Gli zelanti sacerdoti dell´ultima ideologia – di Eugenio Scalfari

24/05/2002


Venerdì 24 maggio 2002

Gli zelanti sacerdoti dell´ultima ideologia

EUGENIO SCALFARI

SI era detto (perfino Cesare Romiti se ne era fatto portavoce uscendo l´altro ieri dalla riunione a porte chiuse della Confindustria) che nell´assemblea pubblica di ieri mattina il presidente degli industriali avrebbe stemperato sia il collateralismo governativo dell´associazione sia lo scontro muro contro muro con i sindacati sull´articolo 18.
Niente di tutto ciò. La relazione di D´Amato è un testo monolitico che non arretra d´un centimetro dalle posizioni sostenute nei due convegni di Parma (2001 e 2002) e dal comportamento scrupolosamente adottato in tutto il travagliato percorso del cosiddetto negoziato sulla flessibilità del lavoro e nulla concede ai brontolii provenienti dall´interno della Confederazione.
Sbaglierebbe tuttavia chi pensasse che il documento confindustriale sia una rassegna del già detto e quindi inutile da analizzare. Al contrario. Esso svela per la prima volta in modo esplicito le terapie perentoriamente richieste senza ricoprirle col velo del tatticismo e dell´ipocrisia. Da questo punto di vista si tratta d´uno sforzo encomiabile per la sua chiarezza e anche per il coraggio (o dovrei dir meglio per la iattanza) con cui affronta il tema prendendolo per le corna con la certezza d´avere con sé tutti gli interessi e le opinioni che contano. Una certa presa di distanza nei confronti del governo s´avverte in qualcuna di quelle cinquanta pagine, ma si tratta di piccole frustate affinché i cavalli ministeriali corrano di più e meglio sul percorso che deve portare agli obiettivi comuni. Ciò che è stato finora fatto è poco; si chiede, anzi si pretende di più, molto di più, con la fiducia che il governo non potrà che corrispondere a quelle richieste.
Perciò è un documento importante che, allo scadere d´un anno dalla presa del potere della destra politica e sociale, segna i traguardi e scandisce i tempi di tutta la legislatura. Non resta dunque che esaminarlo con l´attenzione che merita.
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Dirò innanzitutto che si tratta di un documento ideologico quale ormai raramente s´incontra nella pubblicistica contemporanea se non nei testi delle sinistre antagonistiche.
L´ideologia consiste in una supposta verità limpidamente esposta: l´impresa è il pilastro centrale del progresso materiale e anche morale della società; tutto ciò che giova all´impresa giova alla società nel suo complesso; solo l´impresa produce la ricchezza che poi – dopo che l´impresa ne avrà prelevato quanto le bisogna per migliorare e consolidare la sua crescita – potrà essere equamente distribuita; l´impresa non deve parteggiare per questo o quel governo ma deve far sì che i governi condividano la cultura dell´impresa; quanto al resto (ma qual è il resto?) facciano ciò che vogliono e l´impresa si asterrà benignamente da ogni giudizio.
Cultura d´impresa – e questo concetto è assai bene spiegato nel documento – non significa soltanto conoscere i meccanismi del mercato, delle società, degli operatori per poter meglio intervenire nell´interesse generale, ma significa condividere gli obiettivi del sistema delle imprese e contribuire a realizzarli.
Questi obiettivi allo stato dei fatti si riassumono in una sola parola, una parola-slogan, una parola-mito: modernizzazione. Per realizzarla occorrono grandi riforme di struttura. Un tempo le riforme di struttura erano invocate da Riccardo Lombardi, da Giorgio Amendola, da Ugo La Malfa, ma in un senso e con un segno molto diverso da quello di D´Amato. Era anche a quei tempi una sottolineatura ideologica così come lo è oggi per i confindustriali. In un mondo di pragmatici sono rimasti i soli sacerdoti dell´ideale, anche se si tratta di un ideale materializzato nel potere, nel profitto e nella ricchezza. Perché no? Su questa posizione la Confindustria è aperta, anzi apertissima. Chiede, anzi auspica, che l´opposizione politica collabori. Chiede soprattutto che collabori il sindacato. A che cosa? La risposta sta a pagina 15 del documento: «Noi sulla trincea dei diritti – quelli veri – ci siamo, intendiamo restarci, abbiamo tuttora la speranza che il sindacato non voglia sottrarsi al confronto sul terreno della modernizzazione. E dobbiamo dire che se il sindacato s´irrigidisse nel contrastare le riforme, se ne facesse un motivo d´accentuazione della conflittualità, allora non sarebbe la nostra pressione ma sarebbe la forza stessa delle cose, la logica oggettiva dei processi di cambiamento che lo spingerebbero fuori gioco».
