Gli strappi sindacali non sono un’eccezione

07/05/2003



          Mercoledí 07 Maggio 2003
          ITALIA-LAVORO
          Gli strappi sindacali non sono un’eccezione

          Dall’accordo sulla scala mobile del 1984 al Patto per l’Italia del 2002: tutte le volte che la Cgil ha detto no
          Alessandro Balistri
          MILANO – Fino agli anni 90 le spaccature tra i sindacati erano eventi rari, storici. Da tre anni sono quasi all’ordine del giorno. Ripetute a Roma e sul territorio, fino alle segreterie locali e alle fabbriche; causate da accordi a Palazzo Chigi ma anche da intese aziendali; ricucite a fatica e non sempre con successo. In sintesi la storia degli strappi più clamorosi.
          1968. Cisl e Uil firmano un accordo con il Governo che prevede il superamento delle pensioni di anzianità. In calce c’è anche la firma della delegazione Cgil, guidata da Luciano Lama, che poi sarebbe diventato segretario generale della confederazione. Ma l’accordo è bocciato dalle strutture e il predecessore di Lama, Agostino Novella, proclama lo sciopero generale.
          14 febbraio 1984. A Palazzo Chigi, Confindustria e altre organizzazioni imprenditoriali raggiungono un’intesa sul taglio della scala mobile, con la predeterminazione degli scatti, che riguarda anche il blocco dell’equo canone, la riforma del mercato del lavoro e del sistema fiscale, il controllo delle tariffe e dei prezzi amministrati. È l’accordo di San Valentino sul quale la Cgil si spacca: da un lato, la maggioranza comunista di Luciano Lama, contraria alle modifiche; dall’altro, la minoranza socialista di Ottaviano Del Turco, schierata a favore. Un anno dopo il referendum contro i tagli alla scala mobile voluto dal Pci è bocciato con il 54% di no. 18 luglio 1988. Fim e Uilm firmano un accordo sull’integrativo alla Fiat. La Fiom non sottoscrive, nonostante la mediazione del ministro del Lavoro, Rino Formica, ma decide comunque di entrare nelle commissioni che gestiscono l’integrativo. I contrasti alla Fiat si sono ripetuti altre volte, anche negli ultimi mesi. Nel luglio scorso la Fiom non ha siglato l’accordo sugli esuberi.
          30 marzo 1999. Il contratto d’area di Gioia Tauro sancisce lo strappo tra il capo del Governo, Massimo D’Alema, e il segretario generale della Cgil, Sergio Cofferati. Quest’ultimo liquida il contratto d’area come «inutile e dannoso». È il primo accordo separato con il Governo a quindici anni dalla notte di San Valentino dell’84.
          2 febbraio 2000. Il Patto di Milano spacca i sindacati. L’intervento sul mercato del lavoro, voluto dalla giunta di Gabriele Albertini, è approvato definitivamente dalle organizzazioni imprenditoriali, da Cisl e Uil. Manca la Cgil e alla Camera del lavoro annunciano: «Lo strappo avrà ripercussioni nazionali e c’è il fondato rischio di un effetto a catena». Parole profetiche soprattutto per il resto del Paese: oggi a Milano la frattura è ricomposta, tanto che si parla di un modello ambrosiano che ha consentito una collaborazione costante con Assolombarda. 30 giugno 2000. A Pordenone l’Electrolux conclude un accordo con Fim e Uilm su lavoro a chiamata e premio di risultato. La Fiom si chiama fuori. Ma il documento è bocciato dal 70% dei lavoratori in un referendum.
          3 luglio 2001. Il contratto dei metalmeccanici ha già diviso due anni fa i sindacati. Gli schieramenti erano gli stessi – Fiom contro, Fim e Uilm a favore – ma sul tavolo c’era il rinnovo del biennio economico (oggi si discute anche quella normativa per quattro anni). L’accordo separato porta anche al primo sciopero separato, proclamato dalla Fiom.
          19 luglio 2001. Il Governo vara il decreto legislativo sui contratti a termine, sulla base di una direttiva Ue. L’impianto è condiviso da Cisl e Uil e dalle associazioni datoriali. È il primo dei profondi contrasti tra la Cgil di Sergio Cofferati e l’Esecutivo di Silvio Berlusconi, accusato da Corso Italia di esserle «ostile» e di aver scelto come primo atto di «dividere il sindacato».
          5 luglio 2002. È il giorno del Patto per l’Italia, approvato da tutti i sindacati e le associazioni datoriali, tranne la Cgil. Il Patto prevede anche la sospensione sperimentale dell’articolo 18, alla fine di un anno di aspre polemiche sull’abolizione della norma. Dal Patto per l’Italia deriva la legge delega di riforma del mercato del lavoro che introduce nuove forme di flessibilità.