Gli ipermercati a caccia di manager

09/03/2004





ATTUALITA’
lunedi 08 Marzo 2004
pag. 12

Un deficit di quadri e dirigenti di almeno un migliaio di unità di qui ai prossimi due anni. I grandi gruppi hanno deciso di smettere di "rubarsi" uomini a vicenda facendo salire le quotazioni e si mettono assieme per formare nuove figure

Gli ipermercati a caccia di manager


LUCA PAGNI


Praticamente tutti ci vanno a far la spesa, in pochi scelgono di andare a lavorarci. Sono i luoghi tipici dell’immaginario collettivo del consumatore moderno: grandi magazzini, supermercati, catene di articoli sportivi o faidate, fast food, reti di negozi in franchising, dall’abbigliamento agli occhiali. Tutti accomunati da un unico problema: non trovano manager da assumere. Una mancanza che è diventata una grande opportunità, visto che per i prossimi due anni il mercato italiano ha bisogno di almeno mille persone, tenendo contro anche del turn over.
Tutta colpa di un settore cresciuto troppo in fretta, nel tentativo di recuperare il distacco dai concorrenti europei. E di un sistema universitario che non ha saputo adeguarsi per tempo con le trasformazioni in atto e, salvo rari casi, le facoltà di economia non hanno pensato a corsi specifici, nemmeno post laurea. Così, per qualche anno le grandi catene si sono organizzate come hanno potuto: formando professionalità al loro interno, oppure strappandosi i dirigenti a colpi di aumenti di stipendio e benefit. È quello che era accaduto, per esempio, in Toscana ed Emilia negli anni ‘90, quando i concorrenti della Coop nel tentativo di sfondare nelle due regioni dell’Italia centrale pensarono bene di portare via i giovani più interessanti cresciuti all’ombra della grande catena della lega "rossa".
Un sistema di reclutamento, fatto in casa, che ora non regge più. Per una serie di motivi. Il primo è che la grande distribuzione non è più soltanto supermercati e centri commerciali. Gli altri li spiega Marco Airoldi, vice president di Boston Consulting Group, società di consulenza cui è stato chiesto da alcune società leader di occuparsi della questione: «La maggior parte dei dirigenti pensa che lavorare nella grande distribuzione significhi occuparsi del buon funzionamento del centro commerciale o di negozi. Conoscere la front line, in questo campo è sicuramente fondamentale, ma il livello del settore è talmente cresciuto che occorrono livelli professionali di ben altra natura». Per esemplificare con qualche numero: la grande distribuzione in volume è cresciuta in media del 7% nel 2001, del 6,7% nel 2002 e del 9,7% l’anno scorso. Con livelli ancora maggiori se si guarda soltanto agli ipermercati: in questo caso, negli ultimi tre anni la crescita e stata rispettivamente dell’8%, 7,1% e 15,9%.
«Nonostante si tratti di uno dei settori più forti, con ottime possibilità di carriera e di retribuzioni — rivela Ayroldi — la grande distribuzione non fa parte delle prime dieci scelte dei laureati in economia. Così come mancano docenti che si dedichino alla materia, mentre all’estero è da tempo che le facoltà di economia ci dedicano corsi e risorse. Non sorprende allora la concorrenza feroce tra i gruppi per strapparsi i manager migliori. Una situazione insostenibile per le esigenze del settore. Secondo i dati in nostro possesso entro il 2005 ci sarà bisogno di almeno 250300 manager per coprire l’ulteriore crescita, a cui bisognerà aggiungere altri 200250 persone da turn over. Una tendenza che varrà anche per l’anno successivo». Ma non sarà perché i giovani laureati fanno ancora l’equazione grande distribuzione uguale supermercato e vendite sullo scaffale? «È una percezione sbagliata. Occorrono figure molto più complesse e differenziate. Faccio solo un esempio: i gruppi della grande distribuzione hanno necessità di investire per la difesa del brand risorse nettamente superiori rispetto a prodotti come Coca Cola, Nescafé o Evian. E per ottenere dei risultati occorrono precise competenze».
In questo contesto è nata l’alleanza tra Carrefour Italia, Coop Adriatica, Gruppo Coin e Gruppo Pam per l’organizzazione di un «master in retail management» che prenderà il via a fine mese, il 29 marzo, alla Fondazione Cuoa (centro universitario di organizzazione aziendale) dove troveranno posto fino a un massimo di 35 giovani laureati con almeno tre anni di attività professionale alle spalle. Obbiettivo la formazione di dirigenti del settore distributivo quali manager di punti vendita, category manager, specialisti in custumer relationship management, buyer, esperti nella gestione dei processi commerciali e logistici, controller di gestione, responsabili di sviluppo della rete di vendita.
Tutte figure professionali molto particolari, ma necessarie perché la grande distribuzione possa sperare, anche in Italia, di raggiungere i livelli dei paesi leader in Europa, come la Francia o la Germania, dove soltanto per citare il settore degli alimentari i primi cinque gruppi coprono oltre l’80 per cento delle quote di mercato. Mentre da noi siamo ancora al di sotto del 50%.

È iniziata la rimonta?