Gli italiani lavorano più di Berlusconi

01/04/2004


  Economia e lavoro




giovedì 1 aprile 2004
Gli italiani lavorano più di Berlusconi
La produttività e gli orari sono elevati.
Ma il milione di posti non si vede

Angelo Faccinetto
MILANO Stakanovisti ed efficienti. Ancorché poco pagati. Con buona pace del premier che, per raddrizzare l’economia del paese, vorrebbe farli lavorare di più tagliando, se non qualche festività, almeno qualche ponte. Nei confronti dei colleghi europei i lavoratori italiani non hanno nulla da rimproverarsi. Anzi. E a dirlo non sono solo i sindacati. Sono i dati. Quelli dell’Ocse, l’organizzazione
per la cooperazione e lo sviluppo economico, e quelli dell’Istat.
Quanto ad ore lavorate, gli italiani, nell’Unione europea, non hanno rivali. Da noi in un anno – i dati sono contenuti in un rapporto Ocse del settembre 2003 – si lavora in media 1.619 ore, 210 ore più che in Germania, 99 ore più che in Francia. Con un orario di fatto – come hanno spesso sottolineato i sindacati – che è assai più alto di quello contrattuale, assestandosi, specie nelle imprese industriali del Nord, sulle 47-48 ore settimanali. Senza contare che da noi operai ed impiegati hanno ferie più corte (e negli ultimi mesi – dati Istat – hanno anche scioperato di meno). Non a caso nella classifica mondiale
dei super-orari l’Italia è al sedicesimo posto. Per trovare chi si lavora di più bisogna varcare l’Oceano e sbarcare negli Stati Uniti o in Messico. Oppure spingersi in Estremo oriente. Del resto in un recente sondaggio il 76 per cento degli italiani ha dichiarato di lavorare più delle 40 ore settimanali di legge. La edia europea è del 56 per cento.
Ma non è soltanto questione di ore lavorate. Anche quanto a produttività per addetto i dipendenti delle aziende del Bel Paese non sono secondi a nessuno. «È elevatissima, tra le più alte del mondo» – afferma Beniamino Lapadula, responsabile economico della Cgil.
«Ciò che si deve fare, piuttosto, è alzare la produttività per ora lavorata. Ma questo dipende dalla tecnologia, dall’innovazione, dalla formazione. Cose per le quali bisogna intervenire con investimenti».
Investimenti che, invece, non si fanno. Non è, insomma, questione di
«lavorare di più». I problemi sono altri. Berlusconi afferma che in Italia il tasso di attività è basso. Solo quattro italiani su dieci lavorano,
dice. Altrove sono di più: cinque in Europa, sei addirittura in America. È così? Secondo l’Istat, a fine 2002, il tasso di attività delle persone di età compresa tra 15 e i 64 anni era del 61 per cento.
Il tasso di occupazione – sempre per la medesima fascia di età – era, lo scorso gennaio, del 55,8 per cento, lo 0,4 per cento in più rispetto a fine 2002. Come va interpretato questo dato? Anzitutto ci sono sostanziali differenze geografiche. Se il Centro-Nord si colloca nella media Ue, la vera differenza, in negativo, la fa il Sud. E, al Sud, è soprattutto l’occupazione femminile a non tenere il passo. Per ragioni culturali, per carenza di servizi, per la diffusione dell’economia sommersa, che c’è ma non risulta. Più basso, rispetto alla media
europea, però è anche il tasso di attività dei giovani e degli ultracinquantenni. Quelli che, come noto, più volentieri vengono espulsi dal mercato del lavoro. Con una precisazione. I dati di raffronto non sono sempre omogenei. In Germania, ad esempio, sono considerati lavoratori attivi anche quanti attendono la pensione stando in disoccupazione.
Dunque? Il problema è il lavoro che manca. È la crisi. E i dati lo confermano. Non serve dire «bisogna lavorare di più, bisogna aumentare il tasso di attività» se poi il lavoro non c’è, non si trova o si riduce. Berlusconi, l’altra sera, intervistato da «Italia 1» ha affermato di aver mantenuto la promessa fatta agli elettori di creare un milione di posti di lavoro. Anzi, ha detto di essere andato oltre, visto che di posti, da quando lui è al governo, ne sarebbero stati
creati un milione e 383mila, tra nuovi e regolarizzazioni. Le cose, però, stanno diversamente. Anche in questo caso sono i dati a dirlo. Negli ultimi trenta mesi del governo dell’Ulivo – gennaio 1999-luglio 2001 – gli occupati sono passati da 20 milioni 395mila a 21 milioni
713mila, con un incremento di un milione 318mila unità. Da allora fino al luglio 2003 la crescita è rallentata, con «soli» 502mila occupati in più. Mentre dal luglio 2003 ad oggi gli occupati sono andati addirittura diminuendo: da 22 milioni 215 mila a 21 milioni 991mila.
Una perdita secca di 224mila unità, che riduce la crescita ai tempi del centrodestra a 278mila. Altro che milione (e rotti) in più.
Intanto un altro dato certo è quello della cassa integrazione. Dal 2001 a gennaio 2004 sono aumentate del 62 per cento. E ancora non si sa che ne sarà di Parmalat e di Cirio. Se gli italiani che lavorano sono meno di quanto si vorrebbe, insomma, non è certo per responsabilità
loro.