Gli scioperi Cgil ripartono da «casa Pezzotta»

21/06/2002







(Del 21/6/2002 Sezione: Economia Pag. 5)
PROTESTA CONTRO I CARABINIERI: A PERO CENSITE LE ASSENZE AZIENDA PER AZIENDA
Gli scioperi Cgil ripartono da «casa Pezzotta»
A Bergamo 3-5 mila lavoratori sfilano in corteo: «L´articolo 18 non si tocca»

inviato a BERGAMO

Alla Dalmine hanno incrociato le braccia. Come al Gruppo Radici, alla Fbm, alla Gildemaister e alla Cartorobica. Tutti in piazza, 5000 secondo la Camera del lavoro, 3000 secondo la Questura, dietro al tricolore, alla bandiera dell’Europa e a quella della Cgil. Maurizio Laini, segretario cittadino della Cgil di questo manifestazione è più che soddisfatto: «C’era la stessa gente del 16 aprile, quando lo sciopero era nazionale e unitario». In piazza davanti alla stazione ci sono solo le bandiere della Cgil e qualcuna della Uil. In corteo fino all’Unione industriali, non si vede nemmeno un «dissidente» della Cisl. Lo striscione, che attaccano davanti alla sede degli imprenditori, è tutto firmato Cgil: «L’articolo 18 non si tocca». Come le magliette bianche e la scritta rossa: «I love articolo 18». Come lo slogan, il più ritmato: «Tu sì, tu no, articolo 18 non ci sto». Quando in piazza Vittorio Veneto arriva la notizia che si sono fermati anche alla Reggiani tessile, ai dirigenti della Cgil scappa un sorriso. Quella è la fabbrica dove lavorava il segretario nazionale della Cisl, Savino Pezzotta. Questa è la città, unica in Italia, dove ci sono 105 mila iscritti alla Cisl contro le 85 mila tessere della Cgil. Maurizio Laini non si preoccupa: «Non ci interessa se qui è nato Pezzotta o Papa Giovanni. Ci interessa di più dimostrare che nella roccaforte che è stata della Dc e poi della Lega, dove la cultura del lavoro è molto forte, non è vero che la gente è immobile e distratta dalla politica. Questo sciopero sta proprio a dimostrarlo». Dei campanilismi sindacali, a Beppe Casadio della segreteria nazionale, ultimo a prendere la parola in piazza, interessa poco: «Facciamo sciopero a Varese in casa del ministro Maroni, non vedo perché dovremmo preoccuparci di fare sciopero a casa di Pezzotta». Sarà, ma la divisione sull’articolo 18 che ha spaccato il sindacato, Cisl e Uil a trattare a Roma nelle stesse ore in cui la Cgil torna in piazza da sola, da queste parti pesa eccome. Maurizio Laini, ci spende le ultime parole del suo comizio. Guarda alla finanziaria e ai contratti che verranno: «Mi auguro di cuore che allora saremo il doppio in piazza, con Cisl e Uil qui con noi a condividere il medesimo progetto di un sindacato che rappresenta, contratta davvero e se necessario lotta». Ma è più una scommessa, che una promessa. A parte la frattura nel sindacato, ci sono i numeri di Bergamo. La media degli occupati in città e provincia tra i 15 e i 24 anni è di 10 mila unità in più rispetto alla media lombarda; la mobilità è altissima: almeno 15 mila giovani cambiano lavoro più di due volte l’anno; al mercato del lavoro mancano all’appello quasi 20 mila donne. Il segretario della Camera del lavoro guarda a loro: «Le divisioni nel sindacato ci preoccupano, ma quello che ci interessa sono le realtà di chi lavora e che non può perdere per un accordo di governo i diritti acquisiti da tempo». E a proposito di numeri, il comandante dei carabinieri di Pero avrebbe fatto un giro di telefonate «insolito» alle aziende per sapere la percentuali di partecipazione allo sciopero. La denuncia è della Cgil Lombardia. «Un´attività singolare – ha accusato il segretario regionale Susanna Camusso – e politicamente molto grave, potrebbe essere un´intimidazione». Non saranno barricate, ma nella città di Savino Pezzotta la Cgil non fa nemmeno un passo indietro. Lo dice un operaio tra i tanti che sono qui a sfidare Maroni e i 34 gradi: «Non siamo nè massimalisti nè rivoluzionari, in passato abbiamo firmato anche il patto per Bergamo. Ma noi abbiamo le nostre idee e a quelle non possiamo certo rinunciare. E’ chiaro che ci piace di più un sindacato unito, ma vogliamo che sia chiaro da che parte si sta». E’ la filosofia di sempre, in questo sindacato travagliato. La Cgil oggi mostra i muscoli e Beppe Casadio sfida gli altri sindacati: «Gli accordi di scambio non sono possibili, non è una vertenza che si chiude e poi si va avanti come se niente fosse. Il rischio è quello di un sindacato bipolare, noi nelle piazze, loro di governo. Ma questa spaccatura, non è certo colpa nostra».

Fabio Poletti