Gli ammutinati del Mobbing

17/07/2001



ATTUALITÀ
CONFESSIONI – I COLLEGHI DISTRUTTI DAI COLLEGHI



Gli ammutinati del Mobbing

Dirigenti, manager, grand commis: il mal d’ufficio miete vittime insospettabili. Che a «Panorama» raccontano le loro storie. E il loro calvario.


di 
 
CARMELO ABBATE
13/7/2001

Ricordate il tenente Drogo? Sì, proprio quello del Deserto dei Tartari di Dino Buzzati. Pensate un pò, la storia di Giovanni Drogo, l’ufficiale che per 40 anni aspetta la calata dei tartari dalla spianata del Nord e che, al momento della guerra, subisce le vessazioni del superiore che lo allontana dalla fortezza Bastiani, è diventato un perfetto caso clinico: la più famosa e studiata vicenda di mobbing in Italia.
Certo, di acqua ne è passata sotto i ponti. Oggi le tecniche si sono affinate e il mobbing è scivolato dalle pagine dei libri di letteratura a quelle di cronaca dei giornali. Dagli ospedali agli studi professionali, dalla pubblica amministrazione alle grandi multinazionali, passando per università e redazioni di giornali: solo nel nostro Paese sono 1 milione e mezzo i lavoratori colpiti (riquadro nella pagina a fianco).

Il mobbing è una forma di violenza psicologica sul lavoratore da parte di colleghi e superiori. L’epilogo è quasi sempre l’abbandono del posto di lavoro o il licenziamento. Le vittime? Appartengono soprattutto alle categorie professionali medio-alte. Come nel caso del progettista di una grande multinazionale che racconta la sua storia a Panorama ma preferisce restare anonimo: «Mi hanno tagliato le gambe perché sono stato troppo onesto e ho denunciato ai superiori gli sperperi che avvenivano nell’ufficio. All’inizio mi hanno spostato a compiti di segreteria, mi cambiavano spesso di reparto, fino a fare l’addetto alla fotocopiatrice. Ma poi non ho fatto più niente e da anni passo le mie giornate a leggere la Bibbia e i libri di Oriana Fallaci. Al lavoro non parlo più con nessuno e quando esco cammino per chilometri. Il mobbing è come il gioco delle tre carte: non vinci mai perché ci sono i compari».



Il fenomeno interessa le professionalità medio-alte perché culturalmente più pronte a riconoscere il fenomeno e a difendersi. Lo pensa Daniele Ranieri, responsabile mobbing della Cgil Roma centro. Che aggiunge: «Esiste anche tra gli operai e le collaboratrici domestiche, certo, ma tende a essere considerato un’oppressione legata al lavoro in sé».

È nei posti di lavoro che bisogna scavare per smascherare il sopruso e arrivare a una corretta diagnosi di mobbing. «Però le difficoltà sono enormi. Solitamente la collaborazione nell’ambiente di lavoro è scarsa» afferma Edoardo Monaco, professore di medicina del lavoro alla seconda facoltà di medicina di Roma, dove si certifica scientificamente il mobbing. E proprio un certificato si è visto rilasciare Nazario Di Cicco, medico napoletano di 42 anni, dalla stessa Asl in cui è dirigente. «Siamo all’assurdo, l’azienda si autoaccusa di mobbing ma con il preciso scopo di mobbizzarmi» accusa Di Cicco. Che racconta la sua storia: «Quando nei primi anni 90 sono arrivato alla Asl 2 di Caserta, la struttura versava in condizioni disastrose, vigeva un clientelismo puro. Ne parlai subito col direttore generale e denunciai tutto alla magistratura. Da allora è stata una guerra psicologica, ma sono arrivato anche al punto di avere seriamente paura per la mia incolumità fisica». Fino al gennaio di quest’anno, quando l’azienda sanitaria riconosce a Di Cicco di essere affetto da sindrome di mobbing. «Sì, ma l’assurdità è che con quel documento mi hanno dichiarato non idoneo a operare e mi hanno parcheggiato nell’ambulatorio di un paese vicino. Devo stare 12 mesi a scontare la pena e fare da monito a chi si mette contro il sistema». Contattato da Panorama, Franco Rotelli, direttore generale della Asl, preferisce non commentare: «È la storia di un individuo, non di un fenomeno. Non voglio entrare nel merito».

