Gli analisti: a rischio ripresa e crescita Pil

26/03/2004
    sezione: ECONOMIA ITALIANA
    data: 2004-03-26 – pag: 15
    autore: GIULIA CRIVELLI

    Gli analisti
    Competitività in caduta
    Difficoltà strutturali
    A rischio la ripresa e la crescita del Pil
    MILANO • I dati sugli ordinativi confermano quelli della produzione industriale e sono in linea con le indagini sulla fiducia. Ma forniscono un’indicazione in più, e non sono buone notizie: i dati di gennaio fanno già immaginare un primo trimestre 2004 in linea con l’ultimo del 2003. In altre parole, niente ripresa e crescita del Pil non superiore all’1%: questo il parere di analisti ed economisti.
    Per Giada Giani di Banca Intesa «i dati del primo trimestre sono molto importanti per stabilire la media annua. Gli ordinativi, ma soprattutto la produzione industriale ci danno un messaggio chiaro: continua la stagnazione del settore manufatturiero che avevamo già visto nell’ultimo trimestre del 2003». Ad aggravare la situazione, naturalmente, anche il supereuro: «L’apprezzamento della moneta unica — continua l’economista di Banca Intesa — ha messo in luce la difficoltà dell’Italia di competere sui mercati stranieri. Stiamo soffrendo più di Germania e Francia: quando le cose vanno bene, i problemi strutturali restano in sottofondo. Ma quando la congiuntura è negativa, quando si entra in una sorta di "bassa marea economica", le difficoltà vengono a galla».
    Dello stesso parere Stephane Déo del colosso bancario Ubs Warburg: «Credo che la situazione italiana sia chiaramente peggiore dei quella di altri Paesi europei. Del resto, il tasso di crescita della zona euro dal 1995 è stato dell’1,8 per cento, quello italiano dello 0,4% — spiega l’analista dalla sede di Parigi —. Il settore manifatturiero italiano dipende troppo da prodotti a scarso valore aggiunto, che negli ultimi anni sono stati letteralmente aggrediti dalla competizione dei Paesi in via di sviluppo e dell’Asia».
    Preoccupata anche l’analisi di Andrea Brasili, economista di Unicredito Banca d’Impresa: «L’impressione è che di fronte alle sfida globale si stia restringendo la base produttiva del Paese. Si rischia di andare verso un sistema produttivo con qualche eccellenza di nicchia e rarissimi "global player"». Sul tema della competizione globale gli fa eco Stephane Deo: «L’Italia non è riuscita a specializzarsi nei settori high-tech, come invece hanno fatto altri Paesi Ocse. Inoltre, non esporta servizi: se, come mostrano i dati, il settore industriale è in difficoltà, è l’intera economia italiana a soffrire». Parere condiviso da Alessio Fontani, responsabile ufficio studi della Cassa di Risparmio di Firenze: «Il fenomeno non è congiunturale ma strutturale e riflette una perdita di competitività già ampiamente registrata dai dati del commercio estero. Gli ordinativi di gennaio mostrano che le aree di maggiore sofferenza non sono solo quelle del made in Italy a basso valore aggiunto, ma che cominciano a soffrire anche settori come la meccanica di precisione — dice l’economista —. Non a caso gli ordini dall’estero sono scesi del 9,7% su base mensile. Se non si interviene sulla competività del sistema Paese risulta difficile sperare in una ripresa degli investimenti privati»