Gli occhi della guerra – di F.Rondolino

24/03/2003

        24 marzo 2003


        Gli occhi della guerra

        di Fabrizio Rondolino

        LA morte entra in scena, e la scena ne è interamente occupata. Alla guerra virtuale dei mezzi blindati che sfilano nel deserto e dei lampi multicolori che illuminano le notti di Baghdad si sostituisce l’insostenibile pesantezza dei corpi umani – sfigurati e insanguinati e accatastati senza vita in una stanza, o feriti e terrorizzati di fronte ad una telecamera. Tutti, naturalmente, sapevano e sanno che in guerra si muore: e tuttavia le immagini di ieri cancellano d’un tratto l’illusione che l’Iraq sarebbe stato un nuovo Afghanistan o un nuovo Kosovo, e che la liberazione del paese sarebbe stata rapida e relativamente indolore.
        Il Pentagono ha voluto suggerire nei giorni scorsi un’immagine sostanzialmente rassicurante della guerra: da un lato, la schiacciante superiorità tecnologica e militare americana, indizio di sicura e rapida vittoria; dall’altro, l’attenzione estrema ad evitare vittime, e l’impegno nel prendersi cura dei prigionieri e della popolazione irachena. A questa propaganda «buonista», il regime di Saddam ha risposto con una controffensiva di segno diametralmente opposto, come a dire: siamo in grado di difenderci e di combattere e soprattutto di uccidere. Il terrore dipinto sui volti dei prigionieri americani, alcuni dei quali poco più che adolescenti, e tra loro una donna, dice proprio questo: e lo dice con il linguaggio elementare quanto universale degli occhi sbarrati, degli sguardi smarriti, dei balbettamenti e dei tremori.

        L’America ha discusso a lungo se trasmettere o no queste immagini (il Pentagono avrebbe preferito di no), e si potrebbe discutere anche di più sulla differenza vistosa di trattamento, sul contrasto insanabile fra i corpi americani ammucchiati in disordine fra le risate di un miliziano di Saddam e quelli iracheni ben allineati e con il volto coperto, fra la borraccia offerta al soldato di Baghdad e i pugni ricevuti da quello texano. Ma il punto, purtroppo, è un altro: se davvero il regime non dovesse rapidamente crollare, le immagini che abbiamo visto ieri occuperanno a lungo, simili tra loro e sempre nuove, i nostri teleschermi e le nostre coscienze.