiutare il Cavaliere a raggiungere il secondo obiettivo che si è prefisso, quello di un «rimpasto» di governo che dimostri il ricompattamento della maggioranza. Non è un caso, infatti, che insieme a questo tipo di manovra è tornata di moda l’ipotesi di un ingresso di Marco Follini nel governo come vicepremier. Ieri Berlusconi lo ha mezzo detto in conferenza stampa, mentre il suo uomo ombra, Gianni Letta, ha ipotizzato apertamente questo schema ad un segretario di maggioranza: «Follini vuole assolutamente un ministero per un altro ex-dc, Mario Baccini, se ha quello è pronto ad entrare anche lui. E a quel punto il rimpasto sarà più largo». Questa è l’aria che tira. Tant’è che ieri nel vertice lo stesso Cavaliere ha lanciato l’idea di un altro ministero, quello per la ristrutturazione dello Stato. A chi nella riunione gli ha fatto presente che esiste già il ministero della Funzione Pubblica, il premier ha risposto: «Un ministero del genere dovrebbe occuparsi di altro, anche della ristrutturazione degli immobili statali».


      Un «rimpasto» più ampio, ovviamente, richiederà qualche settimana per essere varato. Il capo del governo aspetterà come minimo il ritorno di Ciampi dal viaggio in Cina. Poi, lancerà la sua campagna mediatica di fine anno su taglio delle tasse e rafforzamento del governo. E probabilmente quel messaggio a reti unificate con cui voleva solennizzare «la svolta epocale sul fisco», è stato solo rinviato. «E’ un’ipotesi percorribile – affermano fonti qualificate di Palazzo Chigi – quando la manovra passerà l’esame del Parlamento». Forse proprio da lì ha intenzione di partire il Cavaliere per dare battaglia in Italia come in Europa. «Perché ormai – ha sostenuto Berlusconi – le grandi manovre economiche si possono fare solo a livello Europeo. E il mio prossimo obiettivo è quello di imporre a Bruxelles un’interpretazione più elastica dei parametri di Maastricht».