Gli ammortizzatori costano 6,7 miliardi

01/07/2002





Mercato del lavoro – Domani incontro decisivo tra Governo e sindacati sulla riforma e giovedì il Dpef al Consiglio dei ministri
Gli ammortizzatori costano 6,7 miliardi
Sulla riforma del mercato del lavoro è arrivato il momento della verità. Domani il Governo si incontra di nuovo con i sindacati: è un appuntamento decisivo, anche se forse non sarà l’ultimo. In discussione, oltre all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e alla presentazione del Dpef (che sarà portato al Consiglio dei ministri di giovedì prossimo), c’è la proposta di riforma degli ammortizzatori sociali. Una questione – come rilevano i bilanci dell’Inps – da 6,7 miliardi di euro di spesa annua a fronte dei 6,6 miliardi di entrate, molte delle quali finanziate però direttamente dallo Stato. Tra Cassa integrazione ordinaria, per l’agricoltura e straordinaria, disoccupazione, mobilità e altri sussidi, c’è un buco, tra entrate e uscite, di appena cento milioni di euro. Isolando dai bilanci dell’Inps le singole voci che compongono l’assistenza sociale in Italia, ci si accorge però che questa cifra potrebbe essere in positivo se non fosse per l’indennità di disoccupazione, proprio quella che il Governo intende principalmente riformare, in rosso per 1,1 miliardi. E a pesare sui conti pubblici è anche la Cassa integrazione guadagni straordinaria, finanziata interamente attraverso la Gias (Gestione interventi assistenziali e di sostegno alle gestioni previdenziali) e quindi, in definitiva, dallo Stato: le uscite, nel 2001, sono state pari a 532 milioni di euro. Ai sindacati il Governo propone fra l’altro l’impegno a stanziare 700 milioni di euro (cifra che sia il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, sia il ministro del Welfare Roberto Maroni hanno detto che potrebbe aumentare) per il rafforzamento dell’indennità di disoccupazione. Un’offerta che punta ad archiviare un capitolo che ha avuto forti costi politici: la ripresa del conflitto sociale, le spaccature nella maggioranza, lo scontro frontale con la Cgil assente dalla trattativa. In base alla proposta l’indennità di disoccupazione verrebbe allungata da sei a dodici mesi ed elevata al 60% dell’ultima retribuzione con un meccanismo a scalare. L’indennità verrebbe tolta al lavoratore che rifiuta la formazione oppure un’occupazione alternativa o, infine, nel caso in cui si accerti la prestazione di lavoro irregolare. In questo modo il sistema sociale italiano dovrebbe essere in grado di coniugare sussidi con politiche attive: il welfare to work che l’Ue raccomanda di applicare ormai da molti anni. L’obiettivo è di sostenere il reddito del disoccupato offrendogli però una possibilità concreta di riqualificazione. La novità è che, accanto a quello pubblico, viene previsto anche un secondo pilastro per l’indennità di disoccupazione, secondo cui i settori che oggi sono sprovvisti di cassa integrazione potranno esserne coperti secondo un meccanismo mutualistico, cioè attraverso un autofinanziamento derivante in parte dai lavoratori, in parte dalle imprese. Il Governo si impegna a definire forme di incentivazione per i contributi delle aziende e prevede che i fondi vengano gestiti dagli enti bilaterali (formati cioè da rappresentanti di imprese e sindacati).

M.Pe.
Lunedí 01 Luglio 2002