Se invece si entra nel merito delle conseguenze psicologiche del mobbing il quadro è allarmante. Il mobbizzato si sente disorientato: «Prova vergogna per lo smacco subito» sostiene lo psicologo Fabrizio Castelletti «porta il suo problema in famiglia ma qui subisce altre umiliazioni. Non sono rari i casi di separazioni e divorzi». La fase successiva è drammatica, come spiega Luciano Pastore, responsabile per il Centro clinico per il mobbing della Asl Roma E: «Subentrano ansia, depressione, insonnia, disturbi all’apparato cardiovascolare, gastrointestinale e alla sfera sessuale».

Ma l’aspetto peggiore è quello dell’isolamento nel posto di lavoro. «Per anni sono stato senza una stanza, lavoravo nel corridoio» afferma Mirco Tosi, dirigente di una grande azienda pubblica. «Tutto è nato da un trasferimento al Sud che ho combattuto per stare vicino a mia moglie, che è una cardiopatica grave». Le giornate senza fare niente sono interminabili: «Passo il mio tempo a contare le mattonelle. I colleghi dirigenti quando mi vedono fanno tre passi indietro. Sono lontani i tempi in cui partecipavo a riunioni anche con 50 persone a cui dovevo dare delle risposte».

Chi non vuole rischiare di fare la parte della vittima è l’avvocato Armida Gargani, per tanti anni nell’ufficio legale di un grosso gruppo bancario ma poi licenziata, lei dice, «per il carattere difficile e l’alta specializzazione che ha creato conflitti con i superiori». Il nome dell’associazione da lei creata con altre donne suona come un grido di battaglia: Pantere antimobbing. «Perché? Il mobbing è una lotta e va vissuto come tale».



E TU CHE PERSEGUITATO SEI?
Dall’ambizioso al servile, dal pauroso al severo, tutti i profili a rischio. Di soprusi
Dal punto di vista scientifico non si può parlare di una vittima tipica del mobbing. Herald Hege, tedesco, psicologo del lavoro unanimemente riconosciuto in Italia come il più grande esperto di mobbing, traccia i profili dei soggetti che più di frequente sono vittime del fenomeno.
Ambizioso

È il vero trascinatore, porta avanti il lavoro, ma spesso provoca meccanismi di difesa negli altri.
Buontempone
Scherza sempre, è divertente, ma rischia di passare per poco serio, non professionale.

Camerata

Organizza serate di gruppo, esce con tutti i colleghi, è molto popolare. Ma la grande considerazione da parte degli altri lo rende oggetto di invidia.

Capro espiatorio

Gli viene attribuita ogni colpa, è la valvola di sfogo collettiva. Essendo più debole degli altri finisce per essere mobbizzato.

Ipocondriaco

Incline all’autocommiserazione, si sente vittima di forze esterne e si lamenta del troppo lavoro.

Pauroso

Ha sempre timore di fare errori, di fallire. Ma provoca preoccupazione nei colleghi che temono di essere coinvolti nelle sue paure.

Permaloso

Esageratamente sensibile, finisce per diventare fastidioso.

Presuntuoso

Crede di valere di più di quanto poi non valga in realtà. Difficile da sopportare.

Servile

Fa sempre di tutto per ottenere la piena soddisfazione dei superiori, ma si crea molti nemici tra i colleghi.

Severo

Crede e rispetta le regole e pretende che lo facciano anche gli altri.

