Gli esperti del lavoro: modello da ritoccare

21/05/2003



              Mercoledí 21 Maggio 2003
              ITALIA-LAVORO
              Gli esperti del lavoro: modello da ritoccare
              SERENA UCCELLO


              MILANO – L’accordo del ’93 si può cambiare, adeguandolo ai tempi, ma attenti a non stravolgere i principi fondamentali della politica dei redditi. Quello degli esperti del lavoro e di relazioni industriali è un parere sostanzialmente unanime: l’intesa del luglio ’93 non è un tabù e pertanto può essere suscettibile di interventi, tuttavia non è praticabile l’ipotesi di un suo definitivo superamento. Per diverse ragione: perché al momento sarebbe difficile riuscire a definire un’alternativa altrettanto valida; perché quell’accordo per un decennio ha funzionato salvando il Paese da un inasprimento delle tensioni sociali. «Che l’accordo sia ancora valido – dice Gian Primo Cella, ordinario di sociologia industriale alla Statale di Milano – è dimostrato dal fatto che in molti settori ha governato il sistema. Certo alcuni aggiustamenti sono necessari». La strada? «Si potrebbe pensare – dice Cella – a una parziale attenuazione del modello, prevedendo alcune apertura del contratto nazionale».
              Cautela, dunque, non solo per salvare quanto di positivo c’è nell’intesa del ’93, ma soprattutto perché una revisione complessiva «non è concretizzabile a breve – avverte Carlo Dell’Aringa, docente alla Cattolica di Milano – richiede cioè un’unanimità di consenso che al momento non c’è. Per intenderci non si può pensare che a cambiare un accordo di questo tipo sia solo una parte».
              La strategia dei piccoli passi non deve però pregiudicare l’andamento di un processo che agli stessi esperti appare ormai segnato e inarrestabile, vale a dire l’avvicinamento del contratto nazionale al territorio. Lo spostamento del peso della contrattazione dal livello nazionale a quello territoriale «è nella natura delle cose – spiega Michele Tiraboschi, docente di diritto del lavoro all’università di Modena -. La contrattazione collettiva deve diventare territoriale, non solo sul piano delle retribuzioni ma anche per gli aspetti più strettamente organizzativi». Un’idea quest’ultima che per Tiraboschi ha già un precedente nel patto per Milano. Potenziare, quindi, la contrattazione territoriale per valorizzare, al tempo stesso, quella nazionale.
              Perché anche sulla salvaguardia del contratto nazionale gli esperti concordano. Solo la contrattazione collettiva nazionale può infatti garantire standard unici per quanto riguarda le tutele, dare cioè quelle che Lauralba Bellardi, docente di diritto del lavoro all’università di Bari, definisce «garanzie di equità. Il decentramento – dice – è necessario, ma garantire una base unica di tutela è altrettanto necessario anche per mantenere una sana competitività».
              Ma se gli obiettivi e le modalità di questo processo sono chiari, appare più complesso decifrarne i tempi, tanto che sulle date nessuno si pronuncia. «Un confronto – dice Dell’Aringa – sicuramente non potrà esserci prima del referendum sull’articolo 18. Sarebbe importante non far passare invano la data del decennale dell’intesa, il 23 luglio. Può essere una buona occasione per costruire un dialogo serio».