La tesi è chiara: se aderirete alla nostra modernizzazione e alle riforme necessarie per attuarla, se difenderete con noi i diritti – quelli veri, attenzione, non quelli falsi – sarete i benvenuti. Altrimenti sarete stritolati, non da noi ma dai processi oggettivi della produzione e del cambiamento.
Sembra di rileggere i sacri testi del pensiero marxista sul passaggio "oggettivo" dalla produzione capitalistica a quella comunista. Marx sbagliò sull´ineluttabilità oggettiva dei processi di produzione e di cambiamento. È dunque possibile che sbagli anche D´Amato poiché nessuno possiede la verità assoluta, ammesso che esista. Ma certo è stupefacente vedere una forza sociale così tenacemente convinta d´essere al centro del pianeta e sentenziare nell´anno 2002: se non sarete con noi sarete accantonati dalla Storia. La Storia, gentile presidente di Confindustria, è un´entità troppo grossa per esser chiamata in causa con tanta disinvoltura. Per l´avvenire raccomanderei una cautela maggiore. Lo dico per lei. A me, personalmente, importa assai poco.
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          La modernizzazione, manco a dirlo, riguarda soprattutto se non esclusivamente il mercato del lavoro e i suoi immediati dintorni; i "diritti veri" sono quelli dei giovani disoccupati e non già i diritti scritti nei contratti e nelle leggi (che è un singolare modo di distinguere il vero dal falso). Non trovo una sola parola, a proposito di modernizzazione, sulle innovazioni di prodotto, sull´organizzazione aziendale, sulla ricerca, sul credito e sulle dimensioni delle imprese. Nel convegno Parma 1 di queste cose si parlò ma oggi sono state silenziate. Ho già detto che il testo è monolitico.
          Vediamo anzitutto le cifre a proposito di flessibilità di D´Amato: sono conturbanti. Cito dal testo (pagina 47 e seguenti) «La più gran parte degli occupati sfugge alle rigidità del mercato ufficiale. Quattordici milioni e mezzo di italiani, i due terzi degli occupati, non sono coperti dall´articolo 18. Sono 3 milioni e mezzo di lavoratori irregolari, quasi 3 milioni di dipendenti di imprese al di sotto della soglia dello statuto dei lavoratori, un milione e mezzo di lavoratori a termine, sei milioni e mezzo di lavoratori autonomi. Sei milioni e mezzo di lavoratori autonomi rappresentano quasi il 30 per cento degli occupati, il doppio della media europea, più di tre volte i livelli degli altri principali paesi. [...] Si sente spesso dire che l´Italia non ha bisogno d´ulteriore flessibilità perché è già molto flessibile. Rispondiamo che è vero: l´Italia è un paese molto flessibile. È flessibile l´Italia delle piccole e piccolissime imprese, è flessibile l´Italia dei lavoratori autonomi, è flessibile l´Italia dei quasi quindici milioni di lavoratori che non sono coperti dall´articolo 18. È flessibile l´Italia di quell´insostenibile patologia che è il lavoro sommerso. Ma è questa l´Italia che vogliamo?».
          La domanda è volutamente retorica: non è questa l´Italia che vogliamo. Ma perché il nostro è il paese dell´impresa piccola e piccolissima? Perché il lavoro autonomo è tanto più numeroso da noi che altrove? Perché la dotazione di capitale fisso è così elevata a detrimento dell´impiego della forza lavoro?
          Confindustria non ha dubbi: la colpa è della rigidità del lavoro. Questo è dunque il centro del problema: dateci la flessibilità e avremo il nuovo Eldorado; dateci i veri diritti e abbattete quelli falsi e subito dopo – dopo naturalmente – le imprese vi daranno lavoro per tutti. Montale avrebbe scritto «D´altri Eldoradi/malchiuse porte». Oh, rileggere i poeti…
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          Ho qualche dubbio e qualche domanda. Cercherò d´esser breve.
          1. Lei dice, gentile presidente, che 6 milioni e mezzo di lavoratori autonomi sono il prodotto della rigidità. Forse non ho capito bene. Il lavoratore autonomo è qualcuno che sceglie di metter su una sua attività individuale, da solo o con pochi compagni, anziché di cercare un lavoro dipendente; oppure, nella grande maggioranza dei casi, è qualcuno che ha imparato il mestiere in una grande o media azienda e a un certo momento l´abbandona e mette su una sua baracchetta. Che cosa c´entra con questo la rigidità? Quel lavoratore ha "licenziato" il suo datore di lavoro per fare il "padroncino". Non è stata questa la fortuna del Nordest? Non avevate detto che quello era il miracolo? Avete dunque cambiato idea?
