Gli italiani si sentono sempre più poveri

27/07/2004


            martedì 27 luglio 2004

            RAPPORTO ANNUALE ISAE: NELL’UNIONE EUROPEA SOLTANTO GRECIA E PORTOGALLO STANNO PEGGIO
            Gli italiani si sentono sempre più poveri
            Il livello minimo considerato necessario per una vita dignitosa è di 1.700 euro al mese


            ROMA
            Povere e depresse. Ogni anno di più. Sei famiglie italiane su dieci si sentono povere. Molto più che in passato e con poche prospettive per il futuro. L’ultimo rapporto Isae dice che il 60,7 per cento degli italiani, contro il 51,4 dello scorso anno, si considera povero. E questo senso di povertà acuisce altri disagi, primo tra tutti le forti depressioni personali. In Europa solo portoghesi e greci si sentono più poveri e depressi degli italiani.

            Il livello minimo di reddito, considerato necessario per condurre una vita dignitosa senza lussi ma con l’indispensabile, si attesta sui 1.700 euro, cifra più alta rispetto a quella registrata nel 2003. Secondo la ricerca Isae ciò è dovuto al fatto che «i consumatori hanno incorporato in ritardo, nella propria valutazione sul reddito necessario, l’aumento dell’inflazione legata al caro-euro». In particolare, la sensazione di disporre di un reddito insufficiente per le proprie necessità si è diffusa maggiormente tra luglio 2003 e febbraio 2004, per poi migliorare negli ultimi mesi.

            Una percezione che ovviamente diminuisce nei nuclei familiari ad alto reddito (26 per cento) e aumenta, di conseguenza, in quelli a basso reddito (86 per cento), costituiti da operai, disoccupati, casalinghe e lavoratori part-time, persone con basso livello di istruzione, anziani soli, nell’Italia meridionale e nelle isole. Tra le fasce di popolazione più ricche solo il 26 per cento delle famiglie è convinto di disporre di un reddito inadeguato.


            L’Isae è arrivata a questi risultati attraverso un «indicatore di disagio», dato dal rapporto tra la quota, calcolata per le famiglie «povere», di coloro che dichiarano di avere incontrato difficoltà nel sostenere un insieme di spese relative alla casa (riscaldamento, bollette, mobili, affitto, mutuo e acquisti rateali) e alla persona (alimentazione, abbigliamento, vacanze e vita sociale), e la stessa quota calcolata sul totale delle famiglie.


            Questo modello d’indicatore consente così di individuare i consumi per i quali i nuclei che si sentono «poveri» sperimentano una maggiore inadeguatezza rispetto agli altri.


            Generalmente, le difficoltà nel sostenere le spese essenziali dovrebbero essere maggiori per le famiglie che ritengono le proprie risorse insufficienti. Tuttavia, poiché la percezione della povertà soggettiva comprende anche aspettative personali sullo standard di vita, è possibile che la dichiarazione di inadeguatezza faccia riferimento anche a consumi non di sussistenza.


            In particolare, a livello europeo si sentono più poveri i paesi del’area mediterranea. Ma se si considerano i consumi essenziali (affitto, alimentari, bollette), il livello di disagio appare più grave nei paesi nordici e in quelli dell’Europa centrale. In quelli mediterranei, invece, dove la povertà soggettiva è più diffusa, si rileva, tra coloro che ritengono inadeguate le proprie risorse di vita, un grado di disagio più contenuto rispetto a quello della popolazione complessiva.


            Qualche segnale di ottimismo arriva dagli ultimi quattro mesi che indicano che la «percezione di disagio» sembra essersi fermata. Ma certamente è presto per dire se si tratta di una vera inversione di tendenza. Sarà necessario aspettare altri indicatori, soprattutto nel prossimo autunno.