Gli imprenditori: «Basta risse così l’Italia affonda»

05/03/2004


5 Marzo 2004

inchiesta
Roberto Ippolito

VIAGGIO TRA GLI UMORI DELLE ASSOCIAZIONI TERRITORIALI

Gli imprenditori
«Basta risse così l’Italia affonda»
Dal confronto che ha portato a indicare Montezemolo alla guida
della Confindustria esce una indicazione chiara: serve più dialogo

ROMA
LORENZO Ercole è il presidente dell’Associazione industriali di Asti. E dice: «La litigiosità sta distruggendo l’Italia; non possiamo continuare a sbranarci tutti i giorni».
Andrea Moltrasio guida invece gli imprenditori di Bergamo. E afferma: «Ci sono troppe battaglie ideologiche, mentre bisogna tornare a parlare».
Marco Montagna è a capo dell’Assindustria di Pesaro-Urbino. E si rammarica: «Oggi il dialogo è la cosa che più manca nel nostro paese».
Massimo Ferrarese rappresenta invece gli industriali di Brindisi. Ed esclama: «Basta con le tensioni quotidiane su tutti i fronti; c’è bisogno di tranquillità».
L’aspirazione al recupero della serenità sembra dunque unificare davvero l’Italia: quasi un ritornello. E’ questo uno dei dati, forse la premessa delle aspirazioni e degli obiettivi, che emerge dall’ampio confronto, vicino alla conclusione, sviluppatosi per l’elezione del successore di Antonio D’Amato alla presidenza della Confindustria.
Dal confronto è scaturita una netta indicazione a favore dell’elezione del presidente della Ferrari Luca Cordero di Montezemolo. Il consenso molto ampio intorno al suo nome arriva con la spinta per la creazione di un clima più disteso. E’ insomma un’Italia stanca degli strilli e bisognosa di ragionare quella tratteggiata dal dibattito interno alla Confindustria con le sue 113 mila imprese associate in vista della designazione del futuro presidente giovedì 11 marzo da parte della giunta.
Le procedure dalle quali risulta una preferenza così marcata per Montezemolo rappresentano pertanto una spia degli umori dell’apparato produttivo. Di questi umori i presidenti delle associazioni territoriali sono in pratica i portavoce. Fra l’altro sono in prevalenza piccoli imprenditori e in pochi casi medi imprenditori, rispecchiando la composizione del tessuto industriale italiano unico al mondo per la quantità di aziende di minori dimensioni.
Quella di Ercole è la Saclà: condimenti, sottaceti e sottolio con 130 milioni di euro di fatturato e 180 dipendenti). Moltrasio opera nel settore delle vernici per il legno e nella sanità (39 milioni di fatturato, 215 dipendenti). Produttore di pentole e costruttore, Montagna ha 360 dipendenti e 40 milioni di fatturato. Prefabbricati e costruzioni sono l’attività di Ferrarese (45 milioni di euro e 270 dipendenti).
La concentrazione sull’assetto della Confindustria deriva probabilmente anche dalle specificità del sistema imprenditoriale. Osserva Montagna: «Credo che l’Italia contrariamente ad altri paesi abbia un’associazione industriale così importante perché le aziende sono molto piccole e devono sentire qualcuno vicino a loro».


Sforzo congiunto
Oggi, con l’economia azzoppata e le drammatiche crisi della Cirio e della Parmalat, soffrono indistintamente tutte le imprese. «Ci sono l’insidia dell’avanzata cinese e le preoccupazioni per la debolezza del dollaro, ma nelle discussioni per il futuro della Confindustria guardiamo soprattutto a noi stessi interrogandoci su cosa fare tutti insieme» spiega Aldo Bonomi, presidente dell’Assindustria di Brescia, impegnato nel comparto delle valvole per riscaldamento (70 milioni di fatturato e 250 dipendenti).
Aggiunge Cinzia Palazzetti, presidente a Pordenone, produttrice di caminetti e stufe (50 milioni di fatturato, 300 dipendenti): «C’è un momento di disorientamento, ma non può mancare la fiducia. Se la perdessimo ci limiteremmo alla conservazione dell’esistente. Ma non se ne parla proprio: non ci basta mantenere le posizioni».
Nei giorni in cui piovono dall’Istat le cifre sul prodotto interno lordo quasi fermo, fra gli imprenditori prevale la volontà di non abbattersi. «Viviamo comunque di ottimismo, altrimenti dovremmo cambiare mestiere» fa presente Ercole. Incalza Bonomi: «Se non fossimo entusiasti moriremmo. Abbiamo cercato qualcuno come Montezemolo che dimostrasse entusiasmo per vincere la sfida dell’economia. Dobbiamo essere contenti di essere italiani».