Sofferente

Sempre sofferente, insoddisfatto, tendente alla depressione. Ma alla fine i colleghi non sopportano più i suoi continui lamenti.

Vero collega

Onesto, efficiente, disponibile e sempre pronto ad aiutare gli altri. Il collega che tutti desiderano. Ma la sua sincerità lo porta a denunciare i problemi interni e a crearsi inimicizie.

Il mobbing in Italia non è ancora un reato per la legge. Ergo, per il legislatore non esiste. Come ci si tutela, allora, in caso di molestie subite sul lavoro? «Dal punto di vista giuridico il mobbing non è una novità, semmai è nuova la parola» sostiene Annarita Manna, avvocato di Cittadinanza attiva. «Le vessazioni e le molestie sono sempre esistite e tutelate con le leggi vigenti». Ma adesso ci sono anche tre sentenze, l’ultima delle quali emessa a marzo dal giudice del lavoro di Forlì, in cui finalmente si ha una prima descrizione giuridica del mobbing. E le azioni civili fioccano.

I tempi tuttavia sono lunghi. «Ho chiesto la procedura d’urgenza ma dopo tre mesi non è stata fissata ancora l’udienza» afferma Giuseppe Petaccoli, giornalista di una rivista edita da un ente pubblico. Racconta: «Faccio questo giornale dal 1980, ma continuavo a essere retribuito come un impiegato di settimo livello. Ho solo chiesto un contratto giornalistico adeguato, il riconoscimento del mio status. Sono iniziate le disgrazie: la pubblicazione è stata interrotta e io mi ritrovo da 18 mesi in una stanza senza computer, con un telefono di cui non conosco il numero e a non fare niente. Io vorrei rendermi utile…».

Proprio quello che vorrebbe continuare a fare Vanessa, che fino a sei mesi fa era Giacomo (entrambi i nomi sono di fantasia). Da quando si è presentata al direttore del personale dell’azienda dove lavora per comunicare la scelta di cambiare sesso sono iniziati i guai. «Mi hanno sbattuto per tanto tempo nei magazzini. Quasi fossi qualcosa da nascondere».

Si è difeso con le unghie e con i denti Adolfo Treggiari, grand commis dello Stato. E in alcuni casi le sue denunce si sono rivelate sensate. «Ma non mi è mai stata restituita la posizione che occupavo prima all’interno del ministero degli Esteri. Anzi, ho passato mesi e mesi in giro per i corridoi. Ho pagato lo scontro con certe corporazioni: o ti adegui o sei fuori». Ed è rimasta fuori Elena (nome di fantasia), insegnante in una scuola d’inglese. Per lei, la piaga di aver subito molestie sessuali: «Il direttore mi salutava così: "Ciao brutta z…". Poi mi spiegava i dettagli di un rapporto orale o faceva degli apprezzamenti volgari sul mio corpo. Non mi ha mai toccata, certo, ma ero distrutta: avevo crisi di panico, non uscivo più la sera, ero diventata volgare. Ho finito per identificare il mio ragazzo con lui, non facevamo più l’amore. Poi ci siamo lasciati». Elena ha dovuto lasciare anche il lavoro. Ma adesso ha iniziato la sua battaglia: qualcuno, giura, dovrà pagare.

SOS, ECCO CHI CHIAMARE
Gli sportelli antimobbing in Italia
Associazione italiana contro mobbing e stress psicosociale di Bologna, tel. 0516148919
Sportello associazione progettto quadri della Cisl, tel.
068473253
Centro della clinica del lavoro dell’università di Milano, tel.
0257992644
Centro di ascolto Ispesl (Istituto della sanità e della prevenzione della sicurezza sul lavoro), tel.
0644280390-0644280403
Cgil Roma centro, tel.
800255955
Centro clinico azienda sanitaria Roma E, tel.
0668353576
Movimento italiano mobbizzati associati, tel.
064510843
Fisac-Cgil Campania, tel.
800325500

 
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