«Gli incentivi servono a poco»

04/06/2003




          Mercoledí 04 Giugno 2003


          «Gli incentivi servono a poco»

          Confindustria: una droga per il mercato

          N.P.


          ROMA – «Le forme di incentivazione al consumo non funzionano». Questa la valutazione del direttore generale di Confindustria, Stefano Parisi che, nel corso di un’audizione in Senato sul tema della competitività, ha osservato che l’inefficacia di misure che stimolino i consumi è dimostrata «dal fatto che è stata ridotta l’Irpef di 4 miliardi di euro dal gennaio 2003 e nel primo trimestre 2003 il Pil si è attestato a -0,1 per cento». «Questo vuol dire – ha aggiunto – che questi meccanismi non funzionano». Il messaggio al Governo arriva chiaro: per aumentare la competitività del Paese in modo strutturale occorre, tra le altre cose, rivitalizzare il Mezzogiorno. E un modo per farlo sarebbe dimezzare l’Irap, la tassa più detestata dalle imprese. «I tempi sono maturi: durante il semestre italiano di presidenza Ue l’Esecutivo ponga la questione a Bruxelles. La capacità di investimenti sarebbe straordinaria e non ci sarebbe nemmeno un calo del gettito, perché si innescherebbe un circolo virtuoso», dice Parisi. Alle Assise di Parma del 2001 Viale Astronomia presentò il primo documento di benchmarking, confrontando la posizione italiana con quella dei Paesi industrializzati sui punti cruciali dello sviluppo. Parisi ci si è soffermato ancora ieri, indicando ai senatori i punti di debolezza e di forza della nostra economia e gli interventi da fare per crescere e attrarre investimenti. La competitività è anche l’oggetto di una trattativa tra Confindustria e sindacati (i tavoli sono formazione, ricerca, infrastrutture e Sud): dopo gli appuntamenti tecnici, si attende la riunione politica. «Siamo pronti, attendiamo che i sindacati ci indichino la data: speriamo in settimana», ha detto ieri Parisi. Ma il sindacato prende tempo: c’è il problema della firma con il Governo. Confindustria ritiene che l’Esecutivo sia un interlocutore da coinvolgere, Cisl e Uil sono disponibili, la Cgil no. Una divisione che allontana la stretta finale.
          Parisi ha contestato l’affermazione che l’Italia sia in un momento di declino industriale e non ha voluto polemizzare con lo scarico di responsabilità tra una maggioranza e l’altra. Occorre guardare avanti, anche perché l’Italia può «prendere il treno della crescita e dell’innovazione tecnologica». A patto che si affrontino problemi di contesto. Punti deboli sono l’inefficienza della Pubblica amministrazione, il fisco alto e soprattutto con un quadro instabile che frena gli investimenti esteri. Parisi si è soffermato in particolare sulle tecnologie, sulla dimensione delle imprese, sul quadro regolatorio del sistema. Parisi ha citato i dati sulla ricerca: 0,5% rispetto al Pil gli investimenti privati, 3,2% in Usa. «Da noi le aziende sono più piccole, spesso chi fa ricerca non lo indica nel conto economico con questa voce», ha spiegato. Un problema di statistiche e anche qui di sistema: i Paesi che investono di più in e-government, salute, sicurezza, hanno ricadute maggiori sulla ricerca. Quanto alla dimensione delle imprese, «il Governatore lo afferma ora, ma noi lo abbiamo detto alle Assise di Parma del 2001 che piccolo non è più bello», ha detto Parisi.
          Ma la soluzione non è sempre lo sbarco in Borsa: «Occorre creare un modello produttivo diverso, per esempio aumentare i sistemi di imprese in rete, varare un sistema finanziario che faccia crescere le aziende, migliorare la logistica», ha detto Parisi. Infrastrutture, quindi. Ma anche un sistema bancario «che accompagni le aziende su questa strada». Fazio ha lodato le banche perché si sono aggregate: Parisi ha concordato, ma ha sottolineato che il rapporto delle banche con le imprese deve essere di maggiore collaborazione. E vanno tolti i vincoli che impediscono alle aziende di crescere.