Le potenzialità
Un esempio dell’approccio positivo a dispetto del periodo cupo viene da Massimo Calearo, presidente dell’Assindustria di Vicenza, produttore di antenne per auto e telecomunicazioni (30 milioni di euro di fatturato e 300 dipendenti): «Con il progetto Marco Polo abbiamo monitorato a Vicenza cinquecento imprenditori; l’83% giudica la Cina un’opportunità e non un rischio. Adesso stiamo studiando i distretti industriali cinesi e pensiamo che una delle prime missioni della prossima gestione della Confindustria debba avvenire in Cina per accompagnare le piccole imprese».
Luciano Mancioli, presidente dell’associazione di Lucca, attivo negli smalti per le piastrelle (50 milioni di euro di fatturato con 100 dipendenti in Italia e 120 in Messico), è sulla stessa lunghezza d’onda: «Abbiamo la carica e vogliamo che sia data la carica all’imprenditoria italiana un po’ abbattuta per affrontare la concorrenza cinese e di tutto il mondo. L’obiettivo è rivalutare il made in Italy, producendo un gradino più sù».


Verso la ripresa
E’ il momento di tentare il recupero, come rileva Ivan Lo Bello, presidente a Siracusa (alimenti per la prima infanzia, 15 milioni di fatturato e 75 dipendenti): «Il sistema imprenditoriale si rende conto della crisi di leggittimazione e riflette anche in termini autocritici. Vuole ricominciare a parlare al paese riprendendo la via dello sviluppo».
Il presidente dell’Assindustria di Palermo, Giuseppe Costanzo (che ha dato vita a aziende per il gpl, il polistirolo, l’imballaggio alimentare, il riciclo, l’immobiliare, la ristorazione con 40 milioni di fatturato e 150 dipendenti), ricorda che è pari a 2,5 il numero di addetti medio per impresa in Sicilia: «Le piccole imprese hanno fatto miracoli visto che il Mezzogiorno è cresciuto un po’ in più del resto d’Italia. Sul loro vigore deve puntare ora la Confindustria, sapendo che da sole non ce la possono fare».
Una Confindustria pertanto che piloti le piccole e medie imprese «per farle crescere e avvicinare alle grandi che sono sempre meno», sintetizza Calearo. E che lavori, in qualunque situazione, pensando «alla mediazione e non alla contrapposizione», puntualizza la Palazzetti.
L’indicazione che arriva dalle associazioni territoriali appare univoca: «Dialogo dialogo dialogo» scandisce il barese Nicola De Bartolomeo (costruttore con 20 milioni di fatturato e 100 dipendenti). Per De Bartolomeo «la partecipazione e il confronto servono oggi in Italia in tutti i campi e più che mai nella realtà imprenditoriale».
Dialogo e concretezza: parole essenziali. Tutt’altro che ovvie. Fa notare Moltrasio: «Bisogna parlare delle imprese, non di cose lontane come l’articolo 18 sui licenziamenti. La battaglia per modificarlo non è stata percepita vicina al giorno per giorno. Il territorio deve diventare più competitivo, gli imprenditori devono conoscere nuovi mercati anche affiancati dalla Confindustria».
Essere «sempre aperti al dialogo con i sindacati, naturalmente su posizioni chiare», è considerato indispensabile, come sottolinea il ravennate Andrea Trombini (pannelli di legno per i mobili, 250 milioni di fatturato, 800 dipendenti). Fa eco Lo Bello: «Dobbiamo riprendere i rapporti con le parti sociali, recuperare la capacità di confronto con le organizzazioni dei lavoratori, favorire un clima di condivisione degli obiettivi per la crescita».
Vittorio Fini, presidente dell’Assindustria di Modena e impegnato nella ristorazione (50 milioni di fatturato e 480 dipendenti) afferma: «La mia associazione, già negli anni in cui è stata retta proprio da Montezemolo e attualmente, cerca sempre di incidere attraverso un confronto sereno e approfondito sulle istituzioni per convergere sulle questioni prioritarie; è aperto un tavolo allargato di discussione fra le parti sociali e le istituzioni».
I grandi orientamenti affiorati vengono segnalati dal presidente della Confindustria Sicilia Ettore Artioli (imballaggi plastici e immobiliare, 7 milioni di fatturato e 35 dipendenti): «La base spinge al dialogo con tutti i soggetti nel territorio e al centro, chiedendo a chi la rappresenta di operare senza collateralismi nè antagonismi»


