Gli Ordini in pressing sulla formazione

16/06/2001

Il Sole 24 ORE.com




    L’agenda degli Albi – Sempre più diffuse le disposizioni dei codici deontologici che prevedono l’aggiornamento degli iscritti

    Gli Ordini in pressing sulla formazione
    I Consigli vengono coinvolti direttamente nelle iniziative nazionali e locali – Partecipazione a corsi e seminari legata alla qualità
    Maria Rosa Gheido
    La formazione continua è ormai diventata un’esigenza diffusamente sentita in tutte le categorie: si accentua sempre più, tra gli Ordini e i Collegi professionali, la coscienza di un ruolo meno burocratico e la presenza di una funzione primaria, quella della formazione, da garantire soprattutto nei confronti della collettività nella quale il professionista opera. Da ciò deriva un coinvolgimento sempre maggiore delle organizzazioni di categoria, nell’indirizzo e nella scelta dei temi e dei contenuti dell’aggiornamento professionale degli iscritti; coinvolgimento che ha spinto il Consiglio nazionale forense a chiedere, nella relazione annuale, «una previsione legislativa a favore della formazione continua». Peraltro, già la nuova legge sulla difesa d’ufficio prevede che la designazione del difensore d’ufficio avvenga a cura dell’Ordine, sulla base di criteri oggettivi quali la reperibilità e la prossimità alla sede del procedimento e delle specifiche competenze del professionista, del quale l’Ordine deve certificare la idoneità valida ai fini dell’iscrizione, sulla base della dimostrazione dell’esercizio in sede penale da almeno due anni o della frequenza ai corsi tenuti dagli stessi Ordini e dalle Camere penali. Costituisce per molti versi un’esperienza-guida quella che si sta conducendo nella sanità: la sperimentazione iniziata il primo gennaio 2001 di «Ecm — Educazione Continua in Medicina» ha coinvolto circa 350mila medici chirurghi e odontoiatri del Servizio sanitario nazionale e oltre 2.400 organizzatori di programmi formativi. Parte ora la seconda fase, che si rivolge a tutte le professioni del settore sanitario, per le quali la formazione continua è stata organizzata in un sistema di accreditamento che deve portare al riconoscimento di almeno 150 punti in tre anni, utili per la carriera e i riconoscimenti economici. L’etica esige formazione. Il dovere morale del professionista di aggiornarsi assiduamente è peraltro stabilito, se non dalle leggi dello Stato (una previsione in tal senso era contenuta nel Ddl delega di riforma delle professioni, presentato quasi al termine della scorsa legislatura), da quelle interne delle categorie professionali sottoposte alla vigilanza di Ordini o Collegi, che sanciscono nel proprio codice deontologico tale dovere. Così, per esempio, le professioni economiche e giuridiche, riportano tutte un preciso dovere di aggiornamento all’interno dei loro codici etici (si veda la tabella). A sostegno del dovere deontologico alcuni Ordini hanno attuato azioni specifiche. Il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti ha emanato le norme per l’attuazione del programma di formazione professionale continua degli iscritti, riconducibile sia alla partecipazione a seminari, lezioni, corsi eccetera, sia ad azioni positive quali l’attività di docenza, la redazione di libri e articoli su riviste specializzate, la partecipazione a gruppi di lavoro e commissioni di studio e così via. Formazione e qualità. Il Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro ha, invece, istituito la «Certificazione di qualità professionale» che dovrebbe essere rilasciata dai Consigli provinciali dell’Ordine, su domanda degli iscritti in possesso di requisiti, di regolarità contributiva ed effettivo esercizio dell’attività professionale, sommati alla partecipazione ad almeno tre convegni o seminari o giornate di studio in un anno o a nove in triennio. A differenza da quanto visto per i commercialisti, il Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro non riconosce crediti formativi agli iscritti che svolgono un ruolo attivo nella formazione o redigono articoli o testi in materia professionale. Appare inoltre impropria la denominazione attribuita dall’Ordine dei consulenti alla certificazione: in effetti, l’Ordine non potrà certificare che la partecipazione alle iniziative di formazione, mentre la "qualità" professionale di un soggetto (fatta di esperienza, preparazione, intuito, serietà, etica, e quant’altro di imponderabile si collega all’esercizio serio e attento di un’attività professionale) non può essere oggettivamente certificata. Discorso del tutto diverso, invece, se si entra nel campo della certificazione di qualità vera e propria, oramai adottata da gran parte delle professioni soprattutto nelle versioni più recenti di Iso 9001, per certificare la qualità dell’organizzazione del lavoro nello studio professionale e, quindi, la correttezza delle procedure e dei sistemi utilizzati, da non confondere assolutamente con la qualità professionale, di cui sopra, che nessuno potrà mai cristallizzare in un certificato. In questa stessa pagina proponiamo un confronto tra diversi sistemi di controllo della qualità presso i dottori commercialisti di diversi paesi, Italia compresa, per segnalare identità e differenze nei percorsi seguiti. In ogni caso, la certificazione di qualità non dovrà essere utilizzata come mezzo improprio per acquisire clientela o per fini meramente pubblicitari, andando, in tal caso a cozzare contro lo stesso codice deontologico, che impone la formazione e l’aggiornamento, a tutela degli interessi dei clienti che al professionista si affidano.
    Sabato 16 Giugno 2001
 
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