          2. Ci sono vari modi di abbassare i costi di produzione: innovazione tecnologica, innovazione di prodotti, costo del danaro, efficienza organizzativa eccetera eccetera. Uno di questi modi è quello di concentrare gli investimenti sul capitale fisso; detto in parole povere: sostituire il lavoro delle macchine a quello delle persone. Dice D´Amato: questa sostituzione dipende dalla rigidità del lavoro.
          Mica vero. I grandi balzi della rivoluzione industriale e post-industriale sono sempre stati accompagnati da aumento di capitale fisso, molti anni e anzi secoli prima della legge Brodolini-Giugni sulla giusta causa. Certamente lei, gentile presidente, ha letto il capitolo di Ricardo "Delle macchine"; presumo che lo sappia addirittura a memoria. Ma le imprese italiane, se vogliono abbassare i costi di produzione, sono dominate da un´idea fissa: abbassare il costo del lavoro e pagare meno imposte. Tutti gli altri metodi sono esclusi. A costo di caricarsi di macchinari, d´immobilizzare capitale, d´accrescere il peso degli ammortamenti e di ritardare le innovazioni fino ad ammortamento compiuto. C´è della genialità in questa follia.
          3. Il governo – e lei con esso, signor presidente – giura che il suo solo obiettivo nella riforma dell´articolo 18 è quello di alzare di due o tre, al massimo cinque unità la soglia dei lavoratori non coperti da giusta causa, attualmente al livello di 15. Ci sarebbe da presumere che ci sia ressa d´imprese a quel fatidico livello. Quante sono, signor presidente della Confindustria? Quante sono queste imprese che soffocano con soli 15 dipendenti, che vorrebbero crescere, respirare a pieni polmoni, collocarsi a livelli superiori di organizzazione, di finanza, di ricerca? Io non lo so per mia diretta esperienza, ma leggo le statistiche. E apprendo dall´ultimo rapporto dell´Istat pubblicato proprio tre giorni fa che il 49 per cento degli addetti sono occupati in imprese che stanno tra uno e 10 dipendenti. Si rende conto? Dunque non c´è ressa al reticolato dei 15 dipendenti: da 10 a 15 potrebbero liberamente aumentare ma non aumentano. Ci spiega il perché?
          4. L´Istat fornisce anche un altro dato di notevole interesse: è scoppiato il lavoro atipico; i posti di lavoro non coperti dai tradizionali contratti sono ormai più di 3 milioni, il 23 per cento del totale degli occupati nell´industria e nei servizi. Aggiunge l´Istat: «Dal 1998 al ’99 solo il 2,7 per cento ha fatto il salto di qualità verso il posto fisso. Circa il 30 per cento dei rapporti di lavoro dipendente avviati nel periodo marzo-aprile 2001 ha avuto una durata inferiore ad un mese, il 50,8 per cento meno di un anno».
          Ma all´ufficio studi della Confindustria li leggono i rapporti dell´Istat? «D´altri Eldoradi/malchiuse porte… ».
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          Dicevo che il monolitico testo confindustriale merita elogio e lo ripeto: per la sua chiarezza e il suo coraggio. Da tutte le cifre di D´Amato e da tutto il suo argomentare risulta chiaro che non si tratta affatto di derogare all´articolo 18 per passare da quindici a diciassette o magari a venti dipendenti. Il tema è un altro ed è quello d´abbattere del tutto la giusta causa, toglierla di mezzo per quanto riguarda la media e la grande impresa. Cofferati e anche Pezzotta e Angeletti lo dicono da un pezzo ma ieri l´ha detto anche D´Amato e a lui si deve credere: il lavoro in Italia è già flessibile anzi flessibilissimo salvo che per la media e grande impresa ed è lì che bisogna arrivare.
          Ora io non dico che sia un male. Chi può saperlo? Il fatto certo è che si tratta di cancellare non un pezzetto di diritto piccolo piccolo, un ritaglio, l´angolo d´una miniatura, ma un diritto che riguarda più o meno 7 milioni di persone. D´Amato ha fatto chiarezza. Licenzieranno i padri? O i figli? Vai a sapere. Dopo aver licenziato riassumeranno? Di più o di meno? Vai a sapere.
          Nessuno lo può sapere, D´Amato meno degli altri. Intanto la pace sociale l´avete fatta a pezzi. Una ragione ci sarà. Ma non mi sembra una buona ragione.