L’indipendenza
Puntualizza De Bartolomeo: «La Confindustria deve riconquistare l’autonomia di pensiero, progettazione, proposta, posizioni nei confronti di chiunque». Insiste Ferrarese: «Dalla base arriva un forte impulso all’autonomia, unico modo affinchè gli imprenditori (soprattutto quelli meridionali dimenticati) dimostrino le potenzialità».
Una Confindustria «autorevole nè collaterale per forza al governo nè per forza contraria» è quella che immagina il varesino Alberto Ribolla (grandi impianti per l’energia, 110 milioni di fatturato e 800 dipendenti). E quindi, prosegue Ribolla, «critica in maniera dialogante per il bene dell’impresa e di conseguenza per il bene del paese».
I grandi temi del confronto futuro sono già evidenti. «E’ molto forte la necessità di migliorare le condizioni di contorno dell’attività economica, cioè la competitività» fa notare Giovanni Fantoni, presidente dell’Assindustria di Udine, produttore di mobili e pannelli (260 milioni di fatturato e 1.250 dipendenti).
Fantoni pensa in particolare alle liberalizzazioni («Ancora insufficienti, in particolare per l’energia e a livello locale») e alla logistica («Gli investimenti delle Ferrovie per il trasporto merci sono bloccati da lustri»).
Dialogo a tutto campo significa anche ricerca della collaborazione con il sistema creditizio, voltando pagina dopo l’esplosione delle vicende Cirio e Parmalat. «Non esistono le imprese senza le banche e non esistono le banche senza le imprese» avverte Ribolla aggiungendo: «Non è pensabile che le banche siano arroccate, ma neanche che le imprese non siano serie nella gestione dei capitali».
Concorda Fini: «Le imprese hanno bisogno delle banche e viceversa». E il presidente dell’associazione di Reggio Calabria e industriale del caffè Pasquale Mauro (20 milioni di fatturato, 100 dipendenti) evidenzia un’esigenza di carattere generale: «L’Italia si deve unire». Per il credito significa, secondo lui, «assicurare gli stessi parametri di costo a tutti gli imprenditori».
Collaborazione all’esterno. Ma anche collaborazione fra le imprese, fra tutte le imprese: ecco un altro segnale proveniente dai presidenti delle associazioni territoriali. Dice l’anconetano Paolo Leonardi (accessori per l’ufficio e materie plastiche, 20 milioni di fatturato e 50 dipendenti): «Si consolida l’idea di fare squadra e di trovare sinergie.

Le grandi imprese possono tirare le piccole (che hanno tenuto in piedi la baracca) per riavviare lo sviluppo».
Di «traino» delle piccole e medie imprese da parte della Confindustria ha parlato Montezemolo negli appunti scritti sulla scorta degli incontri avuti in queste settimane in tutta Italia. Traino per l’internazionalizzazione, per esempio.

O per la ricerca e l’innovazione.
Con un’attenzione speciale per il Mezzogiorno. «Dobbiamo fare di più per riagganciare il Mezzogiorno» precisa il presidente di Trento Franco Petri (edilizia industriale, 25 milioni di fatturato e 100 dipendenti), mettendo in risalto che «stiamo investendo in Romania o altrove, ma non siamo capaci di concretizzare le opportunità esistenti in Italia».
E si deve muovere, viene sostenuto, una Confindustria più presente in Europa.

«Le imprese italiane devono pesare di più a Bruxelles per spingere la definizione di politiche per lo sviluppo da parte dell’Unione» sostiene il genovese Stefano Zara (consulenza e informatica, 10 milioni di fatturato, 100 dipendenti). E contemporaneamente, secondo Zara, è il momento «di concepire in Italia politiche industriali» per alcuni settore chiave come l’energia. la siderurgia o l’elettronica.
Con il lungo confronto interno la base imprenditoriale sta quindi esprimendo le sue idee. E dichiarando quale Confindustria si attende. Una Confindustria che trasmetta «fiducia e credibilità» come dice Trombini. Che «non sia più chiusa» come sollecita Ferrarese.

Che «discuta ma eviti divisioni superflue» come suggerisce Moltrasio. Che «ricrei quello spirito unitario purtroppo venuto meno» come sostiene Fantoni.
Aggiunge Piero Della Valentina, presidente della Confindustria Friuli, attivo nel settore del legno (23 milioni di fatturato e 240 dipendenti di cui due terzi all’estero): «La Confindustria di domani deve cancellare la conflittualità interna basata su presunte differenziazioni dimensionali o geografiche. E’ l’ora di rappresentare tutte le imprese, piccoli o grandi, del Nord Est o del Sud».