“Goiverno” Analidi: il sogno impossibile della concordia

09/03/2007
    venerdì 9 marzo 2007

    Pagina9 – Interni/Primo Piano

    Analisi
    Il «diktat» dei 12 punti è già un ricordo

      Il Prof e il sogno
      impossibile
      della concordia

      UGO MAGRI
      ROMA

      Sette giorni dopo avere annunciato una «ripartenza» all’insegna della concordia, Romano Prodi sembra come quei pianisti di film western che suonano nei «saloon» mentre tutt’intorno volano le sedie. Il nuovo inizio c’è stato, però non nel senso costruttivo che sperava il premier: leader e comprimari dell’Unione sembrano aver ripreso la scazzottata esattamente dal punto dove la crisi di governo li aveva interrotti. Fa una certa impressione mettere in fila i ritagli con le liti e gli scontri che si sono registrati in un fazzoletto di giorni.

      Il governo era andato a gambe per aria sulla politica estera. Quella buccia è sempre lì. Nei termini identici che avevano causato la bocciatura in Senato del ministro degli Esteri, con la conseguente crisi di governo. E con gli stessi protagonisti di allora, i «ribelli» della sinistra radicale. L’unica differenza è che il 27 marzo, quando a Palazzo Madama si voterà il rifinanziamento della missione militare in Afghanistan, il «no» dei Rossi e dei Turigliatto verrà annegato nel «sì» plabiscitario dell’intero Parlamento. Per cui stavolta Prodi non andrà a dimettersi, né il Presidente della Repubblica lo convocherà sul Colle. Ma la prospettiva di una maggioranza a fisarmonica in politica estera, mentre Kabul diventa teatro di guerra, non è buon viatico per i nostri soldati laggiù.

      I Dico erano «casus belli» prima della crisi e tali rimangono. Laici contro teo-dem, eretici contro ruinisti, lobby gay contro associazioni cattoliche… Anche qui, una sola variante: lo scontro ha tracimato dal Palazzo alla piazza (domani ne avremo un assaggio con le opposte manifestazioni), sempre in attesa che la rissa faccia ritorno in Parlamento. Il relatore della legge al Senato, Cesare Salvi, ha appena dato un saggio dei botti che i Dico possono provocare.

      Delle risse sulla giustizia non si sentiva la mancanza. Subito colmata dalla riforma Mastella, che ha scontentato in egual misura garantisti come Emma Bonino (in Consiglio dei ministri ha pronunciato il suo primo secco no, plaudito da Capezzone, da quando siede al governo) ed ex piedipiatti qual è Antonio Di Pietro. Il presidente del Consiglio ha dovuto invocare la calma, come ai vecchi tempi. Nulla, a confronto dell’altra riforma messa in cantiere, quella elettorale. Doveva essere il Cavallo di Troia per portare la discordia nel campo berlusconiano, bersaglio facile facile; per poco non ha causato le dimissioni di Vannino Chiti, il ministro delle Riforme, esautorato da Prodi in uno dei raptus che prendono il Professore quando scorge congiure ai suoi danni. In questo caso ha temuto che la riforma alla tedesca, vista di buon occhio da Fassino e Rutelli, fosse la scusa per imbastire un dialogo con l’Udc e per cambiare maggioranza (segnala il segretario socialista Enrico Boselli) oltre che premier.

      E’ finita con Chiti perdonato che resterà dov’è, anzi darà una mano a dipanare la matassa della riforma elettorale. Ma l’incidente ha lasciato uno strascico di fumi sulfurei, nei rapporti tra Prodi e i suoi alleati, che non promettono niente di buono.

      L’immagine al paese è di un governo che non cade perché condannato a «levitare», sospeso in aria per assenza di gravità. Antonio Polito, senatore della Margherita, spiega che la gravità manca perché, uno, la maggioranza non si può allargare e, due, alle elezioni anticipate è troppo presto per andare. Dunque il Prof sta relativamente al sicuro. L’altra faccia della medaglia è che, galleggiando nel vuoto, Prodi non ha armi per mettere in riga i suoi, obbligandoli al cambio di passo. Né per ristabilire un rapporto con la gente, grande assente di questa fase politica. Faceva impressione giorni fa incontrare il premier a passeggio con la moglie Flavia per le vie di Roma, senza che nessuno lo osannasse e nemmeno gli tirasse il treppiede, com’era accaduto al Cavaliere nell’apice della gloria.

      Da economista industriale, lui sa che il jolly consiste nella ripresa: se fosse continua e sostenuta, l’umore collettivo se ne gioverebbe. Dopo anni, i segnali sono davvero incoraggianti, certo ad opera del famoso «Fattore C». Ma pure qui, la politica rischia di compromettere tutto. Perché i proventi delle maggiori entrate fiscali sono appena entrati in cassa, e già ci si azzuffa nel governo su come spenderli. In attesa di salire sul prossimo ring, quello delle pensioni.