Gli industriali scontenti del Cavaliere temono un takeover Cgil sull’Unione

06/03/2006
    luned� 6 marzo 2006

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    ROBIVECCHI. IL DIBATTITO PROIBITO _

      Di Stefano Cingolani

        Gli industriali scontenti del Cavaliere temono un takeover Cgil sull’Unione

          Ha ragione Piero Fassino quando dice che c’� una convergenza di fondo tra il programma dell’Unione e l’analisi di Mario Draghi pi� le proposte di Luca di Montezemolo? O ha ragione Maurizio Sacconi secondo il quale
          il presidente di Confindustria �indica una direzione di marcia tutta liberale che si contrappone alla direzione di marcia dell’Unione tutta condizionata dalla sinistra politica e sociale?�. Per il sottosegretario al lavoro, semmai Montezemolo tira �da destra� la giacchetta alla Casa delle libert�. Per il segretario ds, d� l’ultima condanna al governo Berlusconi. Leggendo tutta l’intervista, nei contenuti e ancor pi� nei toni
          preoccupati, anzi accorati, i due schieramenti in lizza dovrebbero
          evitare di iscrivere la Confindustria tra i loro supporter e chiedersi, al contrario, perch� oggi l’organizzazione degli imprenditori non � disposta a sottoscrivere nessun contratto con la Cdl (come avvenne nel 2001 a Parma) n� a firmare una apertura di credito con l’Unione (a differenza di quel che era accaduto, nella sostanza se non nella forma, nel 1996 con
          l’Ulivo). E’ qui la vera novit�. Berlusconi ha deluso i ceti medioalti.
          Anche se,a giudicare dai sondaggi pubblicati dal Sole 24 ore,la
          maggioranza degli industriali preferisce ancora lui, cos� come i
          commercianti e i professionisti. Romano Prodi non li ha conquistati. Il loro desencanto crea sfiducia, li allontana dalla politica, e forse dalle urne. Non suscita una spinta verso il cambio.

            Montezemolo d� alcune spiegazioni. La prima viene dal livello di questa campagna elettorale: �Insulti, delegittimazioni, un carnevale del populismo�. Se ha ragione lui, i contendenti non sono in grado di presentare agli elettori un serio progetto su come portare l’Italia fuori dal pantano e una leadership che lo renda credibile. La seconda spiegazione, ancor pi� radicale, � che sia alla Cdl sia all’Unione manca una chiara
            percezione del punto cui siamo arrivati. Cio� che con la crescita zero non c’� nessuna torta da dividersi. Bisogna innanzitutto far ripartire la crescita.A parole lo dicono anche i partiti. Poi nei loro programmi prevale la redistribuzione mentre la produzione diventa un auspicio.Ciascuno,in sostanza, dice:prima fatemi vincere, poi lo sviluppo seguir�.

            Quando Montezemolo constata che �l’Italia non va� d� un giudizio su chi l’ha governata finora. Quando dice che la Cgil ha riproposto �roba vecchia con cui non si va da nessuna parte�, d� un giudizio su chi vuole governare fra un mese al posto di Berlusconi. Ma, attenzione, non � un
            esercizio di cerchiobottismo. L’Unione, in particolare, dovrebbe capirlo. E preoccuparsi. Perch� non c’� dubbio che il neocollateralismo cigiellino
            mette sull’Unione un’ipoteca che diventa una palla al piede. E’ una delle
            principali differenze rispetto a dieci anni fa.Allora Prodi poteva contare su sindacati sostanzialmente uniti, che stavano gi� praticando la politica dei redditi (dopo l’accordo del 1993) e aderivano alla equazione di fondo: aggancio all’euro, risanamento fiscale, privatizzazioni, dialogo sociale,
            sviluppo. Oggi i sindacati sono divisi sulle prospettive (l’autonomia
            della Cisl, il governo amico della Cgil) e sulle cose da fare. In primo luogo sulle riforme del mercato del lavoro (la Biagi va difesa e completata secondo la Cisl e Montezemolo, mentre va rifatta o abolita secondo la Cgil e la maggioranza dell’Unione) e sulle politiche contrattuali. Nelle 281 pagine del programmone unionista non c’� una chiara scelta per mettere
            al primo posto produttivit� e flessibilit� del lavoro.Al di l� degli impegni sulla carta, il vero rischio � un takeover della Cgil; fa da raider la sinistra sindacale che gioca di sponda con tutte le componenti radicali, da Rifondazione al Pdci,dai Verdi a una parte dei Ds. Su questo non solo non
            c’� un dibattito aperto, ma c’� un dibattito proibito. La mediazione a tutti i costi, l’imperativo di non rompere con nessuno,ha occultato le divergenze esistenti facendo emergere un comune denominatore troppo minimo per essere davvero comune. Siamo certi che sia sincero Fassino nel ritrovare in Montezemolo molte delle cose di cui egli � convinto da tempo. Ma Gianni Pagliarini, ex segretario della funzione pubblica Cgil e
            ora candidato per i comunisti italiani, ha subito ricordato che bisogna
            �rispedire al mittente� le accuse della Confindustria che �vuole sentirsi dire meno diritti e meno salario�.

            Di qui al 9 aprile continueremo cos�. E dopo? Cosa accadr� nel momento in cui il governo dell’Unione dovesse prendere quelle decisioni coraggiose (e impopolari) di cui tutti sanno che ci sar� bisogno? Cosa faranno i Diliberto o i Pecoraro Scanio? Si pu� vincere senza il consenso di industriali, commercianti, professionisti. Ma si pu� davvero rilanciare
            l’Italia senza averli convinti che c’� un progetto nuovo per il quale val la pena sacrificare una parte dei loro interessi corporativi? E si pu� governare senza aver convinto di questo i sindacati? Il fine settimana ha dimostrato che da oggi si apre una campagna elettorale in salita anche per l’Unione. E il primum vincere non � detto che sia la ricetta migliore
            per vincere.