Gli enti bilaterali, nuova frontiera del confronto tra le parti

13/05/2003




              Martedí 13 Maggio 2003
              ITALIA-LAVORO
              Gli enti bilaterali, nuova frontiera del confronto tra le parti


              MILANO – Il futuro delle relazioni industriali comincia anche dalla legge Biagi, esattamente dalla norma che introduce gli enti bilaterali tra quelli autorizzati a facilitare l’incontro tra la domanda e offerta di lavoro. Ma non solo: alla bilateralità la legge delega fa costantemente riferimento attribuendole un ruolo centrale.
              E così gli enti bilaterali, nati per gestire attraverso l’apporto paritario del sindacato e delle parti datoriali la formazione e gli armotizzatori, diventano il nuovo terreno di confronto per l’attuazione delle politiche attive del lavoro. Oltre all’intermediazione e allo sviluppo della formazione aziendale, agli enti bilaterali viene attribuita anche la certificazione dei rapporti di lavoro. Un ruolo che nello spirito della legge va ben oltre l’applicazione di un bollino di qualità: gli enti diventano spazi di sperimentazione «nei quali il sindacato – spiega Michele Tiraboschi, professore di diritto del lavoro all’università di Modena – non è più solo il difensore di alcune tutele ma entra a pieno titolo nel processo di valorizzazione e sviluppo delle risorse umane. Diventa un sindacato collaborativo».
              In linea, peraltro, con la natura stessa degli enti: «Vale a dire – spiega Raffaele Bonanni della Cisl che agli organismi bilaterali ha dedicato buona parte del suo impegno sindacale – uno strumento al servizio della contrattazione che sottintende un modello culturale partecipativo». In questo modo per Bonanni la bilateralità diviene «fondamentale nello sviluppo del welfare to work, raccogliendo la fase dell’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro, l’inquadramento contrattuale e la formazione in un solo circuito». Una centralità, ora riconosciuta, che gli enti hanno conquistato sul campo. Avviati nell’edilizia, all’inizio del secolo scorso, si sono poi progressivamente estesi a tutti quei settori produttivi caratterizzati dalla presenza di piccole e piccolissime imprese come nel caso dell’artigianato, del commercio e del turismo. «Le esperienze finora svolte – spiega Bonanni – hanno evidenziato l’efficacia di questo strumento. Il fatto che gli enti abbiano gestito molte risorse con la soddisfazione di tutti ne è una conferma».
              Certo il nuovo ruolo al quale la bilateralità è chiamata richiede un ripensamento degli enti. «Bisogna avviare una riforma degli organismi – dice Gian Piero Astegiano vice presidente dell’Ance, l’associazione che raggruppa le imprese dell’edilizia – per modernizzarli e renderli più corrispondenti alla realtà di oggi e per attrezzarci ai nuovi compiti». Un’esigenza questa manifestata pure da Alessandro Vecchietti, responsabile dell’area legislazione d’impresa di Confcommercio, per il quale «l’evoluzione normativa dovrà procedere in direzione di una maggiore armonizzazione delle funzioni sul territorio». E merito della bilateralità è stato anche l’aver contribuito a stemperare i momenti più aspri della conflittualità sindacale. Almeno fino alla storia recente, «perché l’attuale clima di spaccatura sociale – dice Giovanna De Lucia, responsabile dell’area mercato del lavoro di Confartigianato e direttore dell’Ebna (l’ente delle imprese artigiane) – ha di fatto bloccato il confronto sulle future competenze degli organismi bilateriali». Ridimensiona, invece, gli effetti della conflittualità Pier Vittorio Tugnoli, presidente di Ebit (l’ente che fa capo a Federturismo), che ricorda come «il rapporto con il sindacato, per quanto segnato da logiche diverse, è stato caratterizzato da una uniformità di obiettivi».

              SERENA UCCELLO