Gli invisibili chiedono meno burocrazia e più tutele

12/03/2010

Il popolo invisibile batte due colpi. Il primo è risuonato all’inizio del mese, con la giornata dell’orgoglio immigrato, gialla perché questo è il colore adottato in tutto il mondo dalle manifestazioni contro il razzismo. E il secondo colpo oggi, con lo sciopero generale della Cgil, intitolato anche ai diritti di cittadinanza. La Cgil non aveva voluto aderire alle manifestazioni del primo marzo perché, come spiega l’iraniano Danesh Kurosh, che guida il Comitato nazionale immigrati della Confederazione, «il sindacato si sente parte della società, e non accetta una separazione noi-loro». Ma è certo che tali diritti di cittadinanza dovrebbero essere accolti in pieno dalle stesse organizzazioni sindacali, perché, su quasi 1 milione di stranieri iscritti a Cgil, Cisl, Uil, Ugl, sono pochissimi gli immigrati ad aver fatto carriera.
C’è tanto da costruire, insomma. Per cominciare, una piattaforma di richieste concrete e credibili, in cambio del rispetto delle leggi di questo paese. La prima rivendicazione, che ogni cittadino italiano dovrebbe condividere, è quella di tempi più brevi per il rinnovo del permesso di soggiorno. Oggi sono invece scandalosamente lunghi: 291 giorni in media, cioè dieci mesi, quando il Testo unico sull’immigrazione prevede invece che la procedura non debba durare più di 20 giorni. Si stima che ad aspettare il nuovo permesso siano oggi non meno di 1 milione di immigrati. La pratica, per l’immigrato, non è gratuita: come ben si sa il permesso costa 70 euro. Ma a questo esborso deve corrispondere una maggiore efficienza del servizio. Sicuramente i tempi verrebbero tagliati se i permessi avessero una durata più lunga: oggi è di due anni al massimo, per i contratti a tempo indeterminato. Se fosse invece di tre anni, si aiuterebbe la burocrazia, favorendo l’integrazione.
Bisogna poi allungare, per l’immigrato che ha perso il suo lavoro, il periodo in cui può restare in Italia a cercarsi un altro impiego senza diventare per questo irregolare. Oggi sono sei mesi. Niente, come potrebbero confermare gli italiani che hanno conosciuto tristemente la piaga della disoccupazione. Si raddoppi il periodo, portandolo a un anno, come prevedeva la normativa precedente. Altrimenti, non si fa altro che ingrossare le file di irregolari che non si riuscirà mai ad espellere.
A proposito di irregolari, ed è il terzo punto della possibile piattaforma: perché non sanare chi ha oggi un lavoro? Il governo ha preso l’iniziativa soltanto per le colf e le badanti. Per le donne, insomma. Perché gli addetti all’edilizia, all’industria manifatturiera, agli alberghi, ai ristoranti, alle attività agricole non debbono vantare lo stesso diritto di lavorare alla luce del sole? Non agendo, il governo va incontro a una scomunica certa da parte della Corte Costituzionale, che sta esaminando il pacchetto sicurezza. Nella sua ormai trentennale storia immigratoria, l’Italia ha dovuto già svuotare per sei volte il bacino di clandestinità che si era creato. Non c’è sei senza sette. Lo si faccia per ragioni di sicurezza, e anche per far sorridere le casse dell’Inps e del fisco.
La quarta richiesta, pretende un impegno profondo e possibilmente bipartizan. Bisogna cambiare la legge che prevede assunzioni soltanto a distanza, direttamente nel paese d’origine, e che quindi crea clandestinità, perché mai nessuno prende in forza un lavoratore, senza averlo visto prima all’opera. Ci vogliono, ad esempio, permessi di soggiorno per ricerca di lavoro, ovviamente sottoposti a quote. Solo così si potrà poi combattere seriamente la clandestinità. Il quinto e il sesto punto ci trasportano dal mondo del lavoro alla società civile. Una legge sul diritto di voto alle comunali e, soprattutto, la riforma della cittadinanza, in modo da venire incontro alla ”generazione Balotelli”. I bambini nati nel nostro paese non possono aspettare 18 anni ininterrotti di residenza, per dichiararsi italiani. Prima di Natale giaceva in Parlamento una proposta bipartizan, Sarubbi-Granata. La si riprenda coraggiosamente in mano. Non c’è sicurezza, senza integrazione.