Gli immigrati regolari sono più di due milioni

21/10/2004

            giovedì 21 ottobre 2004

            IL MINISTRO: ALTRI 260 MILA ATTENDONO IL RINNOVO ENTRO LA FINE DELL’ANNO
            Gli immigrati regolari sono più di due milioni
            Pisanu: a Roma per ottenere il permesso di soggiorno ci vogliono undici mesi
            Flavia Amabile

            ROMA
            In Italia ci sono oltre due milioni di cittadini stranieri: per la precisione 2.193.199 di immigrati «regolari». Lo ha chiarito ieri il ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu, rispondendo nel corso del «question time» a Montecitorio. I permessi in scadenza quest’anno – ha precisato il ministro dell’Interno – sono 1.316.179; quelli rinnovati, aggiornati o rilasciati ex novo dal 1° gennaio ad oggi sono stati 1.147.194. Le pratiche ancora giacenti presso le questure sono circa 260 mila. Il ministro ha poi riferito che il tempo medio di attesa per ottenere il permesso è di 113 giorni, ma gli estremi che generano la quota media son o lontanissimi: appena quindici giorni a Prato, circa undici mesi a Roma.


            E’ facile, dunque, immaginare la situazione negli uffici dove comunque dal 26 luglio scorso – ha aggiunto Pisanu – quattrocento lavoratori interinali sono arrivati a dare man forte ai colleghi delle trenta questure più affaticate, quelle sulle quali grava il settanta per cento degli stranieri che abitano sul territorio italiano: oltre un milione e mezzo di persone, circa cinquantamila permessi da rilasciare per ogni ufficio.
            Rafforzare il personale ha senza dubbio permesso di far calare le pratiche in giacenza. Al 30 settembre, in media, la diminuzione era di circa il 20 per cento per le pratiche in giacenza e del 25 per cento nei tempi di attesa. Le situazioni più critiche restano a Roma e a Milano dove – ha sottolineato il ministro – sono presenti complessivamente 537 mila 734 stranieri.


            Il ministero dell’Interno – ha aggiunto Pisanu – sta definendo un progetto triennale per snellire le procedure e abbattere i tempi di rilascio dei permessi. Il progetto prevede l’apporto iniziale di soggetti esterni alla pubblica amministrazione, per arrivare ad un modello definitivo basato sulla collaborazione tra prefetture, questure e Comuni, con costi decrescenti per gli immigrati. A conclusione di questo processo – ha concluso – «tutta la competenza rimarrà ovviamente nelle mani delle questure e delle prefetture, che però dovranno operare in stretta collaborazione con le amministrazioni comunali, che sono gli sportelli naturali per i migranti, perchè è nei Comuni che esiste l’anagrafe e ci sono tutte le competenze che riguardano il controllo della popolazione presente».


            Pisanu, a margine del «question time» alla Camera, è poi tornato ad analizzare il problema dell’eventuale realizzazione di strutture per gli immigrati. «I centri di accoglienza all’estero sono previsti da due delibere del Consiglio dei ministri della Giustizia e dell’Interno europei – ha spiegato – e la previsione riguarda esattamente il fatto che, su richiesta di un Paese straniero, l’Unione può contribuire alla realizzazione non di campi, che è una parola assolutamente inadatta, ma di strutture per l’accoglienza umanitaria di migranti che debbono poi essere o inseriti da qualche parte o rimpatriati».


            «Tutto qui – ha concluso il titolare del Viminale – e questo, comunque, è un aspetto del tutto secondario rispetto alla linea di politica per l’immigrazione che si sta delineando in Europa, consentitemi di dire, grazie all’iniziativa italiana».
            Conversando con i giornalisti nel Transatlantico di Montecitorio, il ministro non ha poi rinunciato a lanciare una nota polemica: «Oggi – ha osservato Pisanu – c’è chi è più attento ai problemi degli immigrati: l’attenzione nei loro confronti cresce anche perchè c’è qualche “anima pia” in cerca di persone da poter tesserare a partiti e sindacati».

            STORIE DI INTEGRAZIONE
            Da straniero a paesano
            Parlano i nuovi italiani

            C’è chi ha cambiato il suo modo di vivere e chi rimpiange la sua terra
            «L’Italia è come un uragano, bisogna attraversarlo senza bagnarsi»

            L’assistente
            «Giusto vivere come fate voi»
            NDJOCK NGANA
            Camerun, 40 anni
            «Sono nato in un Paese bellissimo ma con tanti problemi dal quale sono partito senza sapere dove andare. Al mio arrivo non si parlava di immigrazione clandestina ma di immigrazione spontanea, ci guardavano come animali ma in compenso nessuno pensava a prenderci le impronte dei piedi… Non mi sono mai sentito discriminato, magari non accolto; avevo l’im- pressione che gli italiani facessero finta di non vederci per farci diventare invisibili. A Roma, dove abito con mia moglie e mia figlia piccola, ho imparato che esistono tanti ordini professionali, noi eravamo l’ordine dei poveretti dimenti- cati dallo Stato. Si stava benisimo, non avevamo spazi, non eravamo considerati, abitavamo un limbo per molti versi comodo. La prima ad aprirsi a noi fu la Regione. Non mi sono mai trovato male perché ho capito subito che questo Paese è come un uragano, bisogna imparare a passare attraverso le gocce. Io l’ho fatto e non mi sono bagna- to. Ho capito che si deve vivere come si fa nel luogo che ti accolie, non intestardirsi a fare come a casa. Sono soddisfatto anche del mio lavoro, in un’associazione che si occupa di media- zione per l’integrazione degli immigrati di fronte alla buro- crazia, il vero guaio dell’Italia».

            L’antropologa
            «Ho fatto anche le pulizie»

            PILAR SALAVIA
            Perù, 56 anni
            «Lavoro all’ufficio immigrazioione della Uil, sono antropologa. E’ stata dura, all’inizio, per capire le regole di una società tanto diversa dalla mia. Sono andata via dal Perù perché facevo parte di una Ong nelle Ande e siamo dovuti fuggire. Non ho avuto difficoltà per ottenere il permesso di sog- giorno ma non potevo lavorare, ci sono voluti molti anni per questo. All’inizio facevo di tutto, la donna delle pulizie, la baby sitter, l’assistente per anziani. Il fatto di fare lavori che non erano adeguati alla mia preparazione non mi ha portato ad abbandonare il lavoro che ho sempre svolto nel sociale. Discriminata? Mi sono sentita spesso così, quando dicono «extracomunitario» con quel tono particolare, o persona di colore, sempre con quel modo, ricevo un colpo al cuore, come se la gente non volesse approfondire. In Italia certi sono razzisti e certi no, come ovunque nel mondo ma ci si concentra soprattutto verso chi è povero, forse per paura di essere contagiati dallo stesso male. Abitavo in una zona di immigrati, a Roma, piazza Tuscolo, lì dicevano a mio figlio che gli immigrati non li volevano, a parte lui. Ora ha trovato un suo
            equilibrio, come me».

            L’impiegata
            «Il mio lavoro non è quello che sognavo
            Ma non sono disposta a compromessi»


            SVETLAVA KUREINUKICHOVINHA
            Bielorussia, 32 anni
            «Sono impiegata in una ditta tessile, nel reparto ordinazioni. Non un gran che per chi pensava di arrivare qui e conquistare il mondo. Molte mie connazionali sono diventate attrici, indossatrici, conduttrici, addirittura veline, io mi sentivo fisicamente adeguata a quella carriera ma non sono disponibile ai compromessi. Dunque niente. Diventare “regolare” come dite voi usando un termine odioso per chi si sente in regola con se stessa e con il mondo, non è stata cosa facile. Innanzitutto perché si ha la sensazione che ti rendano le cose difficili per liberarsi di te. Bisogna riempire un’infinità di moduli e se non parli la lingua sono guai, lo sbagli e si rimanda di mesi. Oltretutto la burocrazia è terribile. Ma la cosa peggiore è il rapporto obbligatorio e continuato con la questura dalla quale dipende il tuo permesso di soggiorno, l’unica carta che legittima la tua esistenza pacifica qui, oltre la carta d’identità, oltre il passaporto. E forse sarà perché in questura hanno a che fare con delinquenti, fatto sta che appena entri ti senti avvolto in un alone di sospetto, costretto per di più a fare cose che per una persona normale sono imbarazzanti, cose che fanno quelli che sono in libertà vigilata, è un disagio continuo dal quale non è possibile liberarsi. La discriminazione nasce in quelle stanze».

            L’idraulico
            «Licenziato. E ora ho paura»

            AHMED EL MAKOUDI
            Marocco, 49 anni
            «Sono sposato e ho due figli, nati a Torino. Sono in Italia dal 1985, avevo già passato due anni in Francia, un po’ di tempo in Belgio. Qui, per undici anni ho lavorato in una ditta come idraulico, il mestiere che avevo imparato nel mio Paese. Sono anche riuscito a comperare casa, al Lingotto. Poi la ditta è stata chiusa e lì sono cominciati i miei guai. Per due anni ho vissuto con la liquidazione e con lavori in nero: trovavo solo quelli. Poi, in quattro abbiamo comperato due banchi di frutta e verdura. Ma guadagnavamo niente e dopo poco li abbiamo venduti. Così, ho passato un altro anno disoccupato, mettendo annunci sui giornali. Alla fine ho trovato un posto, sempre come idraulico, a tempo determiminato, per 12 mesi. Da lunedì scorso, però, sono di nuovo a casa e penso già a luglio, quando dovrò rinnovare il permesso di soggiorno. E’ sempre stato difficile: ti chiedono il reddito e se sei disoccupato o lavori in nero sono guai. Tutta la terra è di Dio, dove trovo da vivere è il mio paese. Ma i miei figli vanno a scuola a Torino e io desidero che continuino a crescere qui».

            La badante
            «In Romania ero ingegnere»

            NICOLETA LENESCHI
            Romania, 45 anni
            «Sono ingennere edile, nel mio Paese, per dieci anni, ho lavorato in studi tecnici e come docente. Ma lo stipendio bastava appena a sopravvivere. Non avevo legami familiari e ho deciso di partire: sono arrivata a Torino nel luglio ‘95, con un progetto preciso: lavorare, ri- sparmiare e tornare a casa, do- ve la madre stava costruendo una villetta, per aprire un agri- turismo. Continuo a crederci, la nostra regione è molto interessante dal punto di vista turistico. Solo che occorrono tanti soldi e la casa non è ancora finita. Ma sono stata fortunata: pochi mesi dopo il mio arrivo c’è stata la sanatoria. Per cinque anni ho assistito un anziano che poi è mancato. Ora faccio parte di una cooperativa di assistenza sanitaria. «Per tre anni ho lavorato come ausiliaria in ospedale. Ora sono vicepresidente della cooperativa. Mi occupo della gestione, ma in futuro tornerò in ospe- dale. Ho scoperto che Torino è bellissima, mi sono comperata alcuni libri sulla sua storia. Dopo i primi anni, in cui si pensa solo all’aspetto materiale della vita, bisogna cominciare a nutrire anche l’anima».

            dichiarazioni raccolte da
            Michela Tamburrino
            e Maria Teresa